BMCR 2014.02.09

Political Aspects of Greek Tragedy / Politické Aspekty Řecké Tragédie

, Political Aspects of Greek Tragedy / Politické Aspekty Řecké Tragédie. Červený Kostelec: Pavel Mervart, 2012. 166. ISBN 9788074650284. 249 Kč.

Il volume raccoglie una serie di saggi che dal 2008 Daneš ha dedicato alla “political nature of Greek tragedy” (p. 11 della versione inglese del testo, anche di seguito citata), presentandoli dal 2009 al 2012 in congressi internazionali.

Il capitolo 1, “Athens and her tragic political theatre” (pp. 13-30), riflette sulla peculiare coincidenza tra la parabola evolutiva del teatro tragico greco e le vicende della democrazia ateniese nel V sec. a. C., dall’ottimistica celebrazione degli eschilei Persiani all’amara riflessione dell’ Ecuba e delle Troiane euripidee sulle disastrose conseguenze della guerra del Peloponneso. L’organizzazione e l’ambientazione prettamente politica degli agoni tragici – curata dalle istituzioni all’interno di quelle feste Dionisiache le cui cerimonie sono talora trasfigurate nei drammi1 – trova infatti riscontro nelle opposizioni ideologiche che dominano la trama delle tragedie superstiti come la vita pubblica ateniese: come sintetizzato da Vernant, la dialettica tra eroe protagonista e coro riproduce l’equilibrio tra individualismo aristocratico e collettivismo democratico, tra dominio maschile e passività femminile, tra dimensione pubblica e privata del cittadino.

Il capitolo 2, “How are we to read Greek tragic poetry?” (pp. 31-43) esamina le tre prospettive secondo le quali la critica degli ultimi decenni ha interpretato la componente politica del teatro tragico. La pur fortunata lettura ‘storica’ appare a Daneš semplicistica riduzione della complessità dei drammi, il cui “mythical subtext” (p. 37) non può essere mera traduzione scenica di fatti e personaggi reali. La prospettiva strutturalista vi disvela, invece, una intrinsecamente ambigua costruzione ideologica, volta alla riflessione su importanti temi filosofici e politici, e dunque alla definizione dell’identità ateniese, sotto il segno – come illustrato da Zeitlin e Hall – delle “virtues of freedom of speech, equality before the law, and masculine courage” (p. 40). In tal senso interessante risulta la sempre più diffusa interpretazione ‘di genere’: se la categoria del maschile identifica la cultura democratica ateniese, i grandi personaggi femminili eternati dalle tragedie simboleggiano non solo l’irrazionale audacia ‘barbarica’, ma, col loro dolore, l’inevitabile vicinanza dell’ ‘Altro’.

Connaturata al teatro è infatti la riflessione sulla ‘relatività’ degli stessi valori identitari ateniesi, facilmente soggetti a distorsione o degenerazione. Emblematiche sono le caratterizzazioni drammatiche del personaggio di Odisseo, analizzate nel capitolo 3 Two faces of Odysseus: Statesman and demagogue (pp. 45-93). L’eroe celebrato dai poemi omerici come πολύτροπος, maestro nel mettere la sua abilità retorica, più che la sua forza, al servizio del suo popolo, può diventare nell’ Aiace sofocleo campione di σωφροσύνη: nel dramma composto negli anni del trionfante imperialismo democratico ateniese la smodata ὕβρις individualistica di Aiace è significativamente sconfitta, laddove successo ottiene l’arte persuasiva di Odisseo, che, in obbedienza ai dettami della dea cittadina, tutela i valori di pietà e φιλία verso il pur colpevole eroe sconfitto. Ma, nel 409 a. C., lo stesso Odisseo diverrà, nel Filottete, spietato sostenitore del δόλος e della βία come unici mezzi possibili per affermare l’interesse della patria, in un mondo in cui la πειθώ tentata da Neottolemo e Filottete è perdente, oltre che inscindibile dalla violenza fisica e psicologica. L’amara constatazione della dissoluzione dell’ideale democratico era del resto già evidente nell’ Ecuba euripidea, in cui la retorica odissiaca era identificata con la demagogia, che induce le masse a pervertire e calpestare la χάρις e la φιλία verso i supplici, un tempo vanto della città.2

Euripide stesso, nello Ione, mette in luce i lati oscuri di uno dei miti legittimanti la superiorità ateniese, quello dell’autoctonia, indagato nel capitolo 4, “Euripides and Plato: Two different critical attitudes to the myth of autochthony” (pp. 95-113). La vicenda di Ione dimostra come tale superiorità si traduca in una – talora spietata – paura ed invidia verso gli stranieri, incarnata – e quindi stigmatizzata agli occhi del pubblico – dal codardo comportamento di personaggi quali Creusa, il Vecchio pedagogo e Xuto. La trasfigurazione euripidea trova riscontro nella lucida analisi platonica sulle implicazioni del mito. Rievocando l’età di Crono, il Politico riconosce nell’autoctonia la discriminazione non solo del mondo barbarico ma anche femminile, mentre il Menesseno vi individua il fondamento dell’egualitarismo democratico, di cui la Repubblica dimostra la pericolosità, in ragione della differenza di educazione degli uomini, che invece richiede un governo aristocratico, come quello presupposto dalla innovazione della versione tebana del mito.3

