BMCR 2026.02.35

Major corrections: an intellectual biography of Sebastiano Timpanaro

, Major corrections: an intellectual biography of Sebastiano Timpanaro. London: Verso, 2025. Pp. 288. ISBN 9781804293775.

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Sebastiano Timpanaro (1923-2000) esordì come filologo classico sotto la guida di Giorgio Pasquali con una serie di studi su Ennio pubblicati tra il 1946 e il 1949. Tuttavia, seguendo il suo maestro Giorgio Pasquali, e andando molto più avanti di lui in questa direzione, Timpanaro già a partire dagli anni Cinquanta allargò la sua produzione scientifica con “pagine stravaganti” – in alcuni casi interi libri – negli ambiti più vari; la bibliografia di Timpanaro più ricca attualmente disponibile[1] registra quasi 500 entrate che spaziano dalla storia degli studi classici, alla linguistica, alla storia culturale del XIX secolo (con particolare riguardo a Giacomo Leopardi), alla psicanalisi, al marxismo, al materialismo. Gli interventi su questi temi erano in gran parte approfondimenti strettamente connessi con la militanza politica di Timpanaro che fu sempre, fino all’ultimo, su posizioni sintetizzabili approssimativamente come leniniste-trotskiste (quindi anticapitaliste, antistaliniste, classiste, internazionaliste).

Secondo quanto osserva Geue (pp. 29-34), la notorietà di Timpanaro nel mondo anglofono si affermò lungo due direttrici, in tempi diversi e in corrispondenza di differenti àmbiti della sua attività. Negli anni Sessanta emerse l’interesse per il Timpanaro filologo classico, grazie anche alla mediazione di E. J. Kenney dopo l’uscita di La genesi del metodo del Lachmann. Negli anni Settanta, invece, iniziò ad avere fortuna la sua produzione politico-ideologica, la cui diffusione fu notevolmente favorita dalla traduzione inglese di Sul materialismo (1975) e Il lapsus freudiano (1976).

All’interno di questo quadro, il libro di Geue si contraddistingue per l’obiettivo dichiarato (p. 33) di indagare l’opera di Timpanaro nel suo complesso, e non limitandosi a uno solo dei numerosi campi di ricerca in cui essa si è esercitata e intrecciando il quadro dell’opera di Timpanaro con una ricostruzione della sua biografia. Dopo una «Introduction», in cui viene tracciato un rapido profilo biografico di Timpanaro e dell’ambiente in cui è nato e si è formato, il libro di Geue è diviso in sette capitoli in cui la biografia e l’opera di Timpanaro vengono analizzate da diverse prospettive: la militanza politica (cap. 1); la filologia classica (cap. 2); gli studi dedicati a Giacomo Leopardi e ai movimenti culturali che caratterizzarono i primi decenni del XIX secolo, Romanticismo e Classicismo, soprattutto in Italia; il materialismo (cap. 4); la psicanalisi (cap. 5); la linguistica (cap. 6); la critica letteraria (cap. 7).

Già da quanto abbiamo visto finora, possiamo apprezzare come Geue si occupi anche, e con grande impegno, di quell’ampia parte della produzione di Timpanaro che in area anglofona era per lo più rimasta ai margini (come quella relativa a Giacomo Leopardi) o senz’altro trascurata, come quella relativa agli studi su figure minori – minori anche dal punto di vista di uno studioso italiano! – quali Carlo Bini e Edmondo De Amicis, sui quali Geue si mostra molto ben informato. Da questo punto di vista, sono convinto che la monografia di Geue su Timpanaro abbia tutte le carte in regola per raggiungere uno degli obiettivi dichiarati dall’autore (p. 33): «to give English-speaking readers a fuller picture of this fascinating figure».

Chiude il libro una «Conclusion» intitolata, con espressione italiana ripresa da Timpanaro, «Battere e ribattere», in cui Geue si impegna a sostenere una tesi che costituisce un altro degli obiettivi di fondo del libro: trovare una «unity in the diversity» (p. 222), una unità organica tra i molteplici interessi di ricerca di Timpanaro, e che Timpanaro stesso, invece, considerava, e voleva che fossero considerati, un semplice aggregato di elementi eterogenei e persino inconciliabili tra loro.

