BMCR 2015.03.51

Bona Dea and the Cults of Roman Women. Potsdamer Altertumswissenschaftliche Beiträge, Bd 49​

, Bona Dea and the Cults of Roman Women. Potsdamer Altertumswissenschaftliche Beiträge, Bd 49​. Stuttgart: Franz Steiner Verlag, 2014. 209. ISBN 9783515107525. €52.00 (pb).

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Bona Dea è una delle divinità più complesse e sfuggenti della religione romana. A maggior ragione il lavoro di Attilio Mastrocinque si presenta come un impegno gravoso, che però ben si inserisce in un recente rinnovato interesse verso singole “biografie” di figure divine “minori” (penso ai casi di Anna Perenna in ambito romano, e Mefitis e Feronia in ambito italico). In questo libro, in verità piuttosto particolare e in certo senso inusuale, il lettore non troverà una raccolta dei dati e delle testimonianze sulla dea. I materiali, del resto, sono già stati raccolti in anni non lontani da H. Brouwer: si può dire in effetti che il libro di Mastrocinque presuppone quello della Brouwer.1 Ma il lettore non troverà qui nemmeno una trattazione articolata in maniera diversa da quelle precedenti. Quello che vi troverà, invece, è una serie di interessanti ipotesi elaborate a partire dalla documentazione su Bona Dea: ipotesi forse non sempre esposte in maniera particolarmente efficace, ma sicuramente meritevoli di attenzione e di discussione da parte degli esperti in materia di religione antica.

Una prefazione spiega la genesi del libro, scritto nel favorevole ambiente dell’Università di Heidelberg. In altre due pagine introduttive, l’Autore sottolinea la distanza che separa la mentalità antica, e di conseguenza certi usi e pratiche rituali, da quelli a cui siamo ormai abituati dopo secoli di Cristianesimo, che ha indotto rilevanti trasformazioni nelle pratiche sociali e religiose,2 e in particolare nella sfera della sessualità che è fortemente al centro delle attenzioni dell’Autore. Lo sforzo di ragionare secondo categorie mentali lontane da quelle della cultura occidentale crea evidentemente difficoltà di comprensione; il compito è reso ancor più difficile dalla stessa natura dei rituali di iniziazione, che tendono ovviamente ad essere misteriosi e segreti.

Nel primo vero capitolo, “Girls and Pagan Gods”, vi è innanzitutto una precisazione di metodo. Il punto centrale del libro è dichiaratamente la figura di Bona Dea in quanto divinità delle donne romane, col suo ruolo di protettrice e di guida verso la vita nuziale. Il tema al centro del capitolo è il ruolo degli dei nell’ambito del matrimonio romano. Una serie di riflessioni sul valore della verginità e sul ruolo dell’imene introduce la questione dello ius primae noctis e dunque della presenza di alcune divinità nella prima notte di nozze. Ampi ricorsi alle fonti letterarie (in alcuni casi discutibili)3 e confronti con la realtà culturale greca permettono all’Autore di cominciare a mettere in evidenza gli aspetti dionisiaci che caratterizzano queste iniziazioni matrimoniali.

Il IV capitolo, “Wedding Invitations”, si apre con i protagonisti maschili del culto di Bona Dea: Hercules e Faunus. Il primo è messo in relazione con Bona Dea nelle fonti antiche, in particolare Properzio e Macrobio. Il legame tra Fauno e la dea è pure esplicito, dal momento che le fonti antiche ricordano la dea anche col nome di Fauna. Ciò che accomuna le due figure divine maschili è l’insuccesso nel loro primo approccio sessuale. Dietro questi miti, secondo l’Autore, si vede un chiaro messaggio di astensione dal sesso durante i rituali femminili (p. 30). Il percorso, non sempre lineare a dire il vero, prosegue con la presentazione dei tratti distintivi dei rituali in onore di Bona Dea: particolare attenzione è rivolta agli aspetti più dionisiaci. In queste pagine si segnala un interessante ricorso anche alla documentazione iconografica, soprattutto sarcofagi di epoca imperiale. Un passaggio cruciale viene dedicato alla presenza di uomini alle feste della dea: episodio centrale è quello, ben noto grazie al racconto di Cicerone, di Publio Clodio, che aveva preso parte ai rituali di Bona Dea travestito da donna. Altrettanto cruciale è la vicenda della soppressione dei Bacchanalia nel 186 a.C. (su cui si veda infra).

Nel capitolo V, “Initiations and Political Power”, l’Autore mostra come i riti legati a Bona Dea fossero funzionali ad una affermazione di status da parte delle nobili romane. Figura centrale nel discorso è Livia, la moglie di Augusto e madre di Tiberio, che promosse il restauro del tempio della dea sull’Aventino (Ov. Fasti V, 157-158).

Il discorso adesso si allarga ad altre figure divine che, a parere dell’Autore, sono confrontabili con Bona Dea. Nel capitolo VI la protagonista è Omphale insieme a Demetra e Kore. Tra le questioni affrontate, importante è quella relativa al modo in cui dèi italici e romani venivano rimodellati secondo canoni greci. Figure divine come Iuno Sospita, Iuno Caprotina 4 e, ovviamente, di nuovo Hercules, sono coinvolte in una analisi che non si limita alle fonti letterarie ma utilizza anche documenti iconografici. Si torna sull’episodio di Clodio: il suo travestitismo viene ricondotto, con idea innovativa, ad un più generale fenomeno religioso di divinità polimorfiche. Si seguono poi i percorsi di Omphale in Magna Grecia, mettendo in luce i collegamenti con scoperte archeologiche anche recenti che permettono di intravedere una realtà di cerimonie domestiche di tipo femminile. Il percorso sulle tracce di Omphale porta infine a Demetra, e da qui si ritorna a Bona Dea, di cui vengono sottolineati gli aspetti demetriaci in un complesso intreccio di influenze reciproche che coinvolge il mondo greco, quello indigeno magnogreco e quello romano.

