BMCR 2020.06.40

A lume di naso: olfatto, profumi, aromi tra mondo antico e contemporaneo

Vincenzo Bochicchio, Marco Mazzeo, Giuseppe Squillace, A lume di naso: olfatto, profumi, aromi tra mondo antico e contemporaneo. Macerata: Quodlibet, 2019. 186 p.. ISBN 9788822903464 €20,00 (pb).

[The Table of Contents is listed below.]

I curatori del volume, V. Bochicchio, M. Mazzeo e G. Squillace, si prefissano uno scopo ambizioso, che riescono a raggiungere a parere del recensore: illustrare, scandagliando ambiti del sapere lontanissimi tra loro, le tante sfaccettature del mondo aromatico e della sfera dell’olfatto, dal mondo antico a quello odierno. La prima parte del libro, infatti, propone alcuni studi sul rapporto tra olfatto e mondo antico e due indagini sull’importanza culturale ed economica delle sostanze aromatiche nella Magna Grecia e in reperti archeologici quali l’anfora argentea di Baratti. La seconda sezione contiene contributi che mostrano il ruolo dell’olfatto in svariate prassi culturali e le strutture neuropsicologhe. La terza parte si sofferma su una serie di testimonianze che illustrano il modo nel quale oggi si producono o si impiegano le sostanze aromatiche.

Di grande interesse è il primo contributo del volume, a cura di M. Giordano (Odori divini e fumo di grigliata tra la Grecia e Tiergarten); il saggio parte dalla considerazione che un certo odore acquisisce valenza positiva o negativa a seconda dei contesti storico-culturali. Si prende in esame, nel mondo antico, l’area dei profumi associati agli dei; l’odore del fumo proveniente dalla combustione del grasso e della carne animali, nell’ambito dei sacrifici agli dei, acquisisce nel mondo greco valore positivo. Il fumo odoroso del sacrificio si leva dall’altare verso l’alto e raggiunge gli dei che ne godono e da cui sono onorati: diviene anzi mezzo di comunicazione tra uomini e dei. L’essere umano mangia carne, ma la mangia cotta; dalla carne estrae la parte che non deperisce e attraverso il fuoco la trasforma in fumo profumato, la consacra e offre agli dei ossa bianche e fumo. Intrigante il paragone finale con un’altra dimensione storica, quella della Germania riunificata degli anni ’90, in cui venivano messe al bando le grigliate all’aria aperta, specie nel Tiergarten, il nuovo polmone verde della Berlino unificata, tranne che in spazi appositamente stabiliti. L’esempio dimostra in modo calzante la differente valenza culturale che assume il fumo proveniente dalla carne cotta in civiltà diverse.

L’articolo di F. Bue (Tura… sonant et odorant aëra fumis. Incenso e suoni nell’immaginario antico) attraverso una suggestiva analisi di brani letterari, da Omero al periodo tardoantico, dimostra come l’azione concreta dei fumi e dell’incenso, insieme a quella dei suoni e dei canti in ambito sacrale, contribuisce a rendere una cerimonia religiosa antica un evento sinestetico totale. Se l’incenso appare menzionato per la prima volta nel mondo greco non da Omero ma da Saffo, l’uso di bruciare sostanze odorose sugli altari è già noto nel periodo minoico-miceneo. Lo studioso analizza diversi passi omerici (ad es. Il. 1, 317 e 8, 509) in cui il moto ascendente verso il cielo è utilizzato sia per i fumi dei sacrifici, sia per i suoni; al cielo possono arrivare anche voci di eroi e di umani. Nel fr. 44, 24-34 Voigt di Saffo, all’interno dell’imeneo dedicato a Ettore e Andromaca, insieme ai suoni, incenso, cassia, mirra rituali si diffondono nell’aria con i loro moti ascensionali. Nel mondo latino, tra gli altri, Ovidio ricorre spesso al binomio incenso-suoni come modulo compositivo utile a descrivere l’atto di invocazione e di comunicazione con il divino (ad es. Met. 4, 11; 6, 159-161, 164; 9, 159). Anche nei testi della cultura giudaico-cristiana frequenti sono le costanti associazioni di suoni e incenso, oltre al loro moto ascendente e alla loro concretezza (ad es. i primi versi del Salmo 140 nella versione della Settanta o Apocalisse 8, 3-4). Lo studioso analizza infine Ov. Met. 15, 732-734; all’interno della descrizione del trasporto del serpente di Esculapio da Epidauro a Roma, una folla saluta il serpente con grida di giubilo; interessante che a risuonare, oltre alle urla, sia l’incenso, udibile da entrambe le sponde del Tevere (vv. 733-734, tura… / parte ab utraque sonant et odorant aëra fumis). Discute le principali ipotesi esegetiche: secondo la prima, Ovidio descriverebbe in realtà non il suono dell’incenso, ma quello del fuoco, cui si mescola l’incenso, da un punto di vista olfattivo, visivo, sonoro; in base alla seconda, di certo più affascinante, tura sonant andrebbe intesa come immagine iperbolica che esprime in modo efficace la grande quantità di incenso gettata sui fuochi sacrificali. Va evidenziato, infine, che solo in Ovidio il verbo sono è utilizzato in riferimento all’incenso.

