BMCR 2022.02.37

Aristophanes’ Clouds: a commentary

, Aristophanes' Clouds: a commentary. Michigan classical commentaries. Ann Arbor: University of Michigan Press, 2021. Pp. 274. ISBN 9780472074778 $75.00.

Questo volume, il secondo della serie ‘Michigan Classical Commentaries’ (dopo quello pubblicato nel 2020 da C.A. Anderson e T.K. Dix, A Commentary on Aristophanes’ Knights) dedicato a una delle undici commedie conservate per intero del principale esponente della commedia attica antica, non ha la pretesa di sostituirsi alla pregevole (e per vari aspetti ancora insuperabile) edizione critica con commento di K.J. Dover (Aristophanes’ Clouds, Oxford 1968, rist. con correzioni 1989). È con tale dichiarazione di intenti che l’autore, S.D. Olson, tra i più competenti aristofanisti in circolazione, apre la Preface (p. IX)[1], dove lo studioso si premura di delineare il profilo dei lettori per cui risulta idealmente concepito il suo commento: «readers who know the basic forms, vocabulary and structures of classical Greek, but who may be unfamiliar with some of its complexities, with colloquial words and constructions, and with the cultural and literary environment in which Aristophanes’ play was composed and performed». Nondimeno, anche il lettore specialista – avverte Olson – «will nonetheless find useful observations … , especially in regard to matters of staging, usage and overall dramatic structure».

L’Introduction (pp. 1-13) è articolata in cinque sezioni, nella prima delle quali (The Poet and His Play: pp. 2-5) Olson fa il punto della situazione a proposito del problema del rifacimento delle Nuvole: la versione della pièce tramandata dai manoscritti medievali non è la stessa della commedia che si classificò al terzo posto alle Dionisie del 423 a.C., ma una rielaborazione composta da Aristofane fra il 420 e il 418/7 a.C. e, secondo la hypothesis VI 1-3 Wilson, mai portata in scena dal drammaturgo.[2] Riservata allo studio della caratterizzazione di Socrate nell’opera aristofanea è, quindi, la seconda sezione (Socrates in Clouds: pp. 5-7), mentre nella terza (Staging: pp. 7-9), dopo una breve descrizione delle parti principali della struttura architettonica del teatro di Dioniso nel V secolo a.C., Olson passa in rassegna tutti quegli aspetti tecnici legati alla messinscena delle Nuvole (dalla scenografia all’impiego delle macchine sceniche, dalla divisione dei ruoli fra gli attori ai costumi di questi ultimi e del coro). La quarta sezione (pp. 9-10), consacrata alla metrica, è suddivisa in due sottosezioni, una relativa agli Spoken Meters adoperati da Aristofane nella sua commedia e l’altra concernente i Sung Meters, cioè i metri ricorrenti nelle parti liriche e corali del dramma, la cui analisi è approfondita nell’Appendix II.I[3] Una bibliografia selezionata sulle Nuvole, sul corpus di drammi aristofanei, sulla poetica di Aristofane e sulla commedia in generale chiude l’Introduction (pp. 10-13).

Quanto al testo greco (pp. 17-59), privo di un apparato critico di corredo e non accompagnato purtroppo da una traduzione, che, invero, è per gran parte desumibile – con una operazione però alquanto disagevole – dalle note di commento ai singoli versi o a gruppi di versi, esso non si fonda su uno spoglio della tradizione manoscritta («I have done no manuscript work», precisa Olson a p. IX), ma è sostanzialmente frutto di una collazione delle edizioni di Dover e di N.G. Wilson (Aristophanis fabulae, I, Oxford 2007, pp. 137-202).[4] Da esse, comunque, Olson si è discostato nel sistema di punteggiatura, mediante l’inserzione di punti in alto[5], punti fermi[6], virgole[7], virgolette alte[8] e la cosiddetta ‘lineetta em rule’ (per mezzo della quale si evidenzia un cambio brusco nel pensiero del parlante ovvero un’interruzione di battuta)[9], nonché per la soppressione di virgole, specialmente in fine di verso[10], e di altri segni grafici.[11] Non mancano, poi, delle piccole modifiche nell’uso delle maiuscole[12] e delle minuscole[13] per le lettere iniziali di alcuni vocaboli, laddove le divergenze più sostanziali riguardano: a) la partizione dei vv. 566-567, per il cui schema metrico Olson si è uniformato a L.P.E. Parker (The Songs of Aristophanes, Oxford 1997, p. 194); b) l’omissione del v. 653, espunto da Dover (nonché da Wilson) come variante antica e contenutisticamente meno efficace del trimetro giambico successivo[14]; c) la promozione a testo dell’emendamento φέρ’; :: ὅπως (v. 664) di G. Hermann (Aristophanis Nubes, cum scholiis, Lipsiae 1799, pp. 108-109) in luogo di φέρε; :: πῶς, stampato da Dover e Wilson; d) l’adozione della grafia πο- invece di ποι-[15]; e) l’inclusione fra cruces dei vv. 953-954 e 1310a-b; f) il trattamento dell’incipit del v. 982, dove è preferita la sequenza οὐδ᾿ ἂν ἄνηθον, trasmessa da un ramo della tradizione manoscritta (non però dai codd. RV, che hanno οὐδ᾿ ἄνηθον, metricamente scorretto), a οὐδ᾿ ἄννηθον, che è una congettura di W. Dindorf (Aristophanis comoediae, III, Oxonii 1837, p. 176), accolta sia da Dover sia da Wilson; g) la scelta di emendare, al v. 1102, il testo della paradosi ὦ κινούμενοι in ὦ βινούμενοι e di valorizzare, ai vv. 1249 e 1376, le lezioni dei codici più antichi e autorevoli (Re V), τἀργύριον e κἀπέθλιβεν. Da segnalare, infine, l’indicazione del personaggio che dialoga con Strepsiade nei vv. 133-221 come ΟΙΚΕΤΗΣ ΣΩΚΡΑΤΟΥΣ e non come ΜΑΘΗΤΗΣ.

