BMCR 2020.02.09

Storie di libri e tradizioni manoscritte dall’Antichità all’Umanesimo: in memoria di Alessandro Daneloni. Münchener Italienstudien, Band 5

Cecilia Mussini, Stefano Rocchi, Giovanni Cascio, Storie di libri e tradizioni manoscritte dall'Antichità all'Umanesimo: in memoria di Alessandro Daneloni. Münchener Italienstudien, Band 5. München: Herbert Utz Verlag, 2018. 396. ISBN 9783831646043

Preview
[Authors and titles are listed below.]

Il volume raccoglie i contributi presentati presso la Bayerische Staatsbibliothek di Monaco il 29 maggio 2015 in occasione di una giornata di studi dedicata alla memoria dello studioso italiano Alessandro Daneloni, scomparso prematuramente. Denominatore comune dei saggi della miscellanea è il tema del viaggio, reale o metaforico nel tempo e nello spazio, di libri manoscritti (molti di essi conservati proprio presso la Bayerische Staatsbibliothek) ovvero una riflessione sul genere odeporico in opere medievali e umanistiche. Ogni articolo è altamente specialistico e approfondisce aspetti poco noti relativi a singole tradizioni testuali o a vicende inedite della filologia antica e umanistica. I titoli e gli autori sono elencati in dettaglio al termine della presente recensione.

I primi due saggi affrontano vicende della storia manoscritta di autori classici. Dániel Kiss ed Edina Zsupán ricostruiscono la storia di un manoscritto perduto contenente il testo degli elegiaci latini Catullo, Tibullo e Properzio. Gli studiosi mettono in luce come presso la Hofbibliothek di Monaco fossero conservati in tempi differenti, dal 1582 agli inizi dell’Ottocento, tre manoscritti sotto la medesima sigla Cod. Lat. 473 : un manoscritto con il testo dei tre elegiaci, scomparso e probabilmente rubato tra il 1710 e il 1758, un vocabolario italiano tedesco collocato, forse dal ladro stesso, al suo posto (siglato ora come Cod. it. 362), un codice pergamenaceo catulliano tuttora conservato presso la Bayerische Staatsbibliothek. Con buone argomentazioni gli studiosi concludono che quest’ultimo manoscritto non sia da considerare una parte dell’antico codice disperso, poiché è improbabile che esso sia stato smembrato dai bibliotecari della Hofbibliothek.

L’articolo di Stefano Rocchi e Leofranc A. Holford-Strevens ripercorre la storia delle edizioni antiche di Aulo Gellio, dimostrando come l’opera fosse composta in origine da 21 libri, poiché il primo libro consisteva nella prefazione cui facevano seguito i capita rerum degli altri 20 libri delle Noctes Atticae, prima di essere smembrati ed essere distribuiti all’inizio di ogni libro; adducendo pertinenti esempi di rinumerazione di opere antiche già in età tardoantica (in particolare Columella, i cui libri 3-12 furono rubricati nuovamente come libri 4-13 a causa dell’inserzione successiva del Liber de Arboribus), gli autori evidenziano come il testo gelliano circolasse già nel terzo secolo sotto forma di codex e come la ripartizione dei libri nelle edizioni manoscritte fosse suscettibile di variazione.

Giulia Pelucchi propone una edizione di una lettera del medico padovano Giovanni Dondi dall’Orologio indirizzata a Paganino da Sala e Arsendino Arsendi, datandola tra il 1379 e il 1380, nel contesto del contrasto tra Padova e Venezia nella guerra di Chioggia.

Il saggio di Giovanni Cascio rappresenta uno studio preparatorio per una nuova edizione del volgarizzamento toscano dell’opera petrarchesca Itinerarium ad sepulcrum domini nostri Yehsu Christi, nota con l’erroneo titolo di Itinerarium Syriacum, epistola di carattere odeporico dedicata dal poeta di Arezzo a Giovanni Mandelli in viaggio per la Terra Santa e che godette di una certa fortuna in età umanistica, visti i ben 45 mss. e le numerose stampe antiche che la tramandano. Dell’operetta possediamo anche due volgarizzamenti, uno in napoletano, con cinque testimoni, e l’altro in toscano, con un unico testimone. Cascio appunta la sua attenzione sulla versione toscana, tramandata dal ms. Bc ( 948 Bil. Nac. Catalunya) e compie una disamina delle lezioni di Bc al confronto con VD ( Vat. Lat. 3357), codice che tramanda l’ Itinerarium e il De Vita solitaria e ritenuto diretto discendente dell’autografo petrarchesco, e ha buon gioco nel rimarcare come VD sia costituito da due unità codicologiche distinte i cui destini devono rimanere separati e nell’escludere che la fonte di Bc possa essere il ms. Parmense Pal. 79 A. Si segnala che il saggio non è sempre di agevole lettura: il manoscritto Bc