BMCR 2020.11.32

The Indo-Roman pepper trade and the Muziris papyrus

, The Indo-Roman pepper trade and the Muziris papyrus. Oxford studies on the Roman economy. Oxford; New York: Oxford University Press, 2020. Pp. xxiv, 381. ISBN 9780198842347 $110.00.

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Il volume è un’opera monumentale per vari aspetti: cura esegetica, quantità e molteplicità delle fonti e dei dati raccolti; ampiezza del panorama storico che va dal periodo romano, il II secolo del papiro di Muziris, a contesti precedenti e successivi fino all’epoca premoderna. Federico De Romanis offre ben più di quanto il titolo promette ricostruendo un grande mosaico multidisciplinare che interessa lo storico antichista, il papirologo, il geografo antichista, lo studioso di economie antiche, l’indianista.

Il focus del volume è uno studio sul Papiro di Muziris, ovvero il P. Vindob. G 40822: non solo analisi dei due testi, ma soprattutto indagine sugli scambi commerciali tra l’Impero Romano e l’India. Già il Sommario[1] di apertura e gli accurati Indici finali dell’opera rendono l’idea di questo studio notevolissimo.

L’autore fa dialogare ingegnosamente il cosiddetto Papiro di Muziris[2] con tutte le fonti utili riuscendo a ricostruire molto più di quanto i testi (sul recto e sul verso) del Papiro non dicano. Infatti, i gravi problemi interpretativi emersi fin dall’editio princeps del 1985,[3] vengono dalla frammentarietà del reperto. Occorre dire che le lacune dei testi sono tali da aver generato una gran mole di interventi critici e, di conseguenza, interpretazioni divergenti, tra le quali De Romanis si muove con mano sicura. Proprio siffatta complessità rende talvolta molto impegnativa la lettura del Volume, ma il lettore che proceda con pazienza, pagina dopo pagina, trova poi ogni chiarimento e argomentazione. Nonostante il corredo abbondante di mappe e di tabelle, in alcuni casi (Parte I, capitoli 1.1 – 1.3) si apprezzerebbe il supporto di qualche carta geografica più estesa, con nomi antichi e moderni delle località. Tuttavia, si comprendono bene le scelte di pubblicazione e del resto, si tratta di un complemento editoriale dalla attuazione non facile.

I dati offerti dal Papiro, confrontati e completati dalle fonti greche, latine, indiane acquistano così un significato ancora maggiore nella storia dei rapporti commerciali tra Roma e l’India meridionale. Il loro peso viene compreso meglio con il paragone di situazioni analoghe dei commerci navali tra Occidente e India nel Medioevo e nel Rinascimento.

I due testi, redatti con una grafia differente, sono assegnati su base paleografica[4] intorno alla metà del II secolo d.C. Il documento sul recto è un contratto, un prestito marittimo, pattuito ad Alessandria,[5] tra un uomo d’affari finanziatore e un mercante che riceve il prestito prima di partire per un viaggio commerciale verso l’India. Purtroppo, delle tre colonne presumibili del testo originario, sopravvive solo la seconda quasi per intero (26 righe). Restano ignoti i due contraenti, e la ragione del prestito. Il mercante, in sostanza, approdato probabilmente a Berenice, si impegna a consegnare il carico della nave ad un cammelliere, per trasportarlo attraverso il deserto fino a Coptos, dove lo metterà a disposizione del finanziatore. Risalirà poi il fiume Nilo per arrivare fino ad Alessandria, dove, di nuovo, metterà il carico a disposizione del Prestatore, fino al pagamento della tetarte.[6] Lo scenario descritto si riferisce quindi al viaggio di ritorno dall’India: dal Mar Rosso, la risalita lungo il Nilo per giungere ad Alessandria, un tragitto ben noto già da Plinio (St. Nat. VI 101 – 106).

Secondo De Romanis, il contratto valeva un anno, mentre il denaro doveva esser restituito “secondo la scadenza tradizionale per i prestiti di Muziris” (p. 159). Qui è citata Muziris, la città indiana in una clausola lacunosa da rendere problematica l’interpretazione: il senso scelto che allude alle convenzioni usuali per simili prestiti è discusso in modo ampio e convincente (pp. 160 – 170). In ogni caso, il denaro non serviva per acquistare le merci, bensì per coprire le spese di trasporto solo all’interno dell’Egitto nel viaggio commerciale da Alessandria a Muziris, via Coptos – Berenice e ritorno. Tra i molti punti analizzati, un altro notevole riguarda il significato di un impegno ulteriore che si prende il mercante, il quale dice di mettere il cargo “sotto il potere e il sigillo” (col. II, 4-6) del finanziatore o dei suoi agenti (pp. 179 – 184).

