BMCR 2011.03.35

Response: Merro on Valente on Merro, Gli scoli al Reso euripideo

Response to 2010.11.34

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Desidero replicare ad alcune osservazioni formulate da S. Valente nella sua recensione al mio volume Gli scoli al Reso euripideo, Messina 2008, apparsa su BMCR 2010.11.34, nonché puntualizzare alcuni importanti aspetti del lavoro del tutto ignorati o messi in ombra dal recensore (il quale invece non manca di annotare diligentemente i suoi vari, personali e per la verità non sempre attinenti desiderata).

Che il volume non risolva i problemi generali della Quellenforschung degli scoli euripidei né possa assolvere alla mancanza di un’edizione complessiva degli scoli stessi, come sostiene il Valente, è un’ovvietà ricavabile già dal titolo del libro, che naturalmente si propone come contributo al raggiungimento di tali fini, concentrando l’attenzione sui soli scoli al Reso, la cui ultima edizione, a cura di E. Schwartz, risale al 1891. La nuova edizione raccoglie tutto il materiale arrivato fino a noi, includendo nuovi scoli, offrendo nuove letture e corredando il testo con un commento (pp. 121-257), su cui il recensore spende una sola parola, “detailed”, senza peraltro evidenziare il fatto che la pubblicazione di un commento a scoli antichi è di per se stessa una novità.

Gli scoli al Reso si distinguono dagli altri scoli euripidei sia per i contenuti eruditi antichi, ben più corposi, sia per la loro tradizione, costituita per larghissima parte dal solo Vat. gr. 909, un ms. recante una silloge euripidea di nove drammi, di fronte ad altri numerosi codici che escludono il Reso e presentano una più ristretta selezione di tragedie, corredate di scoli dalla tradizione più fluida e diversificata. La circolazione di tali drammi in età bizantina, infatti, ha causato la proliferazione di scholia recentiora e ha ‘annacquato’ i materiali antichi negli scholia vetera, il che è avvenuto in misura molto minore per il Reso, dramma assai poco popolare sul quale l’attività esegetica risulta essersi interrotta in tempi più antichi rispetto agli altri. Tale peculiarità, documentata mediante l’analisi degli scoli stessi nella mia Introduzione (pp. 31-45), risulta peraltro intuibile a chiunque confronti una pagina degli scoli al Reso con altri scoli euripidei, disseminati di parafrasi e autoschediasmi di origine scolastica. Pertanto diventa non solo impossibile, ma anche insensato, tentare di distinguere, come si aspetterebbe il Valente, fra “different textual stages” per questi scoli dalla tradizione così circoscritta, compatta e cristallizzata in una forma prevalentemente antica. Se, nella rassegna dei mss. con scoli, non si distinguono “neither the features of the hand (or hands) that wrote them nor the various sorts of ink”, elementi che il recensore vorrebbe utilizzare appunto “for revealing different textual stages”, è proprio perché non ci sono mani o inchiostri diversi da distinguere: tanto in V quanto in L gli scoli sono vergati tutti dal medesimo copista (lo stesso che ha trascritto il testo in V, il revisore in L) e neppure in fasi diverse.

Il Valente avverte dunque la mancanza, nell’ Introduzione, di “up-to-date codicological and palaeographical investigations”. Ora, se, da una parte, non mi risulta così perspicua la ragione per cui all’interno di un’edizione critica con commento — e non di un’opera catalografica — si dovrebbe trovare un’indagine codicologica (per la quale si veda la bibliografia a cui rimando nell’ Introduzione del mio volume), dall’altra faccio notare che in realtà i dati paleografici rilevanti ai fini della constitutio textus emergono in moltissimi casi dal commento (cfr. e. g. Sch. 5, pp. 140, 142, 144-145, Sch. 36, pp. 167-170, Sch. 41, p. 170, Sch. 346, p. 193, etc.), la sezione più corposa del mio lavoro, su cui però, come detto, il Valente non si esprime se non con un singolo aggettivo. Il silenzio del recensore è invece assoluto riguardo alle nuove letture degli scoli di V 916a 1 e 922, non compresi nell’edizione di Schwartz, trascritti in modo non sempre corretto dal Rabe nel 19081 e da me ripubblicati con sostanziali novità proprio sulla base della revisione autoptica del testimone. Mi sia consentito qui ricordare fra i risultati più importanti di questa revisione (che qualsiasi persona avveduta sa non potersi ridurre alla sola rilettura con la lampada di Wood) il recupero di una genealogia apollodorea per la figura di Museo prima attestata soltanto da Philod. De Piet. N 243 VI (= PHerc. 243 VI), e l’eliminazione di una lettura ed integrazione errata del Rabe nello Sch. 916a 1, sulla cui base la nota è stata a torto inserita fra le testimonianze incertarum fabularum di Eschilo (F376a Radt), mentre, nel punto in cui il precedente editore integrava il nome del tragico, si legge in realtà un generico ἔνιοι.