Nella sezione denominata Commentary (pp. 63-242), che occupa i due terzi del volume, trovano spazio, oltre che nozioni di carattere linguistico e grammaticale, accompagnate – si è detto in precedenza – da traduzioni e/o interpretazioni di singoli termini, nessi, costrutti oppure pericopi più o meno estese[16], anche notazioni didascaliche sulle scene (esemplare è la nota introduttiva di p. 63) e sulle azioni o i comportamenti dei personaggi aristofanei (cf., e.g., i vv. 5 e 9), ‘pillole’ di storia (cf., e.g., i vv. 186, 211-213), di mitologia (cf., e.g., i vv. 922, 1067), di geografia (cf., e.g., i vv. 323, 332, 401) e di prosopografia (cf., e.g., i vv. 31, 46, 104), notizie di natura scoliastica (cf., e.g., i vv. 30, 257), informazioni di taglio divulgativo relative alla vita quotidiana nell’Atene di V secolo a.C. (cf., e.g., i vv. 65, 386-387, 408) e considerazioni d’argomento filologico, tra cui si segnalano inoltre alcuni spunti originali. Eccone degli esempi:

Nu. 42 (p. 70): Pur allineandosi al testo di Dover e Wilson, che stampano ἐπῆρε (III persona singolare dell’indicativo aoristo attivo di ἐπαίρω), Olson non esclude che «the proper reading might be the imperfect ἐπ-ῇρε (“kept encouraging”)»[17], sulla base dell’assunto che «scribes often neglected iota-subscript».[18]

Nu. 420-421 (p. 120): A proposito della pericope καὶ φειδωλοῦ καὶ τρυσιβίου γαστρός (v. 421) e del primo dei due attributi di γαστρός (l’aggettivo φειδωλός, che, normalmente a tre uscite, secondo LSJ, s.v., p. 1921, avrebbe qui eccezionalmente due sole terminazioni), Olson avanza dubitativamente l’ipotesi che la lezione originaria fosse φειδωλῆς, successivamente corrottasi in φειδωλοῦ per effetto di un «early scribal error» e per influsso della «long series of second-declension endings that surround it».

Seguono tre Appendici, nella prima delle quali Olson ha raccolto e tradotto i frammenti riconducibili alle Nuvole I (p. 243); la seconda (pp. 245-248) consta di una selezione di «passages from comedy referencing Socrates» e di «passages from comedy referencing Chairephon»; nella terza (pp. 249-253), come è già stato anticipato, vi sono gli schemi metrici relativi ai Sung Meters.

Chiudono il volume un Index of People, Places, and Objects (pp. 255-260) e un Index of Greek Words (pp. 261-263).

Notes

[1] Eccessivamente riduttiva, nella Preface, mi pare l’affermazione iniziale secondo cui «no substantial scholarly edition of Aristophanes’ Clouds has been published since K.J. Dover’s over 50 years ago» (p. IX): oltre all’edizione con brevi note di commento curata da A.H. Sommerstein nel 1982 per i tipi della Aris & Phillips (tale lavoro è classificato come «student edition» a p. 10), un posto di rilievo negli studi (non in lingua inglese) sulle Nuvole spetta certamente all’edizione della Fondazione Lorenzo Valla allestita da G. Guidorizzi (con introduzione e traduzione italiana di D. Del Corno) e apparsa alle stampe nel 1996. Non va poi dimenticata l’edizione OCT di N.G. Wilson (con il suo complemento, Aristophanea: Studies on the Text of Aristophanes, Oxford 2007).