La vicenda offre lo spunto per studiare l’organizzazione di questi commerci sotto diversi aspetti. In primis, quello geografico: l’autore studia le rotte seguite (a diverse latitudini) dal Mar Rosso all’Oceano Indiano, il loro uso nei secoli, le confronta con i percorsi analoghi nella tarda antichità fino al Cinquecento. Si approfondiscono anche il regime dei monsoni che condizionava la tempistica e la riuscita dei viaggi, lo sfruttamento del cosiddetto Canale di Traiano.[7] L’approdo nelle città commerciali dell’India meridionale per il reperimento di spezie, aromi e altre merci pregiate, divenute indispensabili al luxus dei Romani, non è scevro da altre difficoltà, che ugualmente De Romanis indaga: dove si colloca la Limyrike, zona costiera nota da Tolomeo e dal Periplus Maris Erythraei? (p. 86), di cui appunto Muziris faceva parte, assieme ad altre città-emporia come Nelkynda, Tyndis e Naura. Un altro prodotto assai ricercato era il pepe, raccolto nella vicina regione dei monti Ghati occidentali. Nei due testi non è citato, tuttavia, il pepe aveva un ruolo centrale nei commerci con l’India e De Romanis presenta, come stiamo per vedere, ragioni convincenti per dimostrarne la presenza.

Il verso presenta un testo, ancora molto danneggiato, in (almeno) tre colonne, di cui solo la terza[8] (di 30 righe), è leggibile quasi per intero. È un conto di merci, per ciascuna delle quali sono dati pesi e valori ai fini fiscali. In sé e per sé, appare come un documento indipendente[9] da quello del recto, anche se le merci elencate nel conto e trasportate dalla nave Hermapollon — sei carichi, di cui sopravvivono nel testo solo le menzioni di nardo gangetico e dell’avorio — fanno presumere in modo fondato un legame con il contratto scritto sull’altro lato, dato che questi prodotti erano specifici della Limyrike. De Romanis dà per scontato tale rapporto, già ipotizzato da studiosi precedenti,[10] e lo rafforza proponendo altri due elementi: il finanziatore del recto era la stessa persona che figura come paralemptes delle tasse sulle merci di cui si redige il conto sul verso. In più, egli ipotizza che il proprietario della Hermapollon (verso, col. III. 28) fosse lo stesso individuo che aveva ricevuto il prestito del recto (pp. 312 – 317). L’interpretazione è suggestiva.

Come ingegnoso e convincente è il ragionamento per dedurre quali fossero gli altri tre carichi di merce la cui menzione, perduta, era nella colonna precedente, la seconda, di cui sopravvivono solo le cifre di pesi e di prezzi. Basandosi su queste cifre e confrontando il prezzo del pepe fornito da Plinio, egli afferma che il carico maggiore della nave fosse di pepe (pp. 241 – 250). Il confronto con il Periplus, l’Edictum de pretiis e Plinio gli consente di suggerire, in modo meno sicuro, che le altre merci fossero gusci di tartaruga e malabathron[11] — tutte caratteristiche dell’India meridionale, come il nardo e l’avorio citati nel testo. Di ogni merce elencata sono approfonditi qualità, prezzi e quantitativi, anche paragonandoli alle medesime, importate diversi secoli dopo, quali si trovano nei giornali di bordo dei mercanti del 1500-1600. De Romanis si chiede anche come mai non compaiano altri prodotti esportati dall’India come i diamanti o le perle[12] o la seta (proveniente dalla Cina): non erano stati acquistati o non sono stati fatti rientrare nel resoconto fiscale per un qualche motivo? Come erano tassati? Altre domande che restano aperte.

Lo studio dei carichi delle merci risulta altrettanto interessante, anche perché consente all’autore di ricostruire il tonnellaggio della Hermapollon, che doveva essere sulle 635 tonnellate (delle quali, circa 552 solo di pepe, p. 252), una stazza normale per le navi mercantili in uso dall’epoca augustea e analoga a quella dei cargo portoghesi diretti verso l’India, nei primi anni del 1500. Il tonnellaggio delle navi antiche è un argomento che dai ritrovamenti archeologici e subacquei recenti ha derivato testimonianze notevoli[13]: la cantieristica navale dei Romani, almeno a partire dal I a.C., dimostra qualità e risultati imponenti, a lungo sottovalutati.

