BMCR 2023.08.12

Homer the rhetorician: Eustathios of Thessalonike on the composition of the Iliad

, Homer the rhetorician: Eustathios of Thessalonike on the composition of the Iliad. Oxford studies in Byzantium. Oxford, New York: Oxford University Press, 2022. Pp. xviii, 260. ISBN 9780192865434.

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Il libro di Baukje van den Berg si inserisce in un ampio e benemerito filone di studi recenti sui Commentarî a Omero di Eustazio di Tessalonica, volti non tanto a desumerne testimonianze e informazioni sull’antica filologia omerica quanto a valorizzarli come tasselli fondamentali del panorama culturale dell’età comnena. Opere come quella di Eustazio, infatti, pur largamente dipendenti da fonti antiche, le selezionano e le impiegano in base a criteri loro propri, in costante dialettica con il contesto coevo su più fronti: l’istruzione, la produzione retorico-letteraria, la formazione del gusto estetico, la fruizione di poesia e letteratura, il rapporto con la tradizione classica. Attraverso l’esegesi eustaziana all’Iliade si chiarisce quindi il significato di Omero per studenti, studiosi e scrittori della Bisanzio del XII secolo.

Ne emerge che Eustazio formula, sulla base d’un patrimonio critico-esegetico costituito soprattutto da scholia vetera e trattatistica retorica, un’interpretazione originale della poesia omerica, di ispirazione eminentemente retorica. L’interesse per la selezione, organizzazione e presentazione degli argomenti a livello compositivo influenza il modo in cui Eustazio seleziona, parafrasa, attinge a e/o espunge materiali dall’esegesi antica.

L’introduzione delinea i termini della questione, inquadrando la figura di Eustazio nel suo contesto storico-culturale e la preminenza di Omero come modello di perfezione retorica. Il primo capitolo analizza il programma ermeneutico esposto nell’esordio del proemio ai Commentarî all’Iliade, in cui Eustazio rappresenta il poeta come Oceano di sapienza e generoso anfitrione, e sé stesso come dotto esegeta, all’altezza del proprio oggetto di studi, attraverso metafore spesso ispirate alla preparazione dei cibi. Eustazio si affianca così a Omero quale eccellente maestro di retorica, in grado, con la propria bravura, di consentire l’accesso al modello a una platea di studenti e lettori assai variegata, come vari sono i livelli di lettura e interpretazione a cui il testo omerico si presta nelle mani dell’erudito maestro. Si espongono poi le posizioni di Eustazio nei confronti della storia e del mito come parti costitutive della poesia omerica e sul metodo allegorico applicato alla spiegazione del mito.

A indagare le basilari virtù retoriche dell’«abilità» (δεινότης) e della «plausibilità» (πιθανότης) sono dedicati rispettivamente il secondo e terzo capitolo; a entrambi è premessa una sintesi delle teorie antiche in merito esposte nella Poetica di Aristotele, negli scholia vetera e nella manualistica retorica dei progymnasmata. Si illustrano poi i principi esegetici di Eustazio attraverso un’ampia rassegna di passi significativi e l’analisi di un caso esemplare (il catalogo delle navi per la δεινότης, la visita di Priamo ad Achille per la πιθανότης). Il quarto capitolo indaga il ruolo delle divinità e la loro interpretazione allegorica. L’Epilogo ribadisce e puntualizza la tesi introduttiva: “Eustathios presents Homer as a teacher like himself, a self-conscious and self-referential rhetor-writer who has deliberately planned every detail of his composition, with plenty of openings for displaying his rhetorical virtuosity and wide learning, and without leaving potential detractors any room for criticism”.

Concludono il volume tre utili appendici (traduzione di in Il. 1.1–5.3 = 1.1.1–1.8.6; 176.20–178.1 = 1.270.23–272.35; 9.31–11.20 = 1.15.21–18.23), bibliografia, glossario, indice generale e dei luoghi citati. In tanta messe di citazioni, segnalo due refusi, presenti anche in indice: p. 114 n. 54, Sch. bT Il. 2.56a da correggere in 1.56a; p. 198 n. 6, Hermog. Id. 2.4.14 da correggere in 2.4.104.

Incrementando e approfondendo quanto M. van der Valk aveva messo in luce su Eustazio ‘retore’, il volume mostra come i Commentarî rappresentino non solo un ricco e prezioso corollario alla poesia omerica, ma una vera propria enciclopedia d’ogni sapere, selezionato e raccolto intorno al testo di Omero, che mantiene e rivitalizza la propria centralità culturale anche nella Bisanzio dei Comneni. La poesia omerica, insomma, funge da catalizzatore di conoscenza, fondamento dell’istruzione di giovani e meno giovani e modello di composizione retorico-letteraria. Eustazio esprime la propria ammirazione per Omero a vari livelli—retorico, stilistico, erudito, estetico—e  se ne fa emulo orgogliosamente consapevole: per commentare degnamente il migliore dei poeti ci vuole il migliore docente, studioso, retore.