Nel paragrafo ‘Tradizione manoscritta degli scoli e delle hypotheseis ’ il recensore si sarebbe aspettato di trovare uno studio della Einzelüberlieferung degli scoli al Reso nonché della Korpusüberlieferung in generale: compito, questo, spettante tuttavia a chi tratti l’intero corpus di scoli euripidei e certamente non contenibile nel paragrafo introduttivo di un’edizione critica: basti pensare che uno studio solo parziale di tali problemi come quello di H. C. Günther sugli scoli bizantini alla triade ( The Manuscripts and the Transmission of the Paleologan Scholia on the Euripidean Triad, Stuttgart 1995) occupa un volume di più di trecento pagine. Comunque sia, proprio a tale lacuna il recensore riconduce “some inconsistencies” nella constitutio textus, senza curarsi però di esemplificarle: che questo non sia un limite imposto dall’estensione della recensione lo dimostra l’ampio spazio dato alle mie citazioni, che il Valente in genere non contraddice (ma corregge un’indicazione errata del numero di pagina relativo all’edizione di Porson).

A proposito della citazione di Didimo in Phot. Lex. s. v. πέλανος, da me menzionata a p. 38, il Valente, sulla scorta di Schwartz (Sch. Or. 220), precisa che la medesima glossa si legge in Suda e Arpocrazione: ora, mentre sembra piuttosto scontato che Fozio non leggesse Didimo di prima mano (né questo io affermo) e che i materiali lessicografici siano stati oggetto di riusi successivi, rimane un dato di fatto che nell’epitome di Arpocrazione poi confluita in Fozio ed in Suda leggiamo il nome di Didimo a corredo di un’affermazione identica, ma anonima, riportata in Sch. Rh. 430a. L’ascendenza didimea, diretta o mediata da altre fonti, dei materiali confluiti nello scolio non si può dunque contestare. Del resto, sull’intervento di Didimo nell’esegesi euripidea, alla fine, rassicurato da Barrett, concorda con me anche il Valente.

Devo poi correggere il recensore quando afferma, a proposito del secondo apparato al testo critico, che questo sarebbe riservato a paralleli lessicografici, in quanto si tratta in realtà di un apparato di loci similes in cui sono contemplati testi anche molto diversi dai lessici; inoltre, riguardo alla rilevata “incompletezza” dello stesso, ricordo che nella Nota al testo a p. 66 è detto a chiare lettere che non si tratta di un registro esaustivo, ma ristretto ad alcuni “luoghi che presentano coincidenze verbali e non solo contenutistiche con (parti de)gli scoli”, con particolare riferimento —colgo l’occasione per precisarlo — ai contatti con altri corpora scoliografici, significativi proprio ai fini di quella Quellenforschung che secondo il recensore non sarebbe sufficientemente indagata: eppure, nel commento, rapporti del genere sono sempre discussi (cfr. e. g. Scholl. 36, 251, 311, 346, 895). I casi di “incompletezza” segnalati dal Valente, invece, riguardano per lo più semplici glosse o brevi parafrasi la cui ampia attestazione nei lessici è, da un lato, piuttosto prevedibile e, dall’altro, poco o per nulla significativa, proprio per la banalità di certe spiegazioni che possono essere presenti in molti altri testi senza che vi sia necessariamente alcun rapporto diretto con il nostro.