Lo studio di G. Squillace, Tra medicina e profumeria antica: la figura di Apollonio Mys. Nota ad Apollonio Testimonium 8 von Staden, prende in esame il passo di Ateneo (15, 688e-689 Kaibel), che riporta l’unico brano di un’opera perduta Sui profumi del medico Apollonio detto Mys (I a. C.-I d. C.); le notizie contenute nel brano compaiono compresse e selezionate in Plinio (nat. hist. 13, 4-6). Il passo aiuta a capire le dinamiche del mercato dei profumi, indicandone i centri di produzione e rilevando le mode legate alle fragranze: se tra V e IV sec. a. C. la città nevralgica del commercio dei profumi era Atene, poi divennero tali le capitali dei regni ellenistici, quindi Roma e alcune città italiche.

C. Murolo (Archeologia e profumi: l’anfora argentea di Baratti) sceglie di compiere un’originale analisi del repertorio iconografico della famosa anfora di fine IV secolo, conservata nel Museo di Populonia, alla luce del rapporto tra i miti raffigurati ed i profumi ad essi connessi. Molto usato in cosmetica e fitoterapia è l’alloro, cui si allude col mito di Apollo e Dafne, così come ha effetti curativi il fiore del giacinto, il cui mito è rappresentato sul vaso. Anche il dio Dioniso, ivi raffigurato, ha attinenze con piante legate a cosmesi e medicina come edera, mirto, pino, vite, fico. Persino la pantera, associata a Dioniso, per i Greci aveva un buon profumo, in grado di attirare le prede.

È convincente la tesi che propone lo studio di L. Altomare (La ricezione della cultura aromatica nelle necropoli enotrie di Francavilla Marittima e Amendolara) che ha preso in esame i vasi portaprofumi presenti nelle suddette necropoli; se è vero che i modelli culturali ellenici, soprattutto quelli sibariti, influenzarono la cultura enotria, tuttavia le locali società indigene non subirono passivamente la sostituzione dei propri portati culturali in favore di quelli greci; si realizzò invece un proficuo scambio di usi e costumi; i profumi greci entrarono quindi nelle prassi funerarie delle comunità enotrie, per restituire decoro olfattivo ai defunti.

Il saggio di L. D’Angelo (Il profumo dell’evoluzione) costituisce un’introduzione necessaria e interessante alla seconda sezione del volume. La studiosa, infatti, sottolinea che l’olfatto, insieme a tutti i sensi chimici, è il più antico mezzo di comunicazione tra gli organismi. Ogni specie riconosce segnali chimici relativi alla propria ecologia evolutiva. Gli studi sull’olfatto hanno applicazioni pratiche in biomedicina, ma hanno effetti anche in campo socio-economico (basti pensare all’interesse per tali studi da parte di chi produce alimenti, bevande, profumi).

