BMCR 2020.02.15

Herakles im griechischen Epos: Studien zur Narrativität und Poetizität eines Helden. Palingenesia, Band 111

Silvio Bär, Herakles im griechischen Epos: Studien zur Narrativität und Poetizität eines Helden. Palingenesia, Band 111. Stuttgart: Franz Steiner Verlag, 2018. 184. ISBN 9783515122061 €44,00.

Inhaltsverzeichnis

Ogni contributo che realizzi una esposizione chiara e sistematica su alcuni aspetti di una figura mitica così sfaccettata come quella di Eracle risulta senz’altro una risorsa preziosa. L’Autore ha il merito di aver analizzato – sotto il profilo narratologico – l’utilizzo e la funzione metapoetica e intertestuale del personaggio di Eracle all’interno dei principali poemi epici greci. Il concetto postulato da Bär, sul quale si fonda la sua intera analisi, riguarda la ‘Widerspruchfähigkeit des Mythos’, che investe in maniera esemplare la natura mitica di Eracle e la sua ricorrenza nei testi letterari presi in esame.

Il volume consta di tre parti. La prima rappresenta una breve ma utile sezione introduttiva, suddivisa in tre capitoli destinati alla presentazione di Eracle in quanto divinità, uomo ed eroe nazionale; ad una spiegazione del concetto di ‘Widerspruchfähigkeit des Mythos’; ad una esposizione del metodo narratologico e degli obiettivi dello studio (pp. 11-29).

La seconda parte entra nel vivo dell’argomento: la caratterizzazione di Eracle e la funzione narrativa delle citazioni sull’eroe, elencate puntualmente all’inizio di ogni capitolo dedicato specificatamente ai poemi di Omero (capp. 4-5), di Esiodo e dello Pseudo-Esiodo (cap. 6), di Apollonio Rodio (cap. 7), di Quinto Smirneo (cap. 8) e di Nonno di Panopoli (cap. 9). In tutte queste opere Eracle non ricopre mai alcun ruolo all’interno della diegesi, rivelandosi – salvo alcune eccezioni – sempre estraneo al tempo narrativo. La terza parte ricapitola i risultati della ricerca (cap. 10), con un cenno alla presenza di Eracle in altri generi letterari (cap. 11).

Nei poemi omerici i riferimenti a Eracle e alle sue imprese sono presenti nella forma di analessi esterne, inserite sia tramite il narratore primario, sia tramite narratori/personaggi secondari. L’eroe appartiene alla generazione precedente alla spedizione troiana, ma i continui richiami all’interno della narrazione creano una costante tensione tra ‘distanza e presenza’, tra ‘passato mitico e presente narrativo’, sul quale l’eroe continua ad esercitare un ruolo decisivo (p. 40). Illuminante a tal proposito è il paragone istituito dallo stesso Achille con Eracle, accomunati dall’ineluttabilità del destino (XVIII 115-119), oltre che dal motivo dell’ira (p. 44). Tale confronto, accanto alla menzione della prima distruzione di Troia ad opera di Eracle (V 640-642), consente di postulare la funzione prefigurativa del nostro eroe in relazione sia alla morte del Pelìde sia alla caduta di Troia. A differenza dell’ Iliade, la non appartenenza di Eracle al presente epico, si esplica nell’ Odissea sul piano dello spazio: Odisseo da vivo incontra l’εἴδωλον di Eracle nell’Oltretomba (XI 601-627), la cui precedente discesa negli Inferi viene tematizzata (XI 623-627) e, come momento di sofferenza, rappresenta un sostanziale legame tra i due eroi (XI 617-619). Questa nuova ‘Translation der Figurenparallelen’, dal punto punto di vista poetologico, può essere interpretata come sostituzione dell’ epos della guerra a favore dell’ epos del ritorno, rimarcato dalla differenza tra l’immagine infelice e sofferente dell’Eracle guerriero esiliato nell’Oltretomba e la figura divina dell’Eracle beato e sposo di Ebe (p. 47). Tale recusatio dell’ epos guerriero viene colta dall’Autore anche nell’interruzione della ekphrasis del balteo di Eracle, istoriato con immagini terribili di animali e battaglie ( ibid. 610-614).