È in questa prospettiva che Geue attribuisce in particolare alla filologia la funzione di aver fornito a Timpanaro (p. 93) «a way of thinking through various problems that would become crucial to his broader non-philological work». Entro certi limiti, si tratta di una conclusione condivisibile, e peraltro non del tutto nuova perché trova fondamento in qualche cenno già di Timpanaro stesso che forse poteva essere valorizzato meglio (cfr. P. Cataldi, La filologia e il postmoderno. Intervista a Sebastiano Timpanaro, «Allegoria» 3, 1991, 95-108, in part. 96; a questo articolo Geue fa solo un rapido cenno a p. 69, n. 20).

A mio avviso più discutibile Geue risulta invece quando si spinge ad affermare (p. 93) che la filologia di Timpanaro «has true enduring value only insofar as he deployed to means for ends far beyond itself», attribuendo quindi alla filologia proprio quella funzione esclusivamente strumentale che Timpanaro aveva apertamente contestato (cfr. La filologia di Giacomo Leopardi, Roma-Bari 19782 e 19973, p. 149: «bisogna guardarsi dal concepire il rapporto fra l’attività propriamente filologica e quella più largamente storica o critico-valutativa in modo troppo semplicistico, come un rapporto di “prima” e “dopo”, di “mezzo” e di “fine”: philologia ancilla historiae, come nel medioevo la filosofia era ancella della teologia»; questo brano così importante, contenuto in una delle monografie più rilevanti di Timpanaro, non viene mai citato da Geue).

Questa svalutazione della filologia da parte di Geue non sorprende: pur dichiarandosi «trained in classical philology» (p. XI), egli manifesta ripetutamente non solo estraneità, ma persino ostilità nei confronti del tipo di filologia praticata da Timpanaro[2]. In questa prospettiva, il libro di Geue si colloca chiaramente nel secondo dei filoni di ricezione di Timpanaro da lui stesso individuati in ambito anglofono, quello rivolto soprattutto alla sua produzione di taglio politico-ideologico: non a caso, infatti, Geue racconta (XI-XII) di essersi accostato a Timpanaro non attraverso i contributi filologici, ma tramite una delle opere più schiettamente teorico-ideologiche, Il lapsus freudiano.

La subordinazione della filologia al resto della produzione di Timpanaro spiega un altro degli aspetti di fondo del libro di Geue, quello della sua struttura complessiva. Geue sostiene di aver disposto gli argomenti secondo (p. XV) «a rough chronological order through Timpanaro’s major works and topics». In realtà, io vedo nell’ordine degli argomenti non tanto un ordine cronologico, quanto piuttosto uno teleologico. La scelta di porre all’inizio il capitolo sul Timpanaro politico, seguito da quello sul Timpanaro filologo, sembra alterare la reale cronologia per presentare la militanza politica come il quadro di riferimento in cui si sviluppa tutta l’attività di ricerca di Timpanaro, filologia compresa. In realtà (come peraltro si ricava dallo stesso Geue) l’attività filologica di Timpanaro si manifesta prima dei suoi interessi politici: le prime pubblicazioni di Timpanaro sono di filologia classica e risalgono al 1946, mentre la militanza politica di Timpanaro iniziò nel 1947 con l’iscrizione al Partito Socialista; inoltre,Timpanaro iniziò a pubblicare articoli con qualche vago risvolto politico solo nel 1951, quando aveva già una ricca produzione di carattere filologico. La posizione del capitolo su Timpanaro filologo in seconda sede sembra spiegabile con la concezione esclusivamente strumentale e propedeutica che Geue attribuisce a quegli studi. Ma anche qui sarà il caso di ricordare che Timpanaro continuò a coltivare intensamente i suoi studi filologici fino agli ultimi giorni di vita: al riguardo possiamo qui menzionare un intero volume di Contributi di filologia greca e latina, uscito anch’esso postumo nel 2005, che raccoglie molti impegnativi lavori filologici che Timpanaro aveva scritto tra il 1995 e il 2000, negli ultimi cinque anni di vita[3]: significativamente, questo volume, che pure contiene un ampio articolo in una versione molto rimaneggiata da Timpanaro evidentemente appunto in vista di una sua ripubblicazione, non viene mai ricordato nel libro di Geue[4].

