BMCR 2023.08.33

Honores inauditi: Ehrenstatuen in öffentlichen Räumen Siziliens vom Hellenismus bis in die Spätantike

, Honores inauditi: Ehrenstatuen in öffentlichen Räumen Siziliens vom Hellenismus bis in die Spätantike. Cultural interactions in the Mediterranean, 6. Leiden; Boston: Brill, 2022. Pp. xxxi, 723. ISBN 9789004504639.

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Il volume di Rebecca Henzel si inquadra nel filone di studi sulla Sicilia antica e la sua arte[1]; in particolare, lo studio considera le statue romane e tardo antiche di tipo onorario nei loro contesti originali.[2]. Il tentativo da parte di Henzel di analizzare statue nei loro contesti e presentarle come risultato di processi culturali appare uno dei primi, anche per via – come sottolineato dall’Autrice (p. 8) – dello stato attuale delle pubblicazioni.

Il libro si articola in cinque sezioni principali (Fallbeispiele, Hellenismus, Kaiserzeit, Spätantike, Katalog), precedute, inframmezzate e seguite da capitoli che potrebbero essere definiti come “ancillari” (Einleitung, Resümee e Summary, oltre a parti essenziali quali la Literatur), tuttavia funzionali a quelli fondanti. I riassunti in tedesco e inglese offrono un inquadramento rapido dell’opera. Ciascun capitolo è a sua volta articolato in paragrafi. Il cuore della ricerca appare costituito da Fallbeispiele, Hellenismus, Kaiserzeit e Spätantike.

Il titolo, tratto dalla Pro Plancio di Cicerone (64,7), da un lato offre una definizione precisa del contenuto dell’opera, dall’altro lascia intendere il ruolo di primo piano dell’oratore quale fonte principale per l’analisi delle statue di età repubblicana, dal momento che egli menziona simulacri di divinità in templi e santuari e opere d’arte in generale, come quelle di Policleto e Mirone; inoltre, distingue la categoria di statue in foro (p. 1), ovvero statue di carattere onorifico. Come sottolineato nell’introduzione, le statue onorarie in Sicilia conobbero un floruit a partire dalla tarda età ellenistica, e l’Autrice menziona veri e propri Statuenwälder (“foreste di statue”)[3], rilevando come il fenomeno della dedica di monumenti di questo tipo abbia conosciuto un aumento esponenziale presso l’élite locale dal III sec. a.C. (pp. 2-3).

L’introduzione comprende una parte relativa alla storia degli studi, in cui sono elencate le ricerche degli ultimi anni per quanto riguarda i contesti (piazze, teatri, ginnasi, terme, santuari, bouleuteria: part. p. 4) e in cui si forniscono indicazioni relative a pubblicazioni di particolare rilevanza per il tema analizzato nel volume, sottolineando anche che alcune città sono state tenute in particolare considerazione come casi studio (p. 5). Accanto alle fonti bibliografiche, l’Autrice fornisce anche banche dati di riferimento, come quelle riguardanti le statue tardoantiche (p. 6) e le iscrizioni provenienti dalla Sicilia (p. 8)[4]. Alle pagine seguenti (9-10) è presentata una sintetica storia dell’isola.

Al centro dell’indagine risultano le statue, le loro attestazioni, così come i loro contesti, con la precisazione che spesso il Fundort (luogo di rinvenimento) debba essere distinto dall’Aufstellungsort (luogo di esposizione) originario (pp. 11-12). Segue una disamina dei tipi di fonti utilizzate (letterarie, archeologiche ed epigrafiche) e del metodo applicato all’analisi di esse: in questo caso, il Maximalbefund (un ritrovamento “fortunato”, con il monumento integro in ogni sua componente, dalla base alla statua stessa) non coincide con il Minimalbefund (ovvero un ritrovamento minimo; p. 12).

Viene quindi esaltata l’importanza del Fundament (basamento) per risalire al contesto esatto di esposizione di una statua (p. 13): tale importanza non si evince solo dai rinvenimenti siciliani, ma anche da quelli provenienti dalle province, come p. es. Aalen in Rezia, dove una struttura rettangolare dai principia è stata interpretata da M. Kemkes per primo quale possibile base di una statua equestre, verosimilmente di bronzo[5]. Henzel individua per l’isola, a partire dall’età ellenistica, sei tipi di basi di statua, anche se gli ultimi tre proposti (nicchie, esedre, archi monumentali) non rientrano tout court nella categoria (pp. 15-16) e possono essere classificati meglio come “contesti espositivi”. La base di statua emerge in quest’analisi come elemento fondamentale per riconoscere il tipo statuario (statua equestre, stante etc.: pp. 19, 20-21), oltre che per la sua localizzazione. A ragione l’Autrice mostra anche come le basi possano essere utilizzate per calcolare l’altezza delle statue stesse, offrendo una panoramica dei diversi metodi di misurazione delle dimensioni originali del monumento, persino quando lo stato di conservazione di esso sia frammentario (pp. 19-20). In questo ambito si inseriscono anche due categorie addotte ai fini di distinguere le statue bronzee dalle altre, sebbene con eccezioni (pp. 21-22).