[2] Senz’altro estranei alla redazione del 423 a.C. sono i vv. 518-562 dell’attuale parabasi, in cui si fa esplicita menzione del Marikas di Eupoli (vv. 553-556), che dallo schol. [E] Ar. Nu. 553 Holwerda sappiamo essere stato rappresentato nel 421 a.C. (alle Lenee: cf. S.D. Olson, Eupolis. HeilotesChrysoun genos (frr. 147–325), Heidelberg 2016, p. 129).

[3] Qui sono graficamente illustrati gli schemi metrici dei vv. 275-290, 298-313, 457-475, 512-517, 563-574, 595-606, 700-706, 804-813, 949-958, 1024-1033, 1154-1170, 1206-1213, 1303-1320, 1345-1350, 1391-1396.

[4] Spesso e volentieri, è preferito il testo di Dover a quello di Wilson a livello di punteggiatura, di singoli vocaboli (e.g., vv. 31, 476, 638), di brevi pericopi (e.g., vv. 486, 528, 1350) o di gruppi di versi (e.g., vv. 279-280, 598-600, 702-703, 935-937a, 1285-1286 [con il mantenimento delle cruces] e 1437-1439 [non espunti come in Wilson, che li reputa «vix idonei»]). Inoltre, in sintonia con Dover, Olson non traspone i vv. 423-426 dopo il v. 411, come fa Wilson, uniformandosi a F.V. Fritzsche (De fabulis ab Aristophane retractatis, III, Rostochii 1851, p. 6). Con minore frequenza, invece, viene accordata fiducia a Wilson a scapito di Dover: cf., e.g., i vv. 769 (Dover stampa Στ. ἔγωγε. [Σω.] φέρε, τί δῆτ’ ἄν, [Στ.] εἰ ταύτην λαβών), 1007 (Dover inserisce fra cruces la forma participiale φυλλοβολούσης). Qua e là si registrano anche delle critiche alle scelte editoriali di Wilson e alla sua ‘tendenza interventista’: cf., e.g., i commenti ai vv. 1275 (p. 218), 1285-1286 (p. 219), 1349-1350 e 1351-1352 (p. 225), 1360 (p. 226).

[5] Cf. i vv. 5, 25, 105, 143, 145, 182, 218, 245, 314, 358, 409, 483b, 527, 579, 614, 727, 783, 1059, 1063, 1078, 1116, 1123, 1134, 1136, 1171a, 1181, 1228, 1291bis, 1346, 1356, 1392, 1400, 1406, 1468, 1486, 1490.

[6] Cf. i vv. 642, 1080.

[7] Cf. i vv. 20, 67, 101, 105, 273, 301, 394, 426, 485, 489, 543, 583, 611, 759, 836, 854, 866, 978, 995, 998, 1068, 1077, 1186, 1348.

[8] Cf. i vv. 63, 335, 872.

[9] Cf. i vv. 35bis, 746, 1150.

[10] Cf. i vv. 69, 71, 95, 121, 157, 226, 264, 265, 270, 271, 272, 296, 299-300, 305, 306, 310, 406, 608, 617, 649, 710, 714, 777, 822, 845, 961, 993, 994, 1007, 1208, 1316, 1418, 1454, 1458, 1471.

[11] Cf. i vv. 304 (ἀναδείκνυται·, in Dover), 408 (Διασίοισιν., in Dover), 995 (†ἀναπλήσειν†, in Dover).

[12] Cf. il v. 1038 (Ἥττων … Λόγος).

[13] Cf. il v. 271 (νύμφαις).

[14] Prima di Olson, la medesima soluzione editoriale era stata attuata da Sommerstein (p. 70). Tra i difensori della paradosi c’è invece B. Marzullo (Aristophanes, Nub. 652–4, «Philologus» CXVII [1973], p. 132), da cui dipende, per es., G. Mastromarco (Commedie di Aristofane, I, Torino 1983, p. 88); vd. inoltre Guidorizzi, cit. in n. 1, pp. 88, 273-274; F. Cannatà, Aristofane, Nuvole 652-654: una proposta, «QUCC», n.s., LVIII (1998), pp. 15-26.

[15] Cf. i vv. 723 (ποεῖς), 895 (ποῶν), 1054 (ποεῖ).

[16] Frequenti sono i confronti, a livello di resa, con le lingue moderne (in primis, l’inglese).

[17] D’altronde, ἐπῆιρε è, come informa Dover (p. 9), la lectio del Ravennate.

[18] Sulle ragioni a sostegno dell’aoristo ἐπῆρε, si rinvia a Dover, p. 99.