La discussione sulla funzione da attribuire alla filologia di Timpanaro ci ha portato a toccare marginalmente un altro aspetto di fondo del libro di Geue su cui adesso converrà richiamare l’attenzione: la selezione e l’uso della base documentaria. Geue presenta il suo libro come (p. XIV) «the first work on Timpanaro to combine a broad reading of his major published works with a long and laborious sifting of almost all of his correspondence». Ho già avuto occasione di riconoscere come il libro di Geue mostri in effetti una davvero lodevole conoscenza anche di quella parte della produzione di Timpanaro assai poco nota al di fuori del pubblico italiano. E altrettanto lodevoli sono l’attenzione e le energie che Geue ha rivolto al ricchissimo epistolario timpanariano (oltre 10.000 lettere) conservato presso la Biblioteca della Scuola Normale di Pisa: quelle lettere sono davvero un patrimonio da valorizzare, come emerge sempre più chiaramente man mano che si procede con la loro pubblicazione.

Tuttavia, nel libro di Geue questa combinazione tra materiale pubblicato e lettere private dà luogo a un connubio che solleva alcune obiezioni, che stranamente Geue (p. XV) prevede, ma non previene; qui conviene tentare di esplicitarle, date le importanti implicazioni sull’impostazione complessiva del volume. Un primo dubbio solleva già l’espressione «major published works»: questa formulazione implica evidentemente una selezione tra le opere pubblicate, che – a quanto pare (ma nel passo di Geue questo rimando interno manca) – devono essere identificate con le «major published works» di Timpanaro che si trovano elencate in fondo al volume, pp. 247-255. Ma in una monografia dell’ampiezza di Geue e che si propone dichiaratamente una ricostruzione complessiva di tutto Timpanaro, credo che sarebbe stato lecito aspettarsi prioritariamente una lettura di tutte le pubblicazioni di Timpanaro, non di una loro selezione, basata peraltro su criteri che non vengono chiariti: sulla base di quale valutazione Geue ha deciso che una pubblicazione di Timpanaro è «major» oppure no? In questo modo di procedere mi pare evidente il rischio dell’arbitrarietà. Un caso emblematico delle conseguenze a cui si espone la selezione tra le pubblicazioni operata da Geue si trova a p. 198: tutta l’elaborata (e speculativa) ricostruzione offerta qui da Geue per dimostrare che «Timpanaro inherited narrow-eyed reservations towards artistic sensibility and self-indulgence from the mother» trova una secca, incontrovertibile e articolata smentita in ciò che Timpanaro stesso dice nella sua premessa a una raccolta dei contributi della madre uscita postuma nel 2001[5], un testo di Timpanaro che non si trova mai citato nella monografia di Geue, e che io invece non esiterei a includere tra i suoi «major», tanto più che contiene tante altre importanti informazioni su questioni autobiografiche trattate da Geue stesso.

L’aver preso in considerazione, con criteri non chiariti, solo una parte dei testi di Timpanaro editi (con le omissioni inspiegabili che, come abbiamo visto, tale scelta comporta) risulta ancor più sorprendente in considerazione del fatto, in sé positivo, che Geue ha invece allargato la sua ricerca a quell’enorme materiale in gran parte inedito che è costituito dall’epistolario.

