BMCR 2020.10.47

Emotions, persuasion, and public discourse in classical Athens. Ancient emotions II

, Emotions, persuasion, and public discourse in classical Athens. Trends in classics, supplementary volumes, 83. Berlin; Boston: De Gruyter, 2019. Pp. 220. ISBN 9783110618037 €79,95.

Proseguendo le ricerche sulle emozioni e sulla creazione delle emozioni in riferimento al mondo antico – tema al quale ha dedicato numerosi articoli preliminari – Dimos Spatharas (University of Crete, Greece) propone questo lavoro che, a studi già pubblicati, adeguatamente sintetizzati e rielaborati, somma elementi di novità frutto di ulteriori indagini.

Il volume, edito da De Gruyter, si compone di una lunga e articolata introduzione (pp. 1-23) e di cinque capitoli (I. Vision and emotions in Gorgias, pp. 24-56; II. Vision and collective emotions in Thucydides: eros, pothos, and anger, pp. 57-79; III. Enargeia, emotions, and violence in forensic storytelling, pp. 80-122; IV. The ideological uses of ‘legitimate envy’ in classical Athens, pp. 123-158; V. Self-praise and envy in rhetoric and the Athenian courts, pp. 159-188). A essi fanno seguito le conclusioni (pp. 189-192); una ricca e aggiornata bibliografia (193-210); gli indici delle cose e dei nomi (pp. 211-214); gli indici delle fonti (pp. 215-222).

L’obiettivo dichiarato del volume è sia quello di indagare le emozioni, così come si ricavano dai testi antichi, sulla base di un approccio interdisciplinare, che unisce a metodi più tradizionali strumenti di indagine mutuati da psicologia e antropologia, sia – come rileva l’autore nella sua Preface – “to suggest methods of analysis which may facilitate our understanding of the literacy, social, cultural contexts in which persuasion is either theoretically discussed by ancient authorities or is practiced by public speakers in different settings” (p. VI). In particolare, Spatharas cerca di ricavare dai testi le emozioni – nello specifico amore, invidia, rabbia, pietà – che un politico, un retore, un oratore erano in grado di suscitare nel pubblico attraverso raffinate tecniche di manipolazione.

Senza la pretesa di considerare complessivamente i testi esaminati dall’autore, mi soffermerò solo su alcuni di essi, la cui analisi fa emergere con maggiore evidenza la novità dell’approccio e la proposta interpretativa. Nell’Encomio di Elena di Gorgia Spatharas rileva un incrocio tra senso ed emozione. In questo caso la vista (Elena vede Paride) generava desiderio (Elena desidera Paride) e così ciò che la donna vedeva diventava oggetto del suo eros (pp. 24-56). Ugualmente nel discorso di Pericle per i caduti nel primo anno della guerra contro Sparta (431), l’autore rintraccia la ‘visione’ idealizzata di Atene, che lo statista proponeva ai concittadini: un’immagine di grandiosità, che Pericle costruiva impiegando argomentazioni adeguate alle circostanze. Gli erano utili per tamponare le ferite dei concittadini, indurli a mettere da parte il dolore per i lutti subiti, spronarli a ‘guardare’ allo splendore della città in cui erano nati, erano stati educati, vivevano. Tale ‘visione’, sapientemente costruita da Pericle e riportata da Tucidide nelle pagine della sua opera storica, da una parte, alimentava l’amore degli Ateniesi per la loro polis, dall’altra intendeva suscitare l’invidia delle altre comunità greche e soprattutto degli Spartani incapaci di raggiungere un benessere e uno splendore così elevati (pp. 61-65).