V. Bochicchio, nel suo contributo (Epistemologia dell’oggetto olfattivo: evidenze psicobiologiche e caratteristiche fenomenologiche a confronto), parte dalla constatazione che nelle scienze occidentali la visione è stata eletta di fatto a senso paradigmatico dell’accesso dell’uomo all’oggettività esterna. L’odore si forma in una struttura cerebrale prossima all’epitelio olfattivo, il bulbo olfattivo. Questi spegne l’input recettoriale di sfondo e rafforza il segnale più significativo (pattern separation epattern completion). L’epitelio olfattivo è colpito da centinaia di molecole di odoranti diversi ma si costituisce un singolo ‘vissuto’ olfattivo (percepiamo un odore e, con qualche allenamento, due o tre componenti). Questa obliterazione dello sfondo non rende però l’odore un’entità ‘meno oggettuale’ delle ‘cose viste’. Va infatti ricordato che l’olfatto è un senso filogeneticamente più antico della vista, molto più sviluppato in mammiferi inferiori (ad esempio i roditori), che hanno un rapporto con l’ambiente meno “mediato” e sofisticato del nostro. La funzione dell’odore è infatti quella di indurre immediatamente un comportamento, una reazione, potenzialmente vitale per l’individuo e per la specie. La triade vista-pensiero-linguaggio ha ‘sganciato’ l’essere umano dall’ambiente, interponendo tra la percezione e il comportamento un filtro cognitivo. La conclusione condivisibile dello studioso contribuisce a demolire le tesi che negano all’odore un proprio statuto ontologico; esso opera proprio come un oggetto percepito con la vista. È il senso che ci pone immediatamente fuori di noi e attribuisce all’ambiente il potere di determinare i nostri comportamenti.

L’articolo di F. Librandi (La costruzione di un odore. Panorami olfattivi e memoria) parte da un interessante esperimento; lo studioso ha chiesto a sette donne di un paese in provincia di Cosenza di ricomporre collettivamente lo smellscape del periodo che ha preceduto l’arrivo e la diffusione dei sapori industriali in Italia, agli inizi degli anni Sessanta del Novecento. Oltre alla liscivia, il solo prodotto detergente per lavare i panni era l’inodore sapone solido di produzione domestica. Il tema dell’odore ha confermato la sua efficacia evocativa di memorie e luoghi lontani. Il lavaggio dei panni ha una sua ritualità ben precisa. Dall’inizio dell’Ottocento inizia a cambiare la percezione olfattiva; l’igiene del corpo inizia a essere visto come elemento costitutivo dell’igiene del corpo sociale e la mentalità borghese comincia a non preferire più l’odore naturale dei corpi non lavati. Per le donne intervistate il buono da odorare nella memoria restava la liscivia, la cenere setacciata che sbianca i panni. La liscivia celebra un mondo in cui erano diverse le regole dell’olfatto, era diversa l’importanza degli odori nella relazione. ‘L’odore segna l’alterità, anche quando la dimensione altra corrisponde alla percezione del proprio gruppo ma in un tempo lontano nel passato’ (p. 130).

Il contributo di M. Mazzeo (Proust a testa in giù. Mondo degli aromi e crisi dell’esperienza) ripercorre le principali interpretazioni del celebre episodio della ‘madeleine’ di Proust per fare alla fine due interessanti osservazioni. L’episodio è citato di solito per ribadire il carattere unico della percezione olfattiva, la struttura indicibile di ricordi che solo un buon tè infantile potrebbe far riemergere. Lo studioso sottolinea che, a leggere bene l’episodio, gusto e olfatto non appaiono sensi nettamente distinti; la parola ‘aroma’ può indicare la fusione umana tra gusto, tatto e olfatto che si va a generare. L’aroma è sintomo non dell’indicibilità olfattiva, ma di un tratto antropologico elementare: poiché nasciamo privi di mezzi di produzione preconfezionati (senza artigli o becco, come gli animali, ad esempio), siamo costretti a forgiare aromi. In secondo luogo la ‘madeleine’ risveglia una verità che non si conosce; ritroviamo in questa sensazione ‘l’oscillazione tra noto e ignoto, reversibilità tra un familiare che diventa estraneo e un estraneo tutt’a un tratto familiare’ (p. 141).