La Teogonia (cap. 6), con il racconto sulle origini del mondo fino al consolidamento del potere di Zeus, realizza un capovolgimento della situazione narrativo-cronologica dell’epica omerica. Pertanto le citazioni sulle imprese eraclee assumono il valore di prolessi esterne rispetto a un futuro prefigurato alla fine dell’opera. Il dialogo intertestuale tra l’Eracle teogonico e l’Eracle omerico trova spunto da vari elementi di natura linguistica e contenutistica. Tra questi l’Autore, per esempio, individua la ripetizione del verso su Ebe nel contesto del matrimonio con Eracle (παῖδα Διὸς μεγάλοιο καὶ Ἥρης χρυσοπεδίλου: Od. XI 604; Th. 952), la cui apoteosi riveste però diversa importanza nella Teogonia : non rappresenta per l’eroe solo una alternativa citata en passant rispetto alla condizione di mortale sofferente nell’Oltretomba, ma il suo unico destino, nonché la ricompensa di una vita di privazioni e fatiche. Il focus delle citazioni si sposta infatti sulla funzione di Eracle quale benefattore e uccisore di mostri terribili, in contrapposizione soprattutto alla caratterizzazione negativa emersa in due luoghi dell’ Odissea (VIII 224-225; XXI 24-38). L’impostazione narratologica offre nuove riflessioni su passi di dubbia autenticità sotto il profilo filologico: e.g. Th. 979-983, duplicando il riferimento a Gerione già ricorrente ai vv. 287-294, vengono considerati dall’Autore parte di una Ringkomposition, all’interno della quale le citazioni su Eracle, incentrate sulla sua missione di uccisore di mostri, sono strutturate secondo una precisa coerenza narrativa e un concreto legame con l’intento dell’opera di glorificare il potere di Zeus, padre dell’eroe (pp. 56 n. 10; 60-62). Interessante anche l’interpretazione delle tessere linguistiche del v. 954: μέγα ἔργον viene letto come un neutro collettivo di tutte le imprese compiute dall’eroe (non in stridente contrasto con il plurale στονόεντας ἀέθλους di v. 951), mentre ἐν ἀθανάτοισιν è da intendere quale hysteron proteron dell’immortalità raggiunta al termine delle fatiche (p. 56 n. 9).

Mentre l’Eracle della Teogonia è in gran parte non omerico, nel Catalogo delle donne si nota un allineamento all’epica omerica: le imprese del dodecalogo vengono del tutto ignorate a favore di una presentazione dell’eroe nelle vesti di conquistatore e distruttore di città. L’episodio dell’uccisione degli undici fratelli di Nestore (fr. 35 M.-W. = 33 Most) crea, infatti, un chiaro legame intertestuale con l’ Iliade (XI 690-693). Ma è ancora una volta la scena dell’ingresso di Eracle nell’Olimpo, con il matrimonio con Ebe e la riconciliazione con Era (frr. 25; 229 M.-W. = 22; 140 Most) a far riflettere l’Autore sia sulla funzione intratestuale dell’eroe, sia sulle possibili relazioni intertestuali (con la nota positiva di segnalare anche i problemi testuali e compositivi di questi passi). Infatti, da una parte, la divina conclusione della carriera di Eracle diviene il modello per tutti gli altri eroi nati dall’unione di una divinità con una donna mortale, finendo per costituire una myse en abyme in seno al progetto generale del Catalogo. Dall’altra parte, la contrapposizione della citazione di Eracle nell’Ade (fr. 25, 24-25 M.-W. = 22, 24-25 Most) e di Eracle nell’Olimpo (vv. 26-33), è paragonabile alla giustapposizione dei due Eracle nella Nekyia; mentre l’apoteosi, menzionata per due volte nell’opera, si ricollega alla fine della Teogonia (vv. 950-955) e mette in connessione le tre opere tramite la ripetizione del già citato verso su Ebe ( Od. XI 604; Th. 952), ricorrente anche nel fr. 25, 29 M.-W. (= 22, 29 M.-W.) e integrato nel fr. 229, 9 M.-W. (= 140, 9 Most). Questo sesto capitolo si conclude con una panoramica sull’ Aspis e i possibili legami intertestuali con gli altri poemi di età arcaica.

Il settimo capitolo, dedicato alle Argonautiche di Apollonio Rodio, contiene le riflessioni più originali sull’interpretazione di Eracle, personaggio che qui – a differenza di quanto avviene nei precedenti poemi – è parte integrante della diegesi (anche se solo all’interno del primo libro): l’eroe partecipa alla spedizione degli Argonauti, dai quali viene però abbandonato mentre si lancia alla disperata ricerca di Ila. Nei libri successivi la presenza di Eracle viene reintegrata solo a livello metadiegetico, ossia tramite il ricordo dei compagni e i riferimenti a lui rivolti da altri personaggi che lo hanno incontrato. L’Autore fa notare come il rapporto tra Eracle e Giasone non possa semplificarsi e ridursi all’antitesi eroe tradizionale vs anti-eroe ‘ἀμήχανος’, ma debba essere valutato sulla base dell’immagine ‘programmaticamente discontinua e contraddittoria’ con cui Eracle viene rappresentato da Apollonio. Il poeta lavora in maniera specifica con l’ambivalenza e la pluricaratterizzazione del personaggio (p. 84).