Peraltro, proprio l’uso dell’epistolario timpanariano da parte di Geue richiede particolare cautela. Spesso i rimandi di Geue alle lettere si risolvono in secche menzioni dei loro destinatari e delle loro date, senza alcuna citazione del testo e trascurando completamente il contesto: proprio in quanto inedite, quelle lettere sono sostanzialmente sottratte a una possibilità di controllo, e il lettore che non voglia intraprendere un viaggio a Pisa è obbligato a fidarsi della interpretazione che ne dà Geue stesso, e che purtroppo, alla luce di miei numerosi controlli diretti sul testo originale delle lettere conservate in archivio, si rivela non raramente forzata, e talvolta mossa da un certo intento sensazionalistico (che peraltro si rivela spesso infondato). Questo aspetto richiederebbe una discussione caso per caso e per evidenti ragioni di spazio qui posso limitarmi solo a un esempio, che ha il vantaggio di fare riferimento a una serie di lettere che nel frattempo (agosto 2023) sono state pubblicate in una edizione digitale scaricabile gratuitamente da qui. Nel capitolo intitolato «Enlightenment Classicists», Geue tratta la figura dell’intellettuale isolato e la definisce un «myth» (a p. 106 parla anche di «obsession») capace di esercitare un’influenza così marcata su Timpanaro da spingerlo a riconoscerne la presenza anche laddove non vi fosse alcun riscontro concreto (Geue, p. 110, parla ripetutamente di «pure speculation» e ancora di «pure projection based on absolutely no evidence»). Secondo Geue, questo «myth» avrebbe portato Timpanaro a interpretare il disprezzo manifestato da Otto Skutsch nei confronti di H. D. Jocelyn come l’espressione di un atteggiamento elitario tipico dell’intellettuale mitteleuropeo nei confronti del collega australiano, ritenuto provinciale (p. 110). Tale ricostruzione, che Geue basa su due lettere di Timpanaro a Mariotti datate “26 November 1973, 16 January 1974” (richiamate nella nota 46, ma come al solito senza trascriverle), risulta tuttavia impropria se confrontata con i testi originali. Il carteggio ora pubblicato consente infatti di appurare che l’ipotesi sull’atteggiamento di Skutsch nei confronti di Jocelyn fu avanzata, in prima istanza, non da Timpanaro, ma da Mariotti, nella lettera del 3 novembre 1973 (n. 558, p. 1060), che Geue non cita. Se invece di guardare alle lettere di Timpanaro in maniera selettiva isolando singole parti (come fa Geue), si guarda al carteggio Timpanaro – Mariotti nel suo insieme, si può arrivare alla conclusione che, almeno nel caso della vicenda di Jocelyn, la figura dell’intellettuale isolato sia stato un «myth» che abbia esercitato la sua influenza più su Scevola Mariotti, il primo ad avanzare l’ipotesi su Jocelyn, che su Timpanaro, che accolse quella ipotesi non senza cautela[6]. E quanto al disprezzo di Skutsch per Jocelyn di cui Timpanaro parla nella lettera del 16 gennaio 1974 (una delle due lettere chiamate in causa da Geue), questo non è certo «pure speculation» o «pure projection based on absolutely no evidence» ma trova fin troppo esplicita testimonianza in lettere di Skutsch a Timpanaro, che Geue stesso poteva leggere nel Fondo Timpanaro (si veda ad esempio la lettera di Skutsch a Timpanaro datata 24 novembre 1967»).

Alla luce di quanto osservato, credo dunque di poter concludere che dovremo essere senz’altro grati a Geue se con il suo libro contribuirà a rilanciare a livello internazionale l’interesse per l’opera di Timpanaro in tutta la sua ricchezza e varietà, ma dovremo essergli ancora più grati se spingerà gli eventuali interessati a leggerla (o a rileggerla) direttamente verificando sul testo originale le interpretazioni che egli ne propone[7].

 

Notes

[1] M. Feo, L’opera di Sebastiano Timpanaro (1923-2000) in R. Di Donato (cur.), Il filologo materialista. Studi per Sebastiano Timpanaro, Pisa 2003, 191-293.

[2] Cfr. ad es. p. XIII: «Particularly at the beginning, it was not always easy to treat evenhandedly a thinker who represents precisely the kind of philological nitpicker I have spent a lifetime forming myself against (and with whom I have often had unpleasant dealings     )».

[3] S. Timpanaro, Contributi di filologia greca e latina, a cura di Emanuele Narducci, Firenze 2005.

[4] S. Timpanaro, Dall’‘Aléxandros’ di Euripide all’‘Alexander’ di Ennio, Rivista di Filologia e di Istruzione Classica 124 (1996), pp. 5-70, poi con numerose aggiunte in S. T., Contributi di filologia greca e latina, cit., pp. 91-153.

[5] Maria Timpanaro Cardini, Tra antichità classica e impegno civile, a c. di S. Timpanaro, Pisa 2001, p. 11.

[6] Per altri dettagli cfr. A. Russo, «Bisogna che mi rilegga tutte quelle tue lettere». Note in margine al Carteggio tra Sebastiano Timpanaro e Scevola Mariotti, Rivista di Filologia e di Istruzione Classica 153 (2025), c.d.s., § 3.3. Sull’uso discutibile delle lettere nel volume di Geue cfr. ora anche le osservazioni di G. Pedullà, New Left Review 155 (Sept-Oct 2025), 141-152: 150.

[7] Pochi i refusi che mi è capitato di riscontrare: segnalerei a p. 204, n. 46 «Emiliano Narducci» in luogo di «Emanuele Narducci»; a p. 240 «Daniela Paccella» in luogo di «Daniela Pacella». Molto utile l’«Index» delle pp. 257-290, ma sarebbe stato opportuno perché vi compare solo una parte dei nomi propri citati nel volume.