Il capitolo VII, “The reign of Bacchus”, è dominato dalla figura di Bacco-Dioniso-Liber pater. Un nuovo elemento viene aggiunto al mosaico sempre più complesso di Bona Dea: l’orfismo — sentiero molto delicato, che secondo l’Autore può però portare a riconoscere nel dionisismo romano una forma di orfismo (p. 141).

Nel capitolo VIII, “Divine daughters and wives”, si fa ritorno all’Italia centrale, questa volta per divinità come Anna Perenna, la coppia etrusca Suri-Cavatha, ed altre coppie simili come Pomonus-Vesuna, Circe-Picus, Marica-Mares ed altri. Qui Mastrocinque si avvia su sentieri già collaudati, visto che a queste figure aveva dedicato in passato diversi importanti contributi.

Infine il capitolo IX, “Opposition and complementarity”. L’Autore presenta una serie di interessanti considerazioni sul legame tra natura e luoghi di culto, e più in generale tra divinità e regno vegetale, arrivando ad un “archetipo” costituito da Medea e il suo rapporto con le piante medicinali, che in qualche modo ha un riflesso su Bona Dea in quanto sovrapponibile a Hygiea. L’aspetto vegetale, e in particolare il simbolismo dei frutti, passa attraverso un’altra figura divina di rilievo, ovvero Flora coi i suoi festival, i Floralia. Un esame attento del trattamento di Flora nei Fasti di Ovidio permette di sviluppare ulteriormente le molteplici sfaccettature di Bona Dea. Molte di queste sfaccettature trovano una cornice in un paragrafo, forse troppo sintetico, dedicato al calendario religioso romano. Ancor più importanti sono gli ultimi paragrafi del libro sul tema, cruciale e molto controverso, delle iniziazioni. Qui molte delle intuizioni dell’Autore iniziano a far intravedere una loro logica, e attraverso una serie di comparazioni etnografiche molto sintetiche, emerge quello che forse è il nodo del libro: l’idea che i culti e i riti addensati attorno alla figura di Bona Dea fossero funzionali al processo di integrazione delle giovani romane nella loro società. L’ultimo paragrafo di questo capitolo ha anche il gravoso compito di contenere le conclusioni. Ed è significativo che si tratti di un paragrafo di una pagina e mezza, in cui peraltro più che conclusioni troviamo possibili ulteriori sviluppi della ricerca. Data l’estrema complessità del libro, forse un capitolo conclusivo più ampio e organico sarebbe stato utile.

In definitiva, ripetiamo che il libro di Mastrocinque è un lavoro molto particolare, tutt’altro che esente da scelte che possono lasciare perplessi. Tra le soluzioni discutibili colpisce specialmente la convinzione che i Bacchanalia della nota vicenda narrata da Livio fossero un rituale esclusivamente femminile (p. 136: “the intrusion of men was forbidden”), e che le cause della repressione di questi culti sarebbero da individuare nel loro “exceedingly ecstatic and orgiastic character” (p. 63-64) mentre la critica recente sembra aver seriamente messo in discussione queste interpretazioni. 5 Ma di là dalle singoli questioni, il problema del libro è che presenta un filo del ragionamento non semplice da seguire, anche perché più volte si torna su temi già affrontati, con una organizzazione priva di rimandi interni. Né giova alla comprensione una certa tendenza apodittica. Anche sul piano stilistico, la scelta di scrivere in inglese—che per certi versi è coraggiosa e dimostra volontà di raggiungere un pubblico più ampio—è però in alcuni passaggi fonte di ulteriori difficoltà, e forse una revisione sarebbe stata opportuna.

Al netto di queste considerazioni, va detto che la considerevole versatilità e vivacità di interessi,—qualità ben note in uno studioso del livello di Attilio Mastrocinque—fanno sì che il lettore paziente troverà nelle pagine del libro diversi spunti ricchi di interesse e degni di essere presi in considerazione e discussi in futuro. ​

Notes

1. H.H.J. Brouwer, Bona Dea. The Sources and Description of the Cult, Leiden-New York, Brill, 1989. Alla bibliografia citata da Mastrocinque si può aggiungere F. Marcattili, “Bona Dea, ἡ θεὸς γυναικεία”, in Archeologia Classica, 61 (2010), 7-40.

2. Non so quanto sia condivisibile, tuttavia, l’affermazione secondo cui “For Christians, nothing is required in order to get married” (p. 13), dal momento che in realtà la dottrina cristiana richiede che gli sposi abbiano completato il cammino di iniziazione che parte dal battesimo.

3. In particolare, il ricorso alle testimonianze di sant’Agostino è ovviamente indispensabile, ma presenta alcuni pericoli. E’ lecito chiedersi, ad esempio, se la dea etrusca Manturna (p. 20), ricordata da Agostino (CD I 4) ma mai menzionata altrove, fosse davvero una divinità etrusca misconosciuta, o non piuttosto una fantasia di Agostino o di una delle sue fonti antiquarie. Mastrocinque sostiene che le possibili inaccuratezze delle fonti non sottraggono al passo agostiniano il suo valore; ma sulla questione il dibattito è annoso.

4. Sorprende invece che solo una nota (129 a p. 106) sia dedicata a Cupra, divinità la cui analogia con Bona Dea è attestata epigraficamente ( CIL X 4849 = ILS 3517, da Venafrum).

5. Cito per tutti S. Takács, “Politics and Religion in the Bacchanalian Affair of 186 B.C.E”, in Harvard Studies in Classical Philology, Vol. 100 (2000), 301-310. ​