Sarebbe stata forse auspicabile, in questo libro, una disamina più sistematica delle fonti letterarie, che, come ammette l’Autrice stessa, non sono state prese esaurientemente in considerazione (p. 22; vd. anche nota 93); l’attenzione si focalizza su Cicerone, ma Henzel sottolinea il fatto che delle opere d’arte statuaria menzionate dall’Oratore “haben sich keine Überreste erhalten” (“non si sono conservate vestigia”, citazione da p. 22). A tale proposito, si potrebbero ricordare i tentativi di ricostruzione di iconografie proposti da vari studiosi, p. es. per quanto riguarda l’Artemide di Segesta, che Verre sottrasse alla sua terra e portò a Roma[6].

Ovviamente il contesto di esposizione ricopre un ruolo fondamentale per l’inquadramento delle statue onorifiche, ed Henzel ricorda i celeberrimi loci o epiphanestatoi topoi delle fonti, ovvero l’agora o il forum, nei quali i criteri di Sichtbarkeit (visibilità; cfr. pp. 104-106) del monumento raggiungevano senz’altro l’apice (pp. 23-24).

A p. 26 inizia la sezione del libro dedicata ai Fallbeispiele (casi studio): solo alcuni contesti esemplari (Morgantina, Solunto e Halaesa) vengono analizzati nello specifico. Per ogni Fallbeispiel vengono descritti Lage (sito), Geschichte (storia) e Forschungsgeschichte (storia delle ricerche), a cominciare da Morgantina (p. 26). Di quest’ultima si evidenzia la fioritura nell’età ellenistica (p. 27); mi pare ragionevole l’idea di Henzel di parlare, per la città presa in analisi, dopo il 211 a.C., di vero e proprio mescolamento di etnie (p. 28). La studiosa procede, poi, elencando i monumenti statuari di Morgantina. Considerando questo caso esemplare, emerge come il sistema di riferimento dei monumenti nel catalogo risulti molto chiaro ed intuitivo. Infatti, essi sono menzionati, ove necessario negli altri capitoli, con i nomi delle città abbreviati seguiti da cifre. L’unica riserva che si potrebbe muovere a questo sistema è che il catalogo risulta organizzato in ordine alfabetico, quando, invece, sarebbe forse stata preferibile un’organizzazione in comparti geografici, per restituire il senso culturale e sociale delle varie aree della Sicilia. L’analisi stringata dei Fallbeispiele appare legata a ragioni pratiche e, per questo, si rimanda alla descrizione approfondita, anche dal punto di vista fisico, dei reperti nel catalogo. È da rilevare, inoltre, la buona strutturazione delle schede, costituite da varie voci (come Fundort, Aufbewahrungsort, Maße, Datierung etc.) e concluse da indicazioni bibliografiche (Literatur).

In riferimento al caso di Morgantina, non si può che concordare con l’interpretazione fornita dall’Autrice della statua Morga2 (Aidone, Museo archeologico, inv. 56.1749: statua femminile a grandezza naturale, con veste; cfr. pp. 373-374) come dea più che come donna onorata (p. 31). Di pregio scientifico appaiono le valutazioni di carattere socio-storico (p. 31), cronologico (p. 32) e dei contesti di esposizione (pp. 32-33) della città.

Per quanto riguarda Solunto, sono da segnalare le interessanti ricostruzioni delle statue bronzee (p. 39; cfr. Sol3 e 4 nel catalogo, pp. 443-444: base, Solunt, Stoa, Exedra 9) e le ipotesi riguardanti le differenze tra queste ultime e monumenti di pietra (p. 41). Da p. 47 in poi segue l’analisi del Fallbeispiel conclusivo, Halaesa, introdotta dalla storia della città e del suo rapporto con i Romani (pp. 47-48). Per Halaesa, Henzel individua (p. 48) 55 monumenti statuari o parti di essi, tra cui 26 basi, 24 basi iscritte o Inschriftenplatten e quattro statue/Porträtköpfe (teste-ritratto). Anche per questa città vengono riconosciuti vari contesti espositivi, come la stoa (pp. 51-58) e l’agora (pp. 58-60). Interessante è l’analisi socio-storica delle iscrizioni, che restituiscono uno spaccato della realtà in cui i Geehrten (gli “onorati”) erano inseriti, fornendo le motivazioni dell’onorificenza assegnata (pp. 61-62). Infine, si sottolinea anche il fatto che le statue fossero inserite nell’architettura dei vari contesti (p. 64) e si mostra l’evoluzione cronologica di essi (pp. 66-68).

Conclude questa parte una trattazione sintetica relativa ai Fallbeispiele, a cominciare dalla cronologia (pp. 69-70), per passare poi ai tipi di statue (p. 70), ai loro contesti espositivi (pp. 70-71) e socio-storici (p. 71).