L’ambivalenza è dunque alla base dell’ἐγκώμιον Ἀθηνῶν delle Supplici di Euripide, analizzato nel capitolo 5, “The political thought of the Suppliant Women” (pp. 115-136). Rifiutando una semplicistica ricerca delle allusioni storiche contenute nel dramma, Daneš vi scorge un’approfondita riflessione sulle forme di governo e le ideologie del tempo. L’ideale democratico ateniese è emblematizzato dai personaggi di Teseo ed Etra:4 il mantenimento dell’ἡσυχία cittadina deve corrispondere a quello in politica estera; in tal senso è ammissibile una πολυπραγμοσύνη che non deve mai degenerare nell’ἀδικία.5 Perciò deprecabile è il comportamento dell’argivo Adrasto e dei suoi compagni, che, pervertendo in ὕβρις e εὐψυχία l’audacia e la brama di successo caratteristiche della loro giovane età (232-237), sono incorsi in una rovinosa disfatta, analoga a quella di Alcibiade nella spedizione del 415.6 Un altro giovane, Teseo, agisce invece con moderazione ed εὐβουλία, affermando, col suo esempio di tolleranza verso gli avversari, la superiorità del governo democratico su quello tirannico, violento e ingiusto, esaltato dall’Araldo.7 Ecco infatti che l’ἰσονομία ateniese può essere garantita da una componente sociale peculiare ancorché difficile da identificare precisamente, una ‘classe media’ di cittadini capace di frenare gli eccessi di invidia e cupidigia dei ricchi e dei poveri (238-245).8 In virtù di tale equilibrio ateniese può spiegarsi il controverso elogio dei Sette (857-917), gli eroi argivi dalle virtù grandiose, ma incapaci di usarle propriamente e per il bene della patria: lungi dall’essere una polemica satira, l’encomio si fa quanto mai vivido avvertimento a che l’ἐγκώμιον Ἀθηνῶν non degeneri in autoritarismo spietato e in quell’irrazionale vendetta preannunciata da Atena nell’esodo.

I pericoli dell’istituzione democratica sono, del resto, ben messi in luce nella produzione platonica. Come illustrato nel capitolo 6, “Aristotle versus Plato on tragedy with respect to civic education” (pp. 137-153), il filosofo delinea una corrispondenza tra forme di governo e struttura psichica: la libertà democratica è quella del “vivere come piace”, tipica di coloro che si fanno guidare dalla parte desiderativa dell’anima e non da quella razionale. Il popolo avvezzo a tale ubriacatura di libertà necessita dunque di un’ ‘educazione catartica‘, non identificabile però con quella impartita dalle tragedie: in quanto ‘imitazione’, la poesia non può educare la razionalità, ma solo attrarre la parte irrazionale del pubblico, in quella che diviene una ‘teatrocrazia’ antitetica all’ideale stato elitario dominato dai filosofi. Affinità, ma anche notevoli differenze, caratterizzano la teorizzazione aristotelica sulla tragedia: anche secondo la Poetica lo spettacolo teatrale, al pari della retorica, mira a persuadere gli animi del pubblico, ma in tale azione vi è una potenzialità educativa. Il corpo civico democratico possiede infatti razionalità e virtù collettive, che anche il tragediografo può stimolare attraverso la κάθαρσις, provocata dal φόβος e dall’ἔλεος suscitati dalla rappresentazione della violazione dei sacri vincoli familiari e patriottici (1449b23-28, 1453b18-21).

Il volume è completato da Bibliography (pp. 155-164) e Index of names (pp. 165-166).

Alla luce di un’accurata conoscenza della bibliografia – in ispecie in lingua inglese e francese, mentre scarsa è l’attenzione alla critica italiana – Daneš compendia efficacemente le più recenti conquiste interpretative sulla complessità della riflessione tragica sulla democrazia del V sec. a. C., giustamente sottolineando l’ambivalenza della celebrazione contenuta nelle Supplici – senza tuttavia riferimenti all’altro ‘political play’ euripideo, gli Eraclidi.9 Serve a ciò la lettura strutturalista e di genere, che determina però un netto rifiuto della sempre opportuna e talora imprescindibile storicizzazione dell’opera teatrale.10

Notes

1. Gli studi di R. Rehm, Marriage to Death. The Conflation of Wedding and Funeral Rituals in Greek Tragedy, Princeton 1994, pp. 118-119, e Greek Tragic Theatre, London 1994 (rist. 1992), p. 131, rilevano come una tra le cerimonie più suggestive, la sfilata in armi degli orfani dei guerrieri caduti per la patria e allevati a spese dello stato, fosse rievocata nelle Supplici euripidee dall’apparizione del Coro sussidiario dei Παῖδες dei Sette, conformemente a quell’intento di ‘relativizzazione’ dell’autocelebrazione ateniese di cui si dirà infra : nel finale del dramma, infatti, le giovani vittime della folle guerra argiva contro Tebe, accolti come supplici dal ‘pacifista’ re Teseo, vengono esortati da Atena a vendicare i loro padri (1214 ss.).