Nell’ottavo capitolo l’analisi della figura di Eracle si ricollega al suo ruolo nell’ Iliade, di cui i Posthomerica di Quinto rappresentano la diretta continuazione. Anche qui l’eroe, in previsione dell’imminente distruzione di Troia, ricopre una funzione prolettica attraverso due espedienti poetici: il parallelismo iliadico Eracle-Achille (III 770-780), che si sposta in seguito sulla figura di Aiace (V 644-649); e la figura di Filottete, con la descrizione dell’arco, ereditato da Eracle e condicio sine qua non per la distruzione di Troia. L’Autore, sulla scorta di alcune considerazioni di Arnold Bärtschi, 1 sottolinea la coloritura negativa del confronto Aiace-Eracle (tramite il tema della μανία), che viene potenziata dalla similitudine del rogo di Aiace anche con la morte di Encelado (pp. 106-107). Tuttavia, in questo luogo del poema, deputato all’attenzione sul più forte degli eroi greci dopo Achille, sarei propensa a leggere una climax di confronti con Aiace (Tifone: vv. 484-486 – Encelado – Eracle: vv. 641-649), che sottolinei la proverbiale forza e grandezza fisica, senza necessariamente conferirne una connotazione negativa. Significativa è la dimensione poetologica dell’ ekphrasis del balteo e della faretra di Filottete (X 178-205), le cui immagini di battaglie sanguinarie, di animali e di agoni mitici, prefigurano la morte di Paride e la caduta di Troia. Il poeta con questa ekphrasis reintroduce, anche a livello metadiegetico, la tematica della guerra, che era stata ricusata nell’ Odissea; e colma la lacuna dell’assenza di una lunga ekphrasis nel poema odissiaco tramite la descrizione dello scudo di Achille (V 5-101), instaurando anche un rapporto di continuità con lo scudo di Eracle descritto nell’ Aspis. Evidenti sono quindi i dialoghi intertestuali, che vengono rintracciati e approfonditamente discussi dall’Autore.

Nel nono capitolo viene indagata la funzione di Eracle nel poema di Nonno, corrispondente al Gegenbild per eccellenza di Dioniso. In questo caso le undici citazioni su Eracle si collocano dopo il viaggio del dio in India, e appartengono quindi al futuro. L’Autore tralascia volutamente altri nove passaggi privi di citazioni nominali su Eracle e ininfluenti ai fini dell’analisi narratologica (p. 119 n. 7). Nei confronti tra le due figure mitiche, in quattro casi Dioniso rappresenta il primun comparandum ed Eracle il secundum comparatum; altre volte, invece, Eracle non è inserito in una similitudine diretta con Dioniso. L’Autore si sofferma a spiegare l’intento del poeta: screditare – secondo il personale punto di vista, ostentatamente di parte – l’eroismo e la grandezza delle imprese di Eracle per dimostrare ed elogiare la superiorità di Dioniso. Questo procedimento svalutativo avviene tramite una spregiudicata ironia, che scivola sovente nel ridicolo. L’ironica recusatio di Eracle, corrisponde, a livello poetologico, alla recusatio di un epos su Eracle e alla giustificazione da parte del poeta della sua scelta tematica, a tal punto da presentare l’eroe anche come suo personale rivale.

Il libro, che si conclude con una documentata bibliografia (pp. 149-168) e con utili indici (pp. 169-184), presenta numerosi spunti di discussione in ragione della complessità dei testi analizzati: mi limito soltanto a poche osservazioni nel dettaglio.

A p. 13 (cap. 1) come più antica testimonianza della successione completa delle imprese eraclee vengono citate solo le metope del tempio di Zeus Olimpio, ma sarebbe opportuno considerare anche il fr. 169a S.-M. di Pindaro, tradito da P.Oxy. XXVI 2450 ( MP 3 1369= LDAB 3705), in cui al v. 43 le tracce del papiro potrebbero integrarsi con il termine δωδέκατος in correlazione alla cattura di Cerbero2. A p. 14 (cap. 1), l’Autore cita Hdt. II 45 come fonte del mito di Busiride: in realtà lo storico non fa menzione del re, ma del popolo egiziano che tentò di sacrificare Eracle. A pag. 54 n. 4 (cap. 6), l’Autore, accanto a Esiodo, annovera tra le fonti arcaiche dell’impresa contro Gerione solo Stesicoro e Pisandro di Rodi, ma in realtà l’episodio fu trattato anche da Paniassi (frr. 12-13 West). A pp. 55 n. 7, 57, 61 (cap. 6), l’Autore ritiene che nei vv. 333-335 della Teogonia, contenenti il riferimento alla serpe custode dei pomi aurei, si possa leggere un’allusione all’apoteosi di Eracle. Non concorderei con questa ipotesi: in Esiodo l’animale non viene ancora considerato un avversario/vittima dell’eroe, ed è plausibile che la conquista dei pomi fosse stata elaborata e associata a Eracle solo successivamente, o in un poema perduto di VII o VI sec. a.C. o nel poema di Pisandro.3 A tal proposito meriterebbe un approfondimento il ruolo di Herakleiai antiche nella formazione del canone.

A parte occasionali motivi di dissenso su punti singoli, il volume rappresenta nell’insieme una valida acquisizione per la conoscenza mitico-letteraria di Eracle, ma soprattutto un punto di riferimento per lo studio narratologico di altri testi antichi.

Notes

1. Pubblicate ora in A. Bärtschi, Titanen, Giganten und Riesen Im Antiken Epos: Eine Literaturtheoretische Neuinterpretation, Heidelberg 2019, pp. 333-335.

2. Cf. C. Pavese, The New Heracles Poem of Pindar, HSPh 72 (1968), pp. 47-88.

3. Cf. e.g. J. Pàmias I Massana – A. Zucker, Ératosthène de Cyrène, Catastérismes, Paris 2013, p. 145.