Analoga struttura – rileva Spatharas – sembrano avere i discorsi di Nicia e Alcibiade agli Ateniesi risalenti al 415 alla vigilia della spedizione in Sicilia e riportati ancora da Tucidide. Pur con impostazioni differenti, i due personaggi proponevano ai concittadini la ‘visione’ idealizzata di una terra (la Sicilia), che in realtà non avevano mai visitato. Con tale espediente entrambi suscitavano e alimentavano il ‘desiderio’ irrazionale degli Ateniesi di lanciarsi alla conquista dell’isola, promuovendo quella spedizione militare che – come è noto – avrebbe avuto esiti drammatici (pp. 65-72).

Retori (Gorgia), storici (Tucidide) ma anche oratori nell’analisi di Spatharas, che dedica ampio spazio a Demostene ed Eschine. Nel discorso Contro Conone, Demostene, attraverso l’uso di un linguaggio figurativo, portava i giudici a ‘vedere’ le ferite che Conone aveva inflitto al povero Aristone, in un’azione efferata della quale era accusato. Un artificio, questo, finalizzato a suscitare emozioni nella corte in procinto di emettere un verdetto. Le parole dell’oratore rendevano ‘visibili’ le ferite di Aristone, e contribuivano a destare nei giudici due sentimenti contrastanti: pietà verso la vittima, rabbia verso il carnefice, del quale ‘vedevano’ sia l’atto di hybris, sia il comportamento e l’atteggiamento pericoloso verso l’assetto sociale e politico di Atene. Le emozioni ingenerate da Demostene contribuivano al verdetto di condanna (pp. 103-109).

Analoghi stratagemmi Spatharas rintraccia nell’orazione Sulla corrotta ambasceria di Demostene e nel Contro Timarco di Eschine. Nel Sulla corrotta ambasceria Demostene, attaccando Eschine, ne ricordava tra l’altro la partecipazione a un banchetto in Macedonia organizzato da un hetairos di Filippo, durante il quale era stata praticata violenza a una donna di Olinto: si trattava – rimarcava l’oratore – di una donna libera, divenuta schiava dopo la distruzione della sua città a opera del re macedone nel 348. Proprio attraverso la ‘visione’ di questa scena, costruita nuovamente attraverso un linguaggio figurativo, Demostene mirava a suscitare nei giudici un sentimento di ‘rabbia’ verso l’accusato del quale auspicava la condanna (pp. 109-116). Di un espediente ‘visivo’ si serviva anche Eschine nel Contro Timarco, un antimacedone vicino a Demostene, del quale descriveva fin nei minimi dettagli (molti dei quali scabrosi) la condotta immorale. ‘Visual stories’ che dovevano avere un impatto emotivo sui giudici, indotti dalle parole dell’oratore a provare un sentimento di disgusto per l’imputato, e a sentenziarne la colpevolezza (pp. 117-122).

In un volume non privo di spunti interessanti suscita perplessità soprattutto l’organizzazione degli argomenti trattati. Si ha l’impressione, infatti, che a dettare l’indice generale siano state le precedenti ricerche dell’autore che, come egli stesso evidenza a p. VIII, fanno da base ad alcuni capitoli. Tale genesi crea una sorta di frattura tra le varie parti del volume; induce alla ripetizione di concetti e alla ripresa di temi, che non si esauriscono in un solo capitolo, ma vengono continuamente riproposti appesantendo non poco la lettura; costringe l’autore a continui chiarimenti e costanti rimandi interni: lunghi duplicati senza i quali il volume avrebbe guadagnato in fluidità. Non avrebbe guastato poi qualche notizia in più sui diversi testi presi in considerazione e un loro un più preciso inquadramento storico.

In ogni caso, considerando i limiti della documentazione disponibile, una ricerca come quella di Spatharas, che prova a rintracciare nelle fonti le emozioni e gli strumenti impiegati per suscitarle, merita certamente di essere apprezzata e proseguita. Essa dimostra che, se sezionati con nuovi strumenti, sottoposti a nuovi quesiti, guardati da nuovi punti di osservazione, testi abbondantemente letti e studiati possono ancora offrire delle risposte, mostrare la loro attualità, e non mancare di stupirci nuovamente.