BMCR 2026.02.22

Lucretian receptions in prose

, Lucretian receptions in prose. Trends in classics - supplementary volumes, 167. Berlin: De Gruyter, 2024. Pp. 220. ISBN 9783111443669.

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Il volume raccoglie gli Atti di un convegno tenutosi nel 2018 all’Università di Patrasso. Come dice il titolo, il tema unificante di questi contributi è la ricezione di Lucrezio negli autori di prosa: Cicerone (Philip Hardie), Celso (George Kazantzidis), Seneca (Francesca Romana Berno, Myrto Garani), Quintiliano (Daniel Markovich), Plinio il Giovane (Jesse Weiner), Lattanzio (Gordon Campbell); sul versante greco, Plutarco (Pamela Zinn). Nella breve Introduction, firmata dal curatore, è subito riconosciuto il debito nei confronti della nota monografia di Susanne Gatzemeier[1], definita come «an invaluable contribution to the topic but by no means exhaustive» (p. 1); lo stesso, in realtà, si potrebbe dire anche di questa miscellanea, che lascia scoperti prosatori promettenti per questa linea di ricerca: tanto per fare qualche nome tra i meno battuti, Plinio il Vecchio, che cita Lucrezio soltanto tra gli auctores di riferimento per il X libro, dedicato agli uccelli (cf. nat. 1.10 ind. auctor.), ma con ogni probabilità lo utilizza anche altrove[2]; Apuleio, le cui allusioni lucreziane sono state indagate soprattutto nel romanzo e nelle opere filosofiche, meno nei Florida, che pure contengono materiale interessante in questa prospettiva[3]; Agostino[4], per spingersi oltre Lattanzio, già programmaticamente assunto come limite cronologico da Gatzemeier (i cristiani rappresentano un campo di studio fertilissimo)[5]. Insomma, l’argomento non è affatto esaurito e ci sarebbe ampio spazio per progettare un secondo volume sulle Lucretian receptions in prose, ma più che sulle assenze, inevitabili e certamente giustificabili, dato il taglio dell’opera, in questa sede è bene concentrarsi sulle presenze.

Diciamo subito che tutti i saggi offrono vari spunti meritevoli di attenzione: gli studiosi interessati alla fortuna antica di Lucrezio non potranno che beneficiare di questo lavoro, piuttosto accurato anche dal punto di vista dell’informazione bibliografica, anche se, alla luce di un importante articolo di G.G. Biondi che andava, se non discusso, almeno ricordato[6], lascia un po’ stupiti la relativa tranquillità con cui si considera Lucrezio come modello del carme 64 di Catullo (p. 7, e anche p. 1).

Tra i saggi più stimolanti rientra senz’altro quello di Hardie, dedicato al De re publica ciceroniano. Dopo le opportune precisazioni sui rapporti cronologici e un riepilogo dei luoghi in cui già da tempo vari studiosi hanno rintracciato reminiscenze lucreziane, Hardie ritiene che la deificazione di Epicuro nel De rerum natura, solitamente interpretata in chiave filosofica, vada letta come una risposta polemica al fatto che Cicerone aveva attribuito un carattere divino ad alcuni personaggi di spicco dell’agone politico (per es. Pompeo, cf. Manil. 36); Cicerone, riproponendo le medesime convinzioni nel De re publica – specialmente nel Somnium Scipionis –, reagirebbe a sua volta all’operazione compiuta da Lucrezio e ribadirebbe, contro il poeta, che il linguaggio della divinizzazione spetta al politico e non al filosofo. Secondo questa affascinante lettura, Lucrezio e Cicerone intratterrebbero un implicito dialogo a distanza su un tema che, naturalmente, avrà larga risonanza nella letteratura successiva, a partire da un testo fondativo dell’età augustea come le Bucoliche: per Hardie, Virgilio, proclamando la divinità del iuuenis nell’ecl. 1 (Ottaviano) e di Dafni nell’ecl. 5 (Giulio Cesare), non farebbe altro che proseguire questo dibattito, schierandosi concettualmente con Cicerone, ma riecheggiando verbalmente Lucrezio[7].

Ricco di analisi e ben strutturato è il capitolo su Celso curato da Kazantzidis, che presenta molteplici punti di interessi. Oltre a sottolineare il peso del côté medico in Lucrezio e a rintracciare varie convergenze lessicali con Celso, Kazantzidis sostiene che Celso abbia letto le Georgiche virgiliane con il filtro del De rerum natura: il significato osceno che rinveniva nell’‘innocente’ georg. 1.357 [scil. freta ponti] incipiunt agitata tumescere («le onde del mare agitate, cominciano a gonfiarsi»), stando alla testimonianza di Quint. inst. 8.3.47, sarebbe motivato dall’interferenza di Lucr. 4.1045 inritata tument loca semine. Intriganti risultano anche i casi in cui lo studioso ipotizza l’influsso combinato di Celso e Lucrezio sugli autori successivi (per es. Seneca): una sorta di intertestualità simbiotica, che rivelerebbe come già gli antichi avessero coscienza della loro profonda relazione linguistica e concettuale.

