BMCR 2020.04.03

L’art du sous-entendu: histoire – théorie – mode d’emploi

, L'art du sous-entendu: histoire - théorie - mode d'emploi. . Paris: Fayard, 2018. 332 p.. ISBN 9782213706054 €19,00 (pb).

Il volume di Laurent Pernot utilizza una categoria vasta e vaga (e perciò accogliente) come il sous-entendu per costruire un lungo percorso sulle forme di comunicazione oblique che veicolano un messaggio diverso rispetto a quello letterale. Il libro è destinato a un lettore colto di lingua e cultura francese, ma merita di essere letto anche da chi francese non è per l’apertura al mondo classico e alle principali culture e letterature europee. Con ‘sous-entendu’ Pernot intende un atteggiamento o una strategia comunicativa volta a «faire comprendre plus, ou autre chose, que ce qui est dit expressément» (p. 8); questa dichiarazione lascia aperta la strada a non detti, ambiguità, equivoci, secondi piani di lettura: una molteplicità di categorie diverse tenute insieme da un filo sottile e trasparente.[1] Il titolo fa pensare a una tecnica retorica di cui si vogliono descrivere la storia, i presupposti teorici e i modi di impiego, in nove capitoli suddivisi in paragrafi abbastanza brevi, che intendono mostrare la pervasività del sous-entendu in ogni livello comunicativo, la sua concettualizzazione retorica, le ambiguità insite in ogni forma espressiva, i rischi e le regole del gioco dell’interpretazione. La struttura è concepita sapientemente con una serie di argomenti a chiasmo fra capitolo iniziale e finale e una narratio interna che esibisce una quantità infinita di esempi e di riflessioni su un tema, che, come mostra la bibliografia (n. 2, pp. 289-90), ha visto negli ultimi vent’anni una notevole fioritura, con netta prevalenza di lavori in lingua francese; questo dipende, secondo Pernot, dal fatto che (pp. 13; 218-9) la cultura francese è particolarmente sensibile al sottinteso: la formula stendhaliana «La parole a été donnée à l’homme pour cacher sa pensée» (p. 200), scelta anche dall’editore per la fascetta promozionale, esprime icasticamente il ruolo centrale della retorica in quella cultura e società.[2]

L’antichità occupa ovviamente una parte importante e offre spesso all’autore materia di confronto per analogie suggestive con il mondo contemporaneo. Pernot prende le mosse dalla teorizzazione antica dello σχῆμα λόγου (o ἐσχηματισμένοςλόγος) o figurata oratio, un tipo di discorso che fa dell’oscurità volontaria e dell’infrazione calcolata il proprio fine (p. 47). Pernot sintetizza i passaggi teorici antichi sull’argomento, mostrando la delicata posizione del discorso figurato rispetto alle normali figure che si qualificano come processi di scarto o di transfert rispetto a un significato medio, al fine di aggiungere un livello supplementare di senso; il discorso figurato ha invece una natura incerta, può riguardare sia espressioni isolate che passaggi ampi o addirittura discorsi interi e ha come strumento l’ambiguità e come fine un senso alternativo rispetto a quello primario. La necessità di ricorrervi può essere dettata da mancanza di libertà, da rispetto del decoro oppure da un fine puramente estetico (Quintiliano, Inst. 9, 2, 65). Secondo i teorici antichi le tecniche sono basate sull’attenuazione, la distorsione, il contrario. Pernot ritiene che il filo che unisce i diversi tipi di discorso figurato sia proprio la logica del sous-entendu (p. 55) ed è dunque, a suo avviso, sbagliato rimproverare ai retori antichi l’associazione di elementi eterogenei.[3]

Il terzo capitolo mostra invece il concetto di sous-entendu applicato alla pragmatica. Il discorso vira decisamente verso il contemporaneo e non è facile, almeno a prima vista, cogliere la relazione con il discorso figurato del capitolo precedente, ma questo è il risultato voluto dell’estensione della categoria al di fuori dell’ambito strettamente tecnico-retorico. Nelle interpretazioni ci si muove sul filo del rasoio, perché si deve dar voce a ciò che è sottinteso, e se nel caso delle formule di ‘politesse’ (p. 16) si tratta di strutture abbastanza trasparenti, altre volte l’interpretazione è dubbia, perché così è volutamente lasciata o perché non si è in grado di decifrare il significato recondito dell’enunciato. Se il terzo capitolo ci porta nell’età contemporanea, distruttrice di certezze, regno del sospetto e dell’ambiguità, nel quarto l’autore dispiega la sua grande cultura con esempi letterari dei vari tipi di sous-entendu. Tra quelli contemporanei merita di essere ricordata l’orazione di Chirac in onore di Mitterand (p. 97) di cui Pernot rileva, pur velatamente, l’ambiguità (probabilmente il cenno alla vita privata di Mitterand era nel discorso di Chirac equivoco), e il sous-entendu sembra il regno dell’arbitrio: «grande est donc la difficulté du problème, l’exégète risquant soit de passer à côté du sens caché, soit de sombrer dans l’arbitraire et les interprétations hasardeuses»). Per sfuggire a questi rischi Pernot propone tre parametri fondamentali nell’interpretazione tout court: paratesto, contesto, testo.