Particolarmente apprezzabile il riferimento costante al testo di Eustazio, corredato di traduzioni che rendono fruibile un dettato talora ostico, di cui si esaminano in dettaglio le scelte lessicali, in primis quelle relative alla terminologia tecnica (cf. ad es. in Il. 2.27–36 = 1.3.12–22) e, di conseguenza, ai principi esegetici adottati. Dall’analisi testuale scaturiscono persuasive riflessioni di più ampia portata: ad esempio, illustrando il significato retorico di termini quali τολμηρός e affini in relazione al mito, van der Berg opportunamente ridimensiona l’influsso della sensibilità religiosa sulle posizioni di Eustazio, che per lo più commisura l’«audacia» di Omero sulla plausibilità narrativa e non sulla conformità alla dottrina cristiana.

Per analizzare il lessico tecnico e ricostruire il contesto culturale in cui si iscrivono i Commentarî, l’autrice non procede alla ricerca delle fonti di Eustazio stricto sensu, ma si sofferma su una selezione rappresentativa: la Poetica aristotelica, gli scolî e il corpus ermogeniano dei progymnasmata. La ratio circoscritta della selezione contribuisce alla compattezza dell’argomentazione ed è ben finalizzata all’interesse centrale per Homer the Rhetorician, anche se talora, rispetto all’ampiezza delle questioni coinvolte e dell’erudizione eustaziana, si auspicherebbe un riscontro più sistematico almeno con i Commentarî all’Odissea e con i corpora scoliastici. La presenza negli scolî dello stesso concetto esposto da Eustazio è infatti regolarmente menzionata, e il rapporto con gli scoliasti è esposto con chiarezza nel commento a singoli punti (cf. in Il. 131.10–18 = 1.201.22–202.5; 259.33–45 = 1.395.23–396.2), ma non si dedica una trattazione ad hoc alla sofisticata—e spinosa—dialettica fra tradizione e originalità che è sottesa a questo rapporto, con qualche indesiderato effetto di sovrapposizione. Si presenta ad es. come specificamente eustaziana l’individuazione delle categorie e virtù retoriche elencate nel commento a Il. 5.9–11 (in Il. 515.19–23 = 2.10.1–6), dove in realtà sono ripresi quasi alla lettera gli scolî ad loc. Anche se Eustazio indubbiamente fa proprio e condivide quanto enunciato dagli scoliasti, per identificare il suo apporto originale la distinzione rimane imprescindibile.

Per individuare ancora meglio l’approccio retorico a Omero nella tradizione antica, si potrebbe utilmente ricorrere alla breve quanto densa sezione dedicata al poeta da Quintiliano (Inst. 10.1.46-51). Questa ‘recensione’ di Omero, a fini squisitamente retorici, mostra inequivocabili coincidenze con l’impostazione eustaziana: Omero è fonte d’ogni aspetto dell’eloquenza come Oceano lo è di tutti i corsi d’acqua; eccellentissimo nell’arte poetica come nell’oratoria, modello dei tre generi dell’eloquenza—deliberativa, giudiziaria, epidittica—, straordinario in uerbis, sententiis, figuris, dispositione totius operis. Il confronto con i testi latini è un campo ancora poco esplorato che potrebbe dare risultati fecondi per la storia della tradizione retorica ed esegetica greca.

Ulteriore contributo potrà offrire, naturalmente, la restante produzione eustaziana: mi limito qui a citare Intr.Pind. 17, che potrebbe utilmente integrare il capitolo sull’allegoria, e a suggerire che la conoscenza approfondita d’un poeta consapevole del proprio ruolo e della propria ispirazione artistica come Pindaro potrebbe aver influito sull’interpretazione di Omero negli stessi termini. L’espressione ὁ κατὰ τὸ ἐπ’ αὐτῷ πρόγραμμα μουσοποιός («il ‘poeta delle Muse’ secondo il proclama che lo riguarda») riferita a Pindaro nel commento a Il. 1.1 allude forse più al proclama delfico di cui Intr.Pind. 27.2 che all’iscrizione, apposta su casa sua, che l’avrebbe salvata dalle devastazioni di Pausania e di Alessandro Magno (Intr.Pind. 28.2; a differenza di quanto detto a p. 198 n. 8, non è Pausania l’autore dell’iscrizione, cf. Vita Pindari Ambrosiana p. 2.10-12 Drachmann).