Il Valente critica poi la saltuaria ‘normalizzazione’ di lemmi e scoli e in particolare delle citazioni di autori antichi all’interno degli stessi, perché a suo giudizio tali citazioni potevano già essere corrotte nella fonte. Il problema è complesso e se ne discute da tempo2 ma non può essere risolto una volta per tutte: occorre piuttosto valutare i singoli casi. Consapevole di questo, nella mia edizione ho trattato differentemente il corpo degli scoli, le citazioni e i lemmi. Nel primo caso, a differenza di Schwartz, che tendeva a correggere il testo per (ri)stabilire sintassi e lessico in aderenza all’uso classico, ho per lo più evitato la ‘normalizzazione’, documentando eventuali usi linguistici non classici. Riguardo alle citazioni antiche, ho valutato volta per volta gli ‘errori’, adottando talvolta una posizione conservativa e facendo dunque ricorso alle cruces nei casi in cui la corruttela è tale da far presupporre, per l’appunto, guasti nella fonte (cfr. Scholl. Rh. 895 rr. 10-11, e 922 rr. 7-8). Mi è sembrato lecito, viceversa, intervenire laddove l’errore sia addebitabile alla tradizione degli scoli: così ad esempio nel caso, che mi rimprovera il Valente, del fr. di Menandro 658 K.-A., tràdito da Sch. Rh. 251 nella forma εἰ μὴ γαμεῖς γάρ, ἔσχατον νόμιζέ με Φρυγῶν Μυσῶν; in questo luogo, corretto in vario modo anche dai precedenti editori, accetto Φρύγ’ ὄντα proposto da Badham in luogo di Φρυγῶν del ms., forma che chiaramente non ha senso (oltre ad essere ametrica). Analogamente per i lemmi: il recensore lamenta che al lemma tràdito per Sch. Rh. 8, λῦσον βλέφαρον, io abbia preferito λῦσον βλεφάρων del testo euripideo. Anche qui mi sembra chiaro che si tratti di un banale errore meccanico piuttosto che di una variante, che non funzionerebbe nel contesto del verso (λῦσον βλεφάρων γοργωπὸν ἕδραν). Altri lemmi ‘normalizzati’ a sproposito secondo il recensore sono quelli di Scholl. Rh. 177a e Rh. 342: nel primo caso accetto ἀποινᾶσθαι tràdito nel testo da O per ποινᾶσθαι di V perché in riferimento a ποινᾶσθαι la spiegazione non avrebbe senso (ἄποινα λέγεται τὰ λύτρα. Ὅμηρος· “ἑλυσεν ἀποίνων”. τίνα οὖν, φησί, τῶν Ἀχαιῶν λύτρα λαβὼν βούλει ἀπολῦσαι; nel secondo caso, l’intervento ‘normalizzante’ consiste nella semplice eliminazione di una forma itacistica (Ἀδράστεια per Ἀδράστια).

Per gli immancabili refusi indicati dal recensore il più rilevante potrebbe essere l’occasionale omissione dei sigla dei mss. al termine degli scoli: al riguardo segnalo che essi sono comunque ricavabili dalle pp. 24-31 nella disamina dei contenuti degli scoli dei singoli mss.

C’è da augurarsi che in futuro il dottor Valente sia meno ingeneroso nelle sue recensioni e soprattutto che si rassegni a perdere un po’ di tempo prima di pronunciare i suoi verdetti; diversamente, il lettore dovrà servirsene con cautela.

Notes

1. ‘Euripideum’, RhM 63, 1908, pp. 419-422.

2. Si vedano ad es. le posizioni assunte al riguardo da E. Degani e K. Alpers (il primo nella rec. a Photii Patriarchae Lexicon ed. Ch. Theodoridis, Berlin-New York 1982, Gnomon 59, 1987, pp. 584-595, in part. pp. 587, 592-593 = Filologia e storia. Scritti di Enzo Degani, I-II, Hildesheim 2004, II, pp. 768-779; il secondo ap. Hesychii Alexandrini Lexicon, III. P-S, editionem post K. Latte continuans rec. et emend. P. A. Hansen, Berlin-New York 2005, p. XXII. Diverso, naturalmente, il problema delle citazioni tràdite in testi che non siano lessici e scoli: cfr. ad es. M. Cannatà Fera, ‘Plutarco e la parola dei poeti’, in Estudios sobre Plutarco: aspectos formales, Actas del IV simposio español sobre Plutarco (Salamanca, 26 a 28 de Mayo de 1994), Salamanca 1996, pp. 415-428.