La prima metà del libro può risultare talvolta ardua, per l’alto livello di concettualizzazione e dunque rischia di tradire le attese del vasto pubblico a cui è destinato; se però il lettore ha la pazienza di superare l’ostacolo, comincia a godere pienamente di una scrittura che si fa limpida e distesa lasciando parlare gli esempi che sono il frutto di un paziente lavoro di raccolta. Il cap. 5 Faux-semblants grecs sur Rome, è quello di maggior interesse per i classicisti. Nella Roma del II sec. d. C., le declamazioni figurate sono divenute una moda, ma Pernot prende in considerazione dei discorsi di elogio effettivamente pronunciati davanti al princeps, in un contesto di limitazione della libertà di parola. Tra i molti esempi analizzati il più brillante è quello dell’Elogio di Roma di Elio Aristide, sotto il principato di Antonino Pio. L’elogio era un genere codificato a cui Aristide si attiene parzialmente poiché tace sull’origine di Roma, sull’espansione e sulle fasi della conquista. L’obiettivo è imporre la tradizionale prospettiva greca e schiacciare Roma sull’immagine di forza (e violenza) all’origine dell’impero; è dunque, secondo Pernot, molto meno elogiativo e lusinghiero di quanto appaia e la spia più luminosa consiste nell’omissione del nome della città, mai pronunciato esplicitamente. In un elogio il nome è fondamentale e la reticenza è un’arma sottile e ambigua perché può essere anche segno di eleganza (p. 139), ma il gioco sull’etimologia da rhome indica che è su quella che si vuole porre l’accento. L’accademico di Francia Pernot non si lascia sfuggire l’occasione per un parallelo folgorante come il celebre episodio di reticenza del nome ai danni di Anatole France (al secolo Anatole Thibault) da parte di Paul Valéry, che gli era succeduto al fauteuil n. 38 dell’Académie nel 1925 e ne aveva dovuto pronunciare l’elogio pur avendo avuto ragioni di dissidio personale. L’elogio viene svolto senza che il nome del predecessore venga pronunciato, anche se dopo quindici pagine viene menzionato per ben cinque volte il nome ‘France’ esclusivamente per la nazione, pur parlando dell’illustre predecessore.

Non meno affascinante è il cap. 6, che tratta della comunicazione sotto regimi totalitari e in presenza di censura; emblematico il caso di Louis Aragon e la tecnica del ‘contrabbando’, consistente nel far nascere sentimenti proibiti con parole consentite. Questa lingua di contrabbando, dove la prière pour faire pleuvoir evoca l’auspicio dei bombardamenti alleati, fa venire in mente le lettere dei soldati dal fronte per aggirare la censura. E dalla Francia di Vichy si passa alla plumbea DDR per mostrare come, in presenza della censura, il sottinteso è sempre un’inquietudine sia per chi legge che per chi scrive e pone anche, a posteriori, inquietanti problemi di interpretazione e di valutazione.

Il cap. 7 (Sexorama) tratta dell’ambito in cui il sottinteso l’ha fatta per lungo tempo da padrone. Questo è infatti il regno degli eufemismi e delle reticenze dato che, fino a non molti decenni fa, i momenti più scabrosi delle scene d’amore venivano taciuti (p. 189); gli esempi di reticenza si susseguono numerosi ed è notevole il caso dell’Armance di Stendhal: il segreto di Octave, la sua impotenza, è affidato a una lettera il cui contenuto non è rivelato, ma alcune note di commento dell’autore chiariscono ciò che nel romanzo resta implicito; e molto interessante è anche la reazione dei critici che hanno rifiutato il paratesto in cui l’autore spiega qual è il segreto e altri dettagli pruriginosi (Stendhal stesso afferma che avrebbe rivelato questo particolare se avesse scritto nel 2826; p. 202). Irresistibile la parte dedicata alla morte di Félix Faure (Président de la République durante l’affaire Dreyfus), morto all’Eliseo mentre si trovava in compagnia di Mme Steinheil: Pernot racconta come la notizia venne data sulla stampa, dove non si poteva ovviamente descrivere il tipo di rapporto che era stato consumato e si ricorreva alle perifrasi colte e ammiccanti e agli eufemismi; la satira, pur mantenendo il decoro, fu assai caustica e merita di essere ricordato ‘l’epigramma funebre’ di Clemenceau, degno del miglior Marziale: «Il voulait être César, il est mort P[/p]ompée».