Data la centralità giustamente riservata al testo eustaziano, entro brevemente nel dettaglio di qualche più minuta questione lessicale. Convincente la proposta di intendere, all’inizio del proemio, εὔχαρις (‘piacevole’) nel senso di ‘refined’: una persona colta ed eloquente, dalla piacevole conversazione (come Menelao, oratore βραχυλόγος καὶ εὔχαρις secondo la pseudoplutarchea Vita Homeri 72-3, cf. Quintiliano Inst. 12.10.64: brevem cum iucunditate). In tal senso valorizzerei anche, per la pregnanza della sede incipitaria e per la rarità del vocabolo in Comm.Hom., il collegamento con in Od. 1718.1–2 = 2.19.19–21 in cui, commentando proprio l’episodio delle Sirene, Eustazio usa l’aggettivo con una connotazione morale: chi indulge al piacere fa una fine ‘non piacevole’ (οὐκ εὔχαρι), come Odisseo che, superate le Sirene, dovrà affrontare pericoli anche peggiori. Eustazio in apertura di proemio potrebbe far leva sull’ambivalenza insita nel termine, letteralmente «dotato di grazia, di (capacità di) piacere», per suggerire che chi passa oltre Omero né piacerà agli altri né proverà piacere egli stesso. Se il prato delle Sirene va oltrepassato senza indugio perché pieno di ossa e cadaveri putridi, nel prato di Omero vale invece la pena di intrattenersi, per la ricchezza di quanto offre e per l’amore inesauribile che ispira: da Omero non si fugge, Omero si ama (in Il. 2.8 = 1.2.28: Ὅμηρος οὐ φεύγεται, ἀλλὰ στέργεται). L’ambigua immagine delle ‘Sirene di Omero’ verrebbe così volta completamente a favore del poeta, con una dotta allusione all’episodio odissiaco: a differenza delle Sirene che Omero narra, quelle che egli incarna offrono un piacere tutto al servizio della cultura che va assecondato senza esitazioni. Il percorso di Eustazio, intrapreso su richiesta degli amici, non è infatti un παρελθεῖν bensì un διελθεῖν (cf. in Il. 2.21 = 1.3.5).

Tra le rare critiche mosse alla plausibilità della composizione omerica van den Berg annovera le occorrenze di ἀναιδής (‘irrispettoso’) nel commento a Il. 5.749 e 8.399-408 (in Il. 604.36 = 2.196.14; 720.25 = 2.606.14–16), riferendole rispettivamente all’immagine delle «porte del cielo» di Il. 5.749 e alla battaglia degli dèi di Il. 21. Anche in questi passi, in realtà, è possibile risolvere il giudizio di Eustazio in favore di Omero: nel primo, il termine connota l’uso metaforico dell’aoristo μύκον, letteralmente ‘muggirono’, che risulterebbe ‘irrispettoso’ perché il verbo, per quanto adatto a indicare il suono dei battenti che si aprono, in riferimento alle nuvole—questo sarebbero, fuor di metafora, le «porte del cielo»—appare forzato. La soluzione di Eustazio è brillante: μύκον è detto delle nuvole con allusione al ‘muggito’ dei tuoni, per cui l’espressione non è troppo audace ma perfettamente congegnata; le porte del cielo muggenti sono nuvole che emettono il sordo brontolìo del tuono. L’audacia omerica, qui, è lessicale e stilistica più che compositiva, e costituisce un valore aggiunto.

Nel secondo passo Eustazio interpreterebbe le minacce di Zeus come preannuncio della battaglia degli dèi di Il. 21, definendola ἀναιδέστερον, ‘rather offensive’, perché scarsamente plausibile. Non è però necessario ipotizzare una critica tanto impegnativa: Eustazio sta probabilmente alludendo ai vv. 8.413-424, nei quali Iris ripete le minacce di Zeus aggiungendo due versi (423s.) in cui rivolge di propria iniziativa parole contumeliose ad Atena; non sono però insulti veri e propri, come spiegano gli scolî bT ad loc., perché è impensabile che la dea trasgredisca gli ordini del padre. In Il. 8.399-408, afferma Eustazio, Omero anticipa l’ipotetica battaglia tra divinità narrata subito dopo da Iris in forma ἀναιδέστερον (‘più irrispettosa’) per l’aggiunta dei vv. 423-4, e ne parla come se potesse verificarsi davvero per tenere avvinto il lettore, che si domanda se Zeus porterà a compimento le proprie minacce (cf. in Il. 721.16-17 = 2.609.3-6 a Il. 8.415).

La puntuale trattazione delle teorie e delle prassi retoriche ed esegetiche adottate nei Commentarî all’Iliade riveste grande interesse non solo per i bizantinisti o per gli studiosi della tradizione e ricezione di Omero, che ne sono naturalmente il pubblico privilegiato, ma anche per chi si dedica, a qualunque titolo, alla storia della retorica. Il ricorso sistematico al testo di Eustazio in traduzioni scorrevoli e ampie parafrasi rende il volume accessibile a un pubblico di non specialisti (ai quali si poteva forse destinare qualche ulteriore riferimento testuale: ad es., sul basilare concetto del πιθανόν, Od. 19.203, con il commento eustaziano ad loc.; Esiodo Th. 27; Dionisio d’Alicarnasso Lys. 18.15-19; Strabone 1.2.9). Anche nei passaggi di maggiore complessità tecnica le tesi dell’autrice sono formulate e progressivamente riprese con chiarezza ed efficacia. Concorre a questo obiettivo la scelta di concentrare l’attenzione su un orizzonte selezionato e coerente di opere e autori, che aiuta il lettore a orientarsi e conferisce omogeneità alla trattazione, pur circoscrivendone talora la portata. L’approccio di van den Berg, infine, può fornire spunto e modello per analoghi studi che approfondiscano altri aspetti fondamentali dei Commentarî tanto all’Iliade quanto all’Odissea, proponendo all’attenzione e alla discussione di un più largo pubblico le parole e i pensieri del dotto bizantino.