2. In riferimento anche alle Supplici, cfr. G. Besso, La democrazia radicale e la figura del demagogo nelle tragedie euripidee, “Quaderni del Dipartimento di Filologia Linguistica e Tradizione Classica Augusto Rostagni” VIII (1995), pp. 41-50.

3. Cfr. F. Ferrari, Natura e paradossi della democrazia in Platone, in Parole chiave del lessico politico antico. Atti del Convegno. Liceo di Viggiano, 14 aprile 2011, a cura di S. Rotondaro, Moliterno 2012, pp. 37-52.

4. Cfr. A. Pérez Jiménez, Etra : La visión del héroe a través de la madre, in Actas del VIII Congreso Español de estudios clásicos (Madrid, 23-28 de septiembre de 1991), II, Madrid 1994, pp. 307-313.

5. Cfr. P. Demont, La cité grecque archaïque et classique et l’ideal de la tranquillité, Paris 1990, pp. 159-165.

6. Cfr. G. Cerri, Argo e il dibattito costituzionale nelle Supplici di Euripide, in La città di Argo. Mito, storia, tradizioni poetiche. Atti del Convegno Internazionale (Urbino, 13-15 giugno 2002), a c. di P. Angeli Bernardini, Roma 2004, pp. 189-198, in part. pp. 192-194, e Id., Messaggi etico-politici nella tragedia euripidea: dalle Supplici all’ Oreste, “AION(filol)” XXVI (2004), pp. 95-125, in part. pp. 109-110. Sul motivo tragico del contrasto tra intemperanza giovanile e saggezza senile cfr. V. Citti, Tragedia e lotta di classe in Grecia, Napoli 1979, pp. 188 ss.

7. Sull’ideologia veicolata dal personaggio del re cfr. A. Pérez Jiménez, La imagen de Teseo en las Suplicantes de Eurípides, in De Homero a Libanio. (Estudios actuales sobre textos griegos II), ed. por J. A. López Férez, Madrid 1995, pp. 145-161. L. Canfora, Elogi pretestuosi e critiche radicali della democrazia ateniese. Le Supplici di Euripide, in La storia sulla scena. Quello che gli storici antichi non hanno raccontato, a cura di A. Beltrametti, Roma 2011, pp. 213-219, illustra efficacemente come, nel secondo episodio del dramma, l’elogio della forma di governo democratica si sostanzi della consapevolezza dei suoi limiti e dei suoi pericoli, espressa, nelle parole di Teseo oltre che dell’araldo, attraverso un sistematico ribaltamento degli ‘stereotipi da epitafio’.

8. Già gli studi di F. Vannier, Euripide: la classe moyenne introuvable, “LEC” LII (1984), pp. 97-102, e J. de Romilly, La notion de “classes moyennes” dans l’Athènes du V e s. av. J. C., “REG” C (1987), pp. 1-17, evidenziano l’impossibilità di una chiara connotazione socio-economica della ‘classe media’ euripidea: come illustrato da V. Di Benedetto, Euripide: teatro e società, Torino 1971, pp. 193 ss., essa appare piuttosto caratterizzata in senso morale, come gruppo più o meno ampio di αὐτουργοί dal tenore di vita modesto ma di spiccata onestà e virtù – sul modello del marito della protagonista nell’ Elettra e del difensore di Oreste nell’omonimo dramma.

9. Nel più antico dramma la critica ha riconosciuto, dalla seconda metà del XX secolo, un altro esempio della capacità euripidea di rielaborare un mito ‘encomiastico’ di Atene – la salvazione dei supplici figli di Eracle perseguitati dal re argivo Euristeo – in una acuta quanto amara meditazione sui compromessi sottesi al successo politico-militare e sul prezzo in termini di vite e sofferenza imposto dalla guerra anche ‘giusta’. Per i principali studi sugli Eraclidi cfr. le indicazioni bibliografiche delle più recenti edizioni commentate, curate da J. Wilkins (Euripides, Heraclidae, With Introduction and Commentary by, Oxford 1995) e W. Allan (Euripides, The Children of Heracles, with an Introduction, Translation and Commentary by, Warminster 2001), oltre che della traduzione italiana di N. Russello (Euripide, Alcesti – Eraclidi, introduzione di G. Zanetto, Milano 1995).

10. Un’utile sintesi e riflessione sulla critica della rielaborazione tragica del dato storico è in A. Beltrametti, Introduzione. La storia sulla scena attica di V secolo, in La storia sulla scena cit., pp. 13-30.