Il libro ha l’intento esplicito di risultare brillante ed è fin troppo lungo perché si noti la mancanza di qualcosa, ma colpisce che non sia stato dedicato un capitolo alla comicità. Il pregio principale, oltre alla gradevolezza della lettura, è la grande quantità di esempi in cui si coniugano la retorica, la narratologia e la linguistica. L’ampiezza e vaghezza della categoria scelta lascia nel lettore la sensazione di inafferrabilità di un fenomeno proteiforme, di cui pur essendo stati descritti i molteplici aspetti, resta sfuggente l’identità, forse proprio per la sua qualificazione in negativo (sottinteso significa necessariamente non detto).

Pernot guarda però anche l’altro lato della medaglia, ossia il franc-parler, e mostra come la parrhesia possa causare più danni delle forme oblique di comunicazione (p. 224). Il tema è stato trattato da Foucault con una riflessione articolata che Pernot ricostruisce dettagliatamente: la parrhesia comporta dei rischi per chi la pratica, poiché mette in discussione il rapporto di subalternità di un individuo a un’autorità riconosciuta (il caso esemplare è quello dei cinici). Pernot ripercorre il dibattito sull’antiretorica di Foucault e conclude (p. 235) che «Foucault a peut-être fait la rhétorique trop laide et le franc-parler trop beau». Il sous-entendu è il contrario della parrhesia, ma c’è un punto in comune che è la verità e in questo Pernot, con notevole abilità retorica, riesce a trovare una conciliazione fra due concetti piuttosto antitetici, che implicano la sfida al sistema di potere o la sua accettazione. Il sottinteso è astuzia e abilità, la parrhesia coraggio, e su questo contrasto si può giocare molto del destino individuale anche senza avere a che fare necessariamente con crudeli tiranni; merito di Pernot l’averci aiutato a comprendere e, forse, a scegliere.[4]

Note

[1] Proprio il primo esempio, in cui Pernot vuole mostrare che cos’è il sous-entendu, ossia la dedica di De Gaulle al generale Juin («qui a su saisir la victoire quand elle s’est presentée»), rivela tutti i rischi di questo tipo di decrittazione, giacché a me non pare che vi sia tutto il sottinteso che ci vede l’autore; ma forse è proprio questo che egli vuole sottolineare, ossia l’ambiguità e potenziale arbitrarietà dell’interpretazione.

[2] Per la storia della massima cf. pp. 313-4 n. 2: Stendhal la usa per la prima volta in Armance, successivamente come epigrafe del primo capitolo de Le Rouge et le Noir, dove l’attribuisce al gesuita Gabriele Malagrida, e poi in Courrier anglais a Talleyrand: in realtà l’attribuzione a Malagrida è falsa, mentre ricorre nel Dialogue du chapon et de la poulardedi Voltaire. La formula è il rovesciamento di una celebre massima di Molière, Le Mariage forcé, IV, dove tuttavia il dottor Pancrace sta interrompendo l’interlocutore togliendogli la parola (p. 222).

[3] Nella nota 16 di p. 295 si cita come esempio di questo approccio A. Ascani, De sermone figurato quaestio rhetorica. Per un’ipotesi di pragmatica linguistica antica, tesi di dottorato, Vrije Universiteit Amsterdam 2006, ma l’eterogeneità della teoria è rimproverata anche da P. Chiron e altri. Questo è un elemento fondamentale ed è forse strano che Pernot non chiami in causa anche Chiron (citato alla nota 2 di p. 293): si tratta forse di una forma di sous-entendu?

[4] La cura del dettaglio è notevole: Montesanto per Monsanto (p. 39) è l’unica imprecisione che sono riuscito a trovare. A p. 143 la citazione di Montaigne rischia di non essere comprensibile al lettore perché non viene reso graficamente lo stacco fra la battuta dell’ambasciatore e la risposta del re Agide.