Il terzo capitolo (pp. 72-113) tratta della Genese della prassi onorifica nel mondo greco-romano (con un particolare rilievo assegnato alla Sicilia alle pp. 106-113): al riguardo vengono addotte fonti letterarie, ovvero Cicerone e le sue Verrine (pp. 72-73); fonti epigrafiche, ovvero il decreto di Halaesa (pp. 74-75); infine, le varie tipologie di fonti archeologiche, cominciando dalle basi (pp. 75-83). Segue un’analisi dettagliata delle statue provenienti da diversi luoghi della Sicilia, come Monte Iato (p. 83), elencate nel catalogo alla fine del libro. Importanti appaiono anche le riflessioni dell’Autrice sul marmo, in quanto materiale di importazione in Sicilia, e sulla controversa questione del legame tra materiale e tipo statuario (pp. 84-85). La parte socio-storica del capitolo si fonda sostanzialmente sulle iscrizioni (pp. 86-94). Utile per una valutazione complessiva è anche la tabella riassuntiva dei contesti di rinvenimento di statue o loro componenti in tutta la Sicilia (pp. 98-100).

Nel quarto capitolo l’attenzione è rivolta al “consolidarsi della prassi onorifica” (Festigung der Ehrenpraxis) nell’età imperiale (pp. 114-167), per la quale si riscontra il maggior numero di statue onorarie (p. 114). La strutturazione di questa parte è analoga a quella del capitolo precedente (pp. 115-145), con l’aggiunta della distinzione tra oggetti (iscrizioni) in onore di individui appartenenti alla famiglia imperiale (pp. 136-150) e non (pp. 125-136), con una riflessione sull’esercizio locale e provinciale del culto imperiale (p. 145). Naturalmente, i contesti di esposizione delle statue onorifiche di età imperiale erano anch’essi caratterizzati da una grande attenzione ai sopra menzionati criteri di Sichtbarkeit (cfr., p. es., p. 151; ma anche il paragrafo 4.7 Die Sichtbarkeit der Statuenmonumente, a p. 157, dove vengono sinteticamente ricordati i casi di Agrigento, Halaesa, Solunto, Siracusa e Pantelleria). Minuziosa risulta l’attenzione rivolta alla cronologia dei monumenti della fase imperiale (pp. 158-161).

L’età tardoantica conclude i tre capitoli di inquadramento cronologico generale delle evidenze archeologiche (pp. 168-189), mostrando come, al periodo compreso tra il 285 e l’inizio del V sec. d.C., siano attribuibili 22 monumenti onorari (p. 168). Particolare interesse riveste, in questa parte, la menzione del riutilizzo delle basi e delle statue stesse durante tale fase (pp. 174-175), ricordando gli esempi di Marsala, Halaesa e Siracusa. Anche in questo caso si evidenzia uno studio accurato delle iscrizioni e una valutazione storico-sociale degli onorati e dei dedicanti (pp. 175-182). Nel Tardoantico è, inoltre, individuata la fine della prassi onorifica (pp. 187-190).

In generale, nonostante qualche refuso di stampa (pp. 14-15, p. es.) e qualche altro problema, già segnalato, che non inficia la qualità dell’opera, il libro di Henzel costituisce una base per lo studio delle statue siciliane in età romana, offrendo spunti anche per una eventuale disamina delle età precedenti sull’isola.

 

Notes

[1] Cfr., p. es., C. Ampolo (a cura di), Agora greca e agorai di Sicilia (Pisa 2012). In questa sede, vorrei ringraziare il Prof. G. Cifani (Tor Vergata) e la Prof.ssa N. Burkhardt (KU Eichstätt-Ingolstadt) per il loro costante sostegno.

[2] Per quanto riguarda lo studio di statue romane in Sicilia, si veda S. Pafumi, Disiecta membra. Frammenti di statuaria bronzea di età romana del Museo Civico di Catania (Roma – Bristol 2020).

[3] Sull’ubiquità delle statue nei contesti antichi, e nello specifico delle statue romane bronzee in Rezia, cfr. A. Piccioni, Römische Großbronzen am Limes – Fragmente im raetischen Raum, BAR Publishing, Oxford 2023.

[4] Rispettivamente: http://laststatues.classics.ox.ac.uk e http://sicily.classics.ox.ac.uk/.

[5] Cfr. M. Kemkes, “Kaiserstatuen im militärischen Kontext – Das Zeugnis der Sockelinschriften und Postamente”, in M. Kemkes (a cura di), Römische Großbronzen am UNESCO-Welterbe Limes. Abschlusskolloquium des Forschungsprojektes „Römische Großbronzen am UNESCO-Welterbe Limes“ am 4./5. Februar 2015 im Limesmuseum Aalen (Darmstadt 2017) 59; vd. anche, in proposito, A. Piccioni, Römische Großbronzen am Limes – Fragmente im raetischen Raum, BAR Publishing, Oxford 2023.

[6] Cfr. C. Michelini, “Il patrimonio artistico di alcune poleis siceliote nel De Signis ciceroniano”, in Terze giornate internazionali di studi sull’area elima, part. pp. 799-800, note 27, 29, con bibliografia, tra cui soprattutto A. Giuliano, Fuit apud Segestanos ex aere Dianae simulacrum, Arch Class, V, 1953, 48-54.