Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2013.07.31 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2013.07.31

Antonio Catalfamo (ed.), Cesare Pavese, un greco del nostro tempo: dodicesima rassegna di saggi internazionali di critica pavesiana. Supplemento a Le Colline di Pavese, 134.   Santo Stefano Belbo:  I Quaderni del CE.PA.M. (Centro Pavesiano Museo casa natale), 2012.  Pp. 196.  ISBN 9788866000761.  


Reviewed by Massimo Gioseffi, Università degli Studi di Milano (massimo.gioseffi@unimi.it)

[Authors and titles are listed at the end of the review.]

Il volume è costituito da una rassegna di saggi dedicata allo scrittore italiano Cesare Pavese (1908-1950). Il suo interesse per i lettori di BMCR sarà probabilmente limitato, dato che il libro non intende offrire né un quadro complessivo dell’opera di Pavese, né uno studio più o meno sistematico dei suoi rapporti con la cultura classica.

Di fatto, il volume è la dodicesima uscita all’interno di una serie pubblicata a S. Stefano Belbo, paese natale dello scrittore, da un “osservatorio permanente sugli studi pavesiani nel mondo”, un’associazione volta a “tenere d’occhio il panorama di studi internazionali su Pavese”, con l’intenzione di “individuare anche nuove correnti esegetiche intorno all’autore”. Tutti i volumi si caratterizzano come raccolte curate da un unico editore (Antonio Catalfamo); gli articoli sono opera di vari studiosi e si concentrano su aspetti differenti della produzione di Pavese. La provenienza internazionale dei partecipanti e il loro diverso temperamento garantiscono vivacità alle pubblicazioni. Ognuna è costruita intorno a un tema dominante, che funge da sottotitolo (nel nostro caso: “Un greco del nostro tempo”). Ciascun volume è articolato in tre parti: la prima ha qualche connessione diretta con il tema proposto; la seconda ospita interventi più generici sull’opera di Pavese; la terza si interroga circa la diffusione di suddetta opera nel mondo, attraverso lo studio di alcuni casi esemplari.

Cosa significa “un greco del nostro tempo”? Greco sarebbe, secondo Catalfamo, chi pur vivendo intensamente la realtà della propria generazione affonda le sue radici culturali nel mondo classico, riadattandole in funzione del presente e del futuro, trasformandole in linfa vitale di nuove composizioni e in un nuovo pensiero. Definizione sicuramente accettabile, ma un poco pretestuosa, che individua l’uomo di cultura in generale, capace proprio in virtù della sua cultura di cogliere la molteplicità del reale e di cercare di trasformarla; e quindi definizione che si adatta a Pavese come a molti altri scrittori del secolo appena trascorso. Ed è significativo che nel presentare l’idea Catalfamo sfrutti una citazione in cui Pavese parlava di un “uomo nuovo” che, consapevolmente, “sarà rimesso in grado di vivere la propria cultura, cioè di crederci e di produrla anche per gli altri”, virandone il significato, che nell’originale ha finalità socio-politiche (in una contrapposizione un po’ d’antan fra parcellizzazione del sistema capitalistico e certezza di un rinnovamento possibile solo entro un sistema socialista), nella direzione di “radici antiche, che affondano nel mondo greco classico”. Come tutti gli acculturati della sua generazione, Pavese possedeva una solida base di studi classici. Di fatto, attraverso le (poche) traduzioni dai testi greci, la sua opera (in particolare, i Dialoghi con Leucò), l’amicizia con altri uomini di lettere del tempo – il più importante fra loro, Mario Untersteiner – egli seppe trasformare questa cultura in una chiave di lettura del mondo circostante. Ma qui il discorso finisce. I Dialoghi con Leucò (1947) sono un capolavoro, anche se probabilmente non IL capolavoro di Pavese, come Catalfamo vorrebbe convincerci nel saggio che apre il volume. Catalfamo insiste molto, nella sua analisi, sull’importanza dei rapporti di Pavese con Untersteiner e sulla lettura, da parte del primo, della Fisiologia del mito del secondo (1946). Sviluppando un’idea di Eleonora Cavallini (cfr. http://www/.academia.edu/3128119 = BMCR 2008.01.30 e http://www.academia.edu/3163132 = BMCR 2009.01.42), Catalfamo riporta ampi estratti dell’una e dell’altra opera, facendo affiorare come Pavese abbia ricavato da Untersteiner la visione del mito quale racconto e veicolo di descrizione della condizione umana e delle ingiustizie che in essa dominano. Tutto corretto. La tesi perseguita non è però in realtà interamente originale, a partire dal saggio di Lia Secci (1970), qui solo fuggevolmente citato alle pp. 37-38. Qualcosa si poteva ricavare anche dai lavori di Eugenio Corsini (1964) e Marco Barsacchi (2005), completamente trascurati. In ogni modo, rispetto a quanto era già noto Catalfamo offre una più ampia sistematizzazione e una gran quantità di rimandi all’opera di Untersteiner (i passi citati sono talora contigui, ma mai coincidenti con quelli messi a frutto dalla Secci). Inoltre, allargando il discorso all’intera produzione dell’ultimo Pavese, egli vi individua un intento pedagogico coerente, in base al quale compito di chi scrive sarebbe rendere gli altri uomini partecipi delle sue scoperte sul significato ultimo dell’esistenza. La dimostrazione è convincente, anche se non spiega fino in fondo in che cosa l’apporto di Untersteiner differisca dalle altre, eclettiche letture di Frazer, Otto, Kerényi, Brelich e, soprattutto, Paula Philippson, autori più volte citati da Pavese, in privato e in pubblico, spesso proprio in relazione ai Dialoghi. L’influenza di Untersteiner, ancorché intervenuta a stesura dell’opera già iniziata, fu essenziale, forse la sola davvero importante; ma senza il confronto indicato, la documentazione appare unilaterale e il giudizio finisce per restare, giocoforza, sospeso. Nel complesso del discorso, tuttavia, l’analisi dei singoli componimenti, ancorché (di necessità) a sua volta incompleta, appare ingegnosa. Un esame delle fonti classiche alla base di ciascuno di loro e delle trasformazioni da esse subite avrebbe, con ogni probabilità, ulteriormente giovato all’assunto finale.

Nel resto del volume Ferrarotti ricostruisce i suoi incontri giovanili con Pavese, del quale conserva ricordo come di un letterato atipico, e perciò isolato, “un mistico di tutte le religioni, vale a dire di nessuna”, che amava nascondersi non per timidezza, come pure s’è detto, ma per dispetto “nei confronti degli urbanizzati, di quelli che la campagna, i ‘paesi tuoi’ li conoscono solo nelle gite del fine-settimana”. Borghini propone una possibile influenza del Faust di Goethe, letto da Pavese fin dai tempi del liceo, su Il prato dei morti, il racconto che apre Feria d’agosto (1946), ma i paralleli offerti sono piuttosto labili; Beelke ripercorre la biografia dello scrittore per dimostrare che si trattò di intellettuale impegnato, con un nucleo di pensiero – il contrasto/dialogo fra città e campagna, fra movimento e stabilità delle cose, dei riti e dei valori – che si proporrebbe costantemente entro la sua opera: idea accettabile, spesso sviluppata attraverso accostamenti che sembrano però più impressionistici che documentati e razionali. Stănciulescu ritrova le tracce di un gruppo o tribù, con tanto di riti di inclusione/esclusione degli adepti più deboli, in tutti i racconti che compongono La bella estate (1949): idea che diventa motivo di rivalsa contro i rimproveri di compiaciuto estetismo e assenza di positività etica rivolti a quel libro dai suoi primi lettori, ma non lo difende ugualmente bene dall’accusa di schematismo. Vasconcelos si occupa del realismo di Pavese, che a suo dire avrebbe i tratti non del naturalismo, ma del simbolismo, derivato dagli studi sul mito e sull’antropologia: il realismo di Pavese, scrive Vasconcelos, si definisce “non per una forte conformità nei confronti del mondo empirico, delle cose, ma per la coerenza interna di un insieme di convenzioni e norme tanto poetiche quanto ideologiche”. Spaccini si interessa alla contraddizione di Pavese scrittore impegnato, ma “intellettuale più o meno integrato”, che non partecipò ai grandi eventi della sua generazione e, pur senza aderire veramente al fascismo, non prese nemmeno reale distanza da esso; che nel dopoguerra scrisse su un giornale di chiara ispirazione comunista e richiese la tessera di quel partito, ma rifiutò ogni adesione acritica a idee non sue, difendendo la pari dignità dell’arte rispetto alla morale e alla politica, secondo il principio-guida che “la pagina non dev’essere un doppione della vita […] deve valerla, questo sì”. Ampiamente informativi i saggi dedicati alla diffusione di Pavese all’estero.

Dal riassunto ho lasciato finora fuori l’articolo di Eleonora Cavallini, che pure è quello di maggiore interesse per i lettori di questa rivista. Pavese riprese più volte i giovanili studi di greco e si cimentò a tradurre tre inni omerici (V, VI e VII) e parte della Theogonia esiodea. Tali tentativi, a lungo inediti e confluiti nelle carte ereditate dalla sorella, hanno visto la luce solo nel 1981. Cavallini offre un’analisi dettagliata della traduzione dell’inno VII, dedicato a Dioniso, risalente al 1949. Nel suo saggio l’opera di Pavese, fondata sull’edizione oxoniense di Thomas Allen, è riportata suddivisa in macro-sezioni, delle quali sono messi in evidenza limiti e pregi attraverso una capillare corrispondenza fra testo da tradurre e testo tradotto. C’è qualche divagazione di troppo, qualche tendenza a illustrare Omero più che Pavese, ma nel complesso si tratta di un ottimo lavoro. Ne risulta come Pavese, pur senza grande conoscenza del greco, e a dispetto di occasionali sviste ed errori, sorretto da un gusto raffinato e da un’idea di traduzione “oggettiva, filologica, interlineare se fosse possibile”, sia riuscito più volte ad applicare gli stessi criteri adottati nella versione dell’Iliade realizzata nel medesimo torno di tempo, e sotto la sua guida, da Rosa Calzecchi Onesti per Einaudi: corrispondenza verso/rigo del testo italiano, aderenza puntuale all’originale, ricerca di un registro stilistico semplice, ma non prosastico, rispettoso della dizione formulare del greco. Cavallini, alla fine dell’intervento, promette di confermarne le conclusioni attraverso l’analisi delle altre traduzioni di Pavese. Quel saggio sarà senz’altro di grande interesse, e per i cultori dello scrittore e per i cultori di Omero.

Nel complesso, il volume presenta un’immagine abbastanza coerente di Pavese, visto come uno scrittore dotto, un letterato appassionato al proprio mestiere, convinto della dignità derivante dall’impegno civile e morale, ma poco capace di indirizzare questo impegno verso un progetto concreto, e perciò sconfitto dalla realtà delle cose: il che lo rese preda di un’insoddisfazione continua per il mondo circostante e per la propria opera. Non so se Pavese si riconoscerebbe in questo ritratto; certo è un ritratto che lo rende vivo e attuale. Il volume, piuttosto corretto sul piano formale (da segnalare però “confutare” per “computare” a p. 171), è privo di indici.

Table of Contents

Introduzione, p. 5
Cesare Pavese: le varie dimensioni del mito. Dialoghi con Leucò e oltre (Antonio Catalfamo), p. 15
Con Cesare Pavese al Santuario di Crea (Franco Ferrarotti), p. 59
L’Inno omerico a Dioniso nella traduzione di Pavese (Eleonora Cavallini), p. 65
“Man steht am Fenster”: incipit e un tessuto di ‘elementi’ nel pavesiano “prato dei morti” (Alberto Borghini), p. 83
Cesare Pavese: l’antropologia umana. Dialoghi tra città e campagna (Marina Beelke), p. 97
Tribalismo sofferto e sconfitta esistenziale nella trilogia La bella estate (Hanibal Stănciulescu), p. 123
La musa nascosta (sentieri del realismo pavesiano) (José Manuel de Vasconcelos), p. 135
La ragioni di Pavese. Lo scrittore e la letteratura engagée (Jacqueline Spaccini), p. 143
I primi passi di Cesare Pavese in Spagna: la Antologia poética del 1971 (José Abad), p. 157
Pavese in Portogallo (Andrea Ragusa), p. 165
La fortuna di Cesare Pavese in Russia (Serghej Prokopovitch), p. 173
Ricezione delle opere di Cesare Pavese in Ungheria (Nóra Pálmai), p. 179
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