Persuasivo è anche il capitolo di Garani sul diluvio universale di Sen. nat. 3.27-30, un passo che è stato molto studiato soprattutto in riferimento ai suoi ovvi rapporti con le Metamorfosi ovidiane. È merito di Garani aver dato il giusto rilievo anche alla presenza di Lucrezio, sensibile sin dall’inizio del racconto, come rivela l’uso delle cause multiple in nat. 3.27.1: oltre a Lucr. 5.386-395 e 5.411-415, la cui importanza per il discorso senecano era già nota, la studiosa dimostra che meritano particolare attenzione il proemio al II libro, dato che per i superstiti del diluvio rifugiatisi sulle sommità dei monti (nat. 3.27.11-12) viene immaginato un atteggiamento di distacco simile a quello che Lucrezio attribuisce al saggio epicureo (2.14-19), e la peste (6.1235-1238), che potrebbe aver dato a Seneca l’abbrivo per assimilare gli ultimi sopravvissuti agli animali (nat. 3.30.7): la conclusione è che «Lucretius’ victims are demonstrated to have failed in the philosophical test of initiation into Epicurean philosophy […]. Seneca’s final survivors are similarly portrayed as failed Stoic sublime figures» (p. 101). Sempre sul piano delle riprese da Lucrezio, un altro passo che si potrebbe prendere in considerazione è la sezione dedicata all’impossibile aumento del volume marino (6.608-638; cf. anche 5.264-272), un principio che Seneca riprende più volte nel corso del III libro delle nat. (4; 5; 8; cf. anche epist. 79.8; prou. 1.2, con il comm. ad l. di N. Lanzarone [Firenze 2008], 100-101) e che ovviamente si pone in forte contrasto con il diluvio (cf. nat. 3.27.10 mare tunc primum auctum fluminum accessu et sibi angustum).

Altri contributi, per quanto ben documentati, mostrano invece qualche forzatura e le allusioni che rintracciano non risultano pienamente convincenti. Che le due epistole di Plinio il Giovane sull’eruzione del Vesuvio (6.16 e 6.20) esibiscano varie consonanze con Lucrezio, come sostiene Weiner, è cosa nota e indubbia, ma non tutti saranno persuasi che la frase erat Miseni classemque imperio praesens regebat (epist. 6.16.4) alluda a Verg. Aen. 6.851 tu regere imperio populos, Romane, memento e a Lucr. 5.1130 quam regere imperio res uelle et regna tenere (pp. 126-127), visto che imperio regere è un nesso frequente; né convince, per fare solo un altro esempio, che multa […] miranda […] patimur di epist. 6.20.8 riprenda Lucr. 4.462 mirande multa uidemus (p. 130).

In definitiva, il volume, corredato di due utili indices (rerum et nominum, locorum), costituisce un importante contributo alle ricerche su Lucrezio e sulla sua fortuna, nonostante alcuni passaggi contestabili; gli studi futuri che si occuperanno di questi temi ne dovranno certamente tenere conto[8].

 

Authors and Titles

  1. Introduction (G. Kazantzidis)
  2. Cicero and Lucretius on Deifying the Great Man (Ph. Hardie)
  3. Lucretius, Celsus and “Medical Latin” (G. Kazantzidis)
  4. Like a Rotten Stone: Seneca’s Allusions to Lucretian Cosmic Decay in Epistulae Morales 12, 30 and 58 (F.R. Berno)
  5. It’s the Final Countdown: Taking the Philosophical Test on the Brink of Death: Lucretius’ DRN, Seneca Naturales Quaestiones 3.27-30 (M. Garani)
  6. Lucretius in Quintilian (D. Markovich)
  7. Lucretius, Pliny the Younger, and the Volcan (J. Weiner)
  8. Lucretius in Plutarch’s Gryllus: An Intertext on Animal Rationality (P. Zinn)
  9. Lactantius’ Use of Lucretius and Virgil in the Divine Institutes (G. Campbell)

 

Notes

[1] Ut ait Lucretius. Die Lukrezrezeption in der lateinischen Prosa bis Laktanz, Göttingen 2013.

[2] D. Butterfield, The Early Textual History of Lucretius’ De rerum natura, Cambridge-New York 2013, 49 n. 17 segnala in particolare i libri II e VII.

[3] Mi permetto di rinviare al mio Il modello di Lucrezio e una congettura negletta ad Apul. flor. 2, 10, Maia 74, 2022, 142-149, con bibliografia.

[4] Cf. B. Pieri, Quis locus est in me? Linguaggi e spazi della fuga sui nelle Confessioni di Agostino, in Centro Studi “La permanenza del classico” (ed.), Lucrezio, Seneca e noi. Studi per Ivano Dionigi, Bologna 2021, 431-441: 431 n. 1, con bibliografia.

[5] «Si può dire che non ci sia Autore latino cristiano che non abbia echi lucreziani», scriveva già L. Alfonsi, L’avventura di Lucrezio nel mondo antico… e oltre, in O. Gigon (éd.), Lucrèce, Vandoeuvres-Genève 1978, 271-321: 298 (un importante lavoro sul Nachleben lucreziano che, se ho visto bene, non viene mai citato nel corso del volume).

[6] Lucrezio e Catullo. Osservazioni su una vexata quaestio (con note sulla interpretazione e la cronologia di Catull. 64 e 68), Paideia 58, 2003, 207-234.

[7] Sulla retorica dei modelli divini nelle Bucoliche, si vedano i lavori di A. Cucchiarelli, Ivy and Laurel: Divine Models in Virgil’s Bucolics, HSPh 106, 2010, 155-178 e Virgilio e l’invenzione dell’età augustea (Modelli divini e linguaggio politico dalle Bucoliche alle Georgiche), Lexis 29, 2011, 229-274.

[8] Pochi i refusi: ti per te (p. 14); permit per premit (p. 130); il ripetuto Marchiesi per Marchesi (Ilaria).