La natura del conto[14] resta oscura: era un promemoria personale dello scrivente, del mercante, per valutare quanto valore delle merci gli rimanesse, una volta sottratti i dazi doganali e le altre imposte? Come mai le stime sono applicate ai soli ¾ dei carichi? L’autore cerca di ricostruire i regimi fiscali a cui erano sottoposti i prodotti, il relativo pagamento (in denaro o in natura) e la logistica delle riscossioni: dove si pagava la tetarte? Ad Alessandria, ma le merci erano soggette a tasse doganali anche all’ingresso dell’Egitto, quindi anche a Coptos, dove c’era un ufficio di arabarchai,[15] esattori, a cui sovrintendeva un paralemptes.

Il Papiro, indubbiamente straordinario, trova in questo volume una vera e propria Summa che ne valorizza ogni aspetto. Pure, nuova luce viene sui commerci tra l’Impero romano e l’India, la cui importanza, già palese da alcune fonti letterarie (Plinio, Strabone, il Periplus), risulta approfondita. Come spesso accade nei papiri documentari, il loro stato frammentario e il linguaggio oscuro mettono a dura prova l’acume dell’interprete nel cogliere il senso delle operazioni quotidiane descritte. È degno di nota che un autore solo sappia padroneggiare materie e conoscenze così diverse, necessarie ad interpretare i tanti aspetti enigmatici riuniti in un solo documento.

Notes

[1] L’Indice-Sommario è dato nel sito della Oxford University Press e da Google Books, che consente una preview di alcune pagine.

[2] Così citato dal nome della località indiana di Muziris: Mouzeirin  compare alla l. 12 del recto, col. II, nota da Plinio, St. Nat., VI 104, dal Periplus Maris Erythraei, 53 e da Tolomeo, Geogr., VII, 1.8.5 (e dalla Tab. Peutingeriana). Peraltro, la posizione geografica precisa di Muziris resta approssimativa, nella zona del sito archeologico di Pattanam (p. 86), nel Kerala. Una buona panoramica dal punto di vista delle fonti indiane in Wikipedia “Muziris”.

[3] Aggiungo che la ricchissima storia editoriale del reperto, conservato alla Nationalbibliothek di Vienna e di cui è data la riproduzione fotografica nel volume (pp. 12-13),  può essere ripercorsa nei portali: Papyri.info sb.18.13167 e Trismegistos 27666. Il papiro, noto anche come SB XVIII 13167, misura circa cm 38 x 27.

[4] L’assegnazione cronologica è sicura.

[5] La lettura Alexandreia (col. II, 8) è certa, nonostante sia integrata.

[6] Nell’impero romano, le merci che venivano dall’India erano sottoposte ad un sistema complesso di tassazione, di cui la  tetarte, una tassa del 25%, era solo un passaggio.

[7] Sul quale l’autore indaga nei suoi antecedenti fino al declino successivo. Questo Canale non rientrava nella rotta seguita, che, invece, si manteneva molto più a sud, preferendo la via carovaniera, oggi ben attestata, tra Berenice e Coptos. Su questi itinerari nel deserto, v. ora: Sidebotham, S.E. – Gates-Forster, J.E. – Rivard, J.L., (edd.), The Archaeological Survey of the Desert Roads between Berenike and the Nile Valley. Expeditions by the University of Michigan and the University of Delaware … 1987-2015, Boston, 2019.

[8] De Romanis,  rivedendo l’estensione del testo, rinumera le colonne: la terza data qui era la seconda nelle edizioni precedenti. V. la ricostruzione nel disegno a p. 24.

[9] Normalmente, nella documentazione papirologica, i testi su una facciata sono indipendenti da quelli, eventualmente, scritti sul lato opposto del reperto. I testi redatti sul verso sono posteriori rispetto a quelli sul recto, dato che scrivere sul verso era una pratica di riuso del materiale, v.: Messeri Savorelli, G. – Pintaudi, R., Petizione al KomogrammateusPetesuchos, “ZPE” 104, 1994, pp. 233-4, nota 1.

[10] A partire dallo stesso De Romanis, Commercio, metrologia e fiscalità. Su P.Vindob.40822 verso, “Mélanges de l’Ecole française de Rome, Antiquité”, 110/1, 1998, pp. 11-60, in particolare p. 14.

[11] Altri prodotti importati dall’India: i gusci di tartaruga che, tagliati in lamine, servivano per decorazione e le foglie del malabathron  da cui si ricavava un olio usato in medicamenti e profumi.

[12] Sulle perle e altre merci indiane di pregio importate a Roma, si veda oggi: Schneider, P. (ed.), Dossier Perles et écaille, “Topoi” 22/1, 2018, pp. 11-179.

[13] Nel Volume p. 252 e seg.

[14] De Romanis ha studiato nei minimi dettagli il conto per spiegare i valori e i prezzi riferiti alle merci, e la relativa tassazione, v. supra nota 10.

[15] È nota anche la forma alabarches.