C. Serra (Tre immagini per suoni e profumi) compie un’indagine filosofica delle connessioni e delle distinzioni tra suono e profumo. Particolarmente interessante è l’illustrazione della distinzione tra suggestione gustativa e suono pensata dalla teoria musicale indiana: il termine rasa,[1] nella cultura hindu, si ricollega all’esperienza del decantare e indica un sapore, un aroma che connota l’esperienza sul piano primario. Il rāga è un’organizzazione scalare su cui si possono costruire melodie, è forma musicale che sollecita, tocca l’ascoltatore. I moduli melodici basati sul rāga generano il rasa, cioè il godimento estetico. Lo studioso compie inoltre un’acuta analisi, all’interno del Primo Libro dei Préludes di Debussy, della quarta composizione musicale, dal titolo Le sons e les parfums tournent dans l’air du soir: ‘la dissoluzione del valzer suggerirà così un gorgo, il gorgo la spirale, la spirale il turbinio dei profumi e così via’ (p. 156).

Il volume, grazie all’eclettismo degli studi contenuti, realizza il proposito dei curatori di stabilire dei ponti nell’analisi percettiva del profumo tra vari settori della cultura; a ciò contribuisce anche la terza sezione, che contiene alcune testimonianze di profumieri italiani, che ricostruiscono il percorso di vita che li ha condotti a tale professione. Il libro è corredato dell’Indice dei nomi (pp. 183-186).

Tavola dei contenuti

Introduzione. Esplosione di un senso (pp. 7-11)
Parte Prima. Olfatto e aromi nel mondo antico (p. 13)
Manuela Giordano, Odori divini e fumo di grigliata tra la Grecia e Tiergarten (pp. 15-31)
Francesco Bue, Tura… sonant et odorant aëra fumis. Incenso e suoni nell’immaginario antico (pp. 33-52)
Giuseppe Squillace, Tra medicina e profumeria antica: la figura di Apollonio Mys. Nota ad Apollonio Testimonium 8 von Staden (pp. 53-69)
Luciano Altomare, La ricezione della cultura aromatica nelle necropoli enotrie di Francavilla Marittima e Amendolara (pp. 73-80)
Cinzia Murolo, Archeologia e profumi: l’anfora argentea di Baratti (pp. 81- 93)
Parte seconda. Olfatto e aromi tra biologia e cultura (p. 95)
Livia D’Angelo, Il profumo dell’evoluzione (pp. 97-106)
Vincenzo Bochicchio, Epistemologia dell’oggetto olfattivo: evidenze psicobiologiche e caratteristiche fenomenologiche a confronto (pp. 107-119)
Fulvio Librandi, La costruzione di un odore. Panorami olfattivi e memoria (pp. 121-132)
Marco Mazzeo, Proust a testa in giù. Mondo degli aromi e crisi dell’esperienza (pp. 133-146)
Carlo Serra, Tre immagini per suoni e profumi (pp. 147-159)
Parte terza. L’uso degli aromi e la creazione di profumi nel mondo contemporaneo (p. 161)
Elena Cobez, Per una aromaterapia umanistica (pp. 163-164)
Angela Campagna, Come un antico opificio. Label: una miscela di saperi, competenze e passioni (pp. 165-170)
Giovanni Sammarco, Dal diritto civile ai profumi (pp. 171-173)
Francesca dell’Oro, Nascita di una passione (pp. 175-178)
Ilaria Guasco (a cura di), Intervista a Lorenzo Villoresi (pp. 179-181).
Indice dei nomi (pp. 183-186).

Note

[1] La teoria rasa è menzionata nel capitolo 6 dell’antico testo sanscrito Natya Shastra (databile tra II a. C. e II d. C.),  attribuito a Bharata Muni, ma la sua esposizione più completa in teatro, canzoni e altre arti performative si trova nelle opere del filosofo del Kashmiri Shaivita Abhinavagupta (X-XI sec. d. C.).