BMCR 2018.01.13

Le principe de l’action humaine selon Démosthène et Aristote: hairesis – prohairesis

, Le principe de l'action humaine selon Démosthène et Aristote: hairesis - prohairesis. Paris: Les Belles Lettres, 2016. 479. ISBN 9782251420660. €29.00 (pb).

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Il volume di Anne Merker rappresenta un contributo importante alla ricerca sulla nozione di προαίρεσις. Uno studio di questo tipo non ha precedenti nella letteratura sull’argomento e arricchisce significativamente la nostra comprensione del significato di questa nozione, nonché della sua storia e origine.

La tesi generale di Merker si può presentare nella maniera seguente: a dispetto di quanto tutte le traduzioni moderne facciano pensare (insieme a quella latina, electio)1 la προαίρεσις non è una scelta o una decisione ma piuttosto un proponimento ( dessein) o un’intenzione ( intention): essa è anticipazione della presa (προ-αίρεσις) del fine attraverso la realizzazione di ciò che è in vista del fine. Essa corrisponde, quindi, alla spiegazione di Tommaso D’Aquino della nozione di intenzione come in aliquid tendere e può perciò essere tradotta di conseguenza come ‘intenzione’. In questo senso la προαίρεσις è appannaggio umano in quanto apre una temporalità non accessibile agli animali non-razionali che non deliberano in vista dei loro fini. È infatti l’ordine del logos che apre questa dimensione in quanto la deliberazione è, secondo Merker, il processo di ricerca delle cause che portano a un fine dato precedentemente assunto. Secondo la bella espressione di Merker, la προαίρεσις non è originariamente una facultas eligendi bensì una facultas contemplandarum causarum (p. 322).2 In questo contesto è Demostene che secondo Merker attribuisce importanza inedita al termine προαίρεσις; prima nell’orazione Contro Midia, dove ricorre alla nozione in questione come intensificazione dell’espressione tradizionale ἑκών per definire il dominio di ciò che si fa volontariamente; in seguito e soprattutto in Sulla corona quando deve rendere conto in tribunale della sua politeia di vita, vale a dire del suo piano politico come espressione di una decisione collettiva di azione. Parlando della “sua προαίρεσις” egli fa riferimento al suo piano politico in quanto condiviso dai cittadini Ateniesi aventi tale diritto. Non si tratta quindi della sua “decisione” ma del suo “proponimento”, “disegno”, “intenzione”.

Il contributo è quindi davvero importante, soprattutto perché ci segnala un percorso storiograficamente avveduto per ricostruire il significato di una nozione che troppo spesso viene presentata come avulsa dal suo contesto storico, emergente dal puro genio aristotelico e trascendente la sua stessa origine. Tuttavia cercherò di far notare che Merker sembra assumere un presupposto problematico, quello per cui nelle due etiche tramandateci come scritte da Aristotele, cioè E(tica) E(udemia) ed EN, lo Stagirita esprimerebbe sostanzialmente la stessa immutata posizione filosofica. Questo mi sembra sia discutibile perché rischia di impedirci di notare le differenze sottili (e meno sottili) tra le due.3 Prima di trattare del presupposto di uniformità tra EE ed EN attraverso un esempio, vorrei fare delle considerazioni su una questione per così dire trasversale alle due etiche.

Merker descrive la προαίρεσις come un tipo di desiderio (p. 267). Sebbene sia a volte molto cauta (cfr., per esempio, p. 326 sull’ EE) tale rimane l’idea alla base della sua lettura (cfr. p. 340). Questo è problematico per varie ragioni. Aristotele infatti richiama spesso la sua tripartizione del desiderio in appetizione, θυμός e volere e lo fa coerentemente in più luoghi del corpus ( DA 414b2; DMA 700b22; EE 1223a26-7; 1225b24ss.). In quest’elenco la προαίρεσις non compare mai. Ma se il desiderio fosse davvero il suo genere di appartenenza la προαίρεσις dovrebbe comparirvi visto che Aristotele presenta la sua tripartizione, di chiara eredità platonica, come formata da membri congiuntamente esaustivi e mutuamente esclusivi.4 Ovviamente chiunque consideri la προαίρεσις come un desiderio si difenderà dicendo che si tratta di un “desiderio deliberato” come vuole la sua definizione–in questo l’ EE e l’ EN non presentano differenze ( EE 1226b17, EN 1113a10-11). Tale mossa tuttavia non risponde al problema menzionato; che la προαίρεσις sia un “desiderio deliberato” rende la deliberazione, e con essa il logos, la sua differenza specifica ma lascia comunque il desiderio come genere prossimo. Per intenderci: data la definizione di uomo come “animale razionale” ci aspetteremmo di ritrovare il definiendum in una lista completa delle specie animali. Ma questo non succede nel caso della προαίρεσις. Non sembra casuale, tuttavia, la scelta di Aristotele di non presentare la προαίρεσις tra i tipo di desiderio. Infatti, nell’ EN dopo averla apparentemente definita come “desiderio deliberato di ciò che è in nostro potere” (1113a10-11) Aristotele prosegue dicendo “sulla προαίρεσις sia detto questo a mo’ di abbozzo (τύπῳ)” come se si rimandasse al prosieguo dell’opera un’ulteriore specificazione della sua natura. Inoltre, in vari luoghi–sui quali non ci soffermeremo, ma cfr., per esempio, DMA 700b17-24–Aristotele sembra presupporre che la προαίρεσις sia un’unione di desiderio e logos piuttosto che un genere del primo (700b23, ἡ δὲ προαίρεσις κοινὸν διανοίας καὶ ὀρέξεως). Si noti che la posta in gioco non è trascurabile: nell’assegnazione di un certo genere alla προαίρεσις si tratta di capire se il principio dell’azione umana ricade sotto l’appetizione oppure sotto la ragione. 5 Una soluzione che varrebbe la pena testare è di concepire quest’unione come di natura ilemorfica, ovverosia di concepire la προαίρεσις come un composto di desiderio e logos non ulteriormente risolvibile nei suoi elementi costituenti. L’ipotesi era già presente in antichità (cfr. Aspasio, 75, 6-17) e sembrerebbe risolvere il problema dell’apparente oscillazione di Aristotele a riguardo: la προαίρεσις viene definita sia come “desiderio deliberato” ( EN III 3, 1113a11) sia come “intelletto desiderativo” (ὀρεκτικὸς νοῦς) o “desiderio che concerne il pensiero” (ὄρεξις διανοητική) ( EN VI 2 = EE V 2, 1139b4-5). Si consideri, inoltre, che il rapporto tra desiderio e logos nella προαίρεσις è chiarito da Aristotele ricorrendo più volte alla necessità ipotetica: se il fine ha da essere allora bisogna ricorrere a certi mezzi. La stessa necessità ipotetica, com’è noto, è chiamata in causa per spiegare il rapporto tra materia e forma in Phys. II 9; questo suggerisce che una lettura ilemorfica potrebbe non essere avventata. Sebbene Merker non menziona quest’ipotesi, alcune sue intuizioni vanno in questa direzione. In una nota (n. 19, p. 268) fa notare come Aristotele non si riferisca mai a una facoltà corrispondente alla προαίρεσις come τὸ προαιρετικόν se non nei Magna Moralia (probabilmente spuri). Scrive quindi: “Aristote parla uniquement de prohairesis et de to prohairoumenon, considérant donc l’acte même d’inténtionner sans jamais identifier une faculté psychique unitaire correspondante” (p. 268).

Vorrei ora trattare più da vicino dell’assunzione di uniformità di dottrina tra le due etiche su cui Merker sembra basarsi. Stupisce infatti che al tema del rapporto tra l’ EE e l’ EN non sia dedicata nemmeno una nota in tutto il volume. Tuttavia, l’interpretazione complessiva di Merker della προαίρεσις si attaglia particolarmente bene alla EE e ad alcune sue peculiarità. Il caso esemplare mi sembra essere quello della spiegazione della problematica etimologia del termine. Merker fornisce una spiegazione interessante e inedita dell’etimologia del termine προαίρεσις per come ci viene spiegata nell’ EE. Nella EN è noto che l’etimologia ruota attorno al significato di πρό- in προαίρεσις che viene spiegato come ὂν πρὸ ἑτέρων αἱρετόν (1112a16-7).6 Nella EE, invece, tutti i manoscritti riportano πρός che è stato poi emendato in πρό, evidentemente per fare coincidere questa etimologia con quella della più famosa EN.7 Merker mantiene la lezione dei manoscritti e fornisce una spiegazione fortemente plausibile in linea con la sua interpretazione generale della προαίρεσις (p. 315): il πρός dei manoscritti va pensato secondo quello della clausola τὰ πρὸς τὸ τέλος, l’espressione preferita di Aristotele per indicare quello che comunemente traduciamo “mezzi” o più correttamente “ciò che conduce al fine”. Come spiega Merker, la προαίρεσις è un “tendere verso” in quanto prensione dei mezzi come contribuenti al fine, è quindi αἵρεσις πρὸς ἕτερον, dove l’ultimo elemento si riferisce al fine. Aristotele ripete significativamente spesso nella EE che chi agisce per προαίρεσις prende qualcosa in vista di qualcos’altro (1226a11-12; 1227b36-7); e il πρὸς ἕτερον dei manoscritti a ben vedere ricompare in tutta la sezione in questione (1226b16; 1227a7; 1227a11).8 È chiaro che questa ricostruzione permette a Merker di sostenere la sua interpretazione della προαίρεσις come intenzione; ma se questa ricostruzione è corretta appare difficilmente esportabile al caso dell’EN dove, come ricordato, nell’espressione ὂν πρὸ ἑτέρων αἱρετόν il πρό può essere letto come temporale o preferenziale, ma difficilmente come teleologico. Mi sembra importante sottolineare queste distinzioni tra l’ EE e l’ EN in quanto sembrano restituirci idee differenti riguardo a una nozione fondamentale per il pensiero pratico aristotelico come quella di προαίρεσις. Perfino i più avveduti studiosi dell’ EE come Kenny e Donini, sempre attenti a mostrarne le differenze rispetto alla sorella EN, accettano l’emendazione del testo e così facendo rischiano di seppellire il senso originario della προαίρεσις secondo l’ EE.9 Una volta rivendicato il testo dei manoscritti e mostrato che l’analisi aristotelica ruota attorno alla preposizione πρός sarà necessario spiegare, o quantomeno congetturare, come mai Aristotele passi da questa analisi etimologica a quella del πρό che troviamo nella EN e se le due siano o meno sovrapponibili. Queste differenze sono forse segno della vivacità con cui il significato del termine era dibattuto nel IV sec. a.C.? In ogni caso, non mi pare esagerato affermare che la difesa del testo tràdito da parte di Merker non potrà più essere ignorata da parte di editori e interpreti della EE –l’altra studiosa che si è recentemente impegnata in questo senso è Karen Margrethe Nielsen.

Questa nostra discussione non può restituire la ricchezza del volume in oggetto. Merker manifesta una conoscenza raffinata del pensiero greco da Omero all’epoca classica, passando per Tucidide e, ovviamente, i retori del V e IV sec. a.C. Inoltre sezioni interessanti sono dedicate all’interpretazione di Tommaso D’Aquino della προαίρεσις, alle traduzioni latine del termine nonché ad Aspasio (questi ultimi due temi nelle appendici). Resta il fatto che la studiosa sembra aver ricavato le sue idee più felici, inedite e interessanti dall’ancora negletta sorella minore dell’ EN, ovverosia l’ EE.

Notes

1. La genesi di tale traduzione latina è rintracciata in una delle appendici al volume. In particolare, si noti a p. 405 l’importantissimo ruolo giocato da Giovanni Damasceno e la fortuna della sua opera per la posterità.

2. Il mutato punto di vista che ci propone Merker è comprensibile attraverso un parallelo con un altro travagliato termine, ovverosia ἐλευθερία: come quest’ultimo è legato in epoca classica più che a una capacità di autodeterminazione a un diritto politico similmente la προαίρεσις deriva dall’attività democratica dell’Atene classica. Per esempio, αἵρεσις e αἵρεσθαι indicano nella Grecia classica le elezioni dei magistrati (p. 86); tutto il lessico della concezione della προαίρεσις in Aristotele deriva dal processo decisionale–si pensi a βουλή usato come equivalente a βούλευσις–dei politeuόmenoi, i cittadini maschi adulti aventi diritto di proporre e votare decreti in assemblea. In questo contesto la προαίρεσις (che di solito traduciamo come “decisione”) non è nient’altro che il risultato del processo deliberativo e non una facoltà a sé stante: il parallelo con ἐλευθερία è, mi pare, notevole.

3. Lascio da parte la terza opera etica tramandataci, i Magna Moralia, di paternità molto più controversa (del resto anche Merker sembra considerarla spuria).

4. È da notare che nell’ EE Aristotele stesso presenta all’inizio della sezione dedicata alla προαίρεσις la sua incertezza rispetto al suo genere di appartenenza, cfr. 1225b19-20.

5. Su questo punto si veda la discussione in Gauthier & Jolif, Aristote: L’Éthique à Nicomaque, Louvain, Publications Universitaires de Louvain, 1970, vol. II, p. 445 in cui gli autori discutono la loro posizione a confronto con quella di Tommaso D’Aquino.

6. Sull’ambiguità di πρό, cfr. Lorenz, Virtue of Character in Aristotle’s Nicomachean Ethics, OSAP, 2009, pp. 186-188; Gourinat, Délibération et choix dans l’éthique aristotelicienne, in L’excellence de la vie, Romeyer-Dherbey, G. & Aubry, G., Paris, Vrin, 2002, pp. 95-124, soprattutto le pp. 96-105.

7. La correzione risale a Sylburg, nel diciassettesimo secolo, ed è stata da allora accettata indiscriminatamente da tutti gli editori. Inoltre, secondo l’apparato dell’edizione oxoniense di Walzer e Mingay, i MSS. PC riportano ἑτέρου mentre L riporta ἕτερον. Occorre seguire la seconda possibilità per costruire il testo come propone Merker.

8. Si noti anche l’attenta difesa di Merker del senso della stessa preposizione nella definizione della πρώτη φιλία come ἡ τῶν ἀγαθῶν ἐστιν ἀντιφιλία καὶ ἀντιπροαίρεσις πρὸς ἀλλήλους a 1236b2-3.

9. Un altro caso recente è Lorenz che non fa presente che il πρό nell’ EE sia un’emendazione e sostiene che l’EE fornisce prove per una lettura temporale del suffisso nell’ EN, cfr. Lorenz, (sopra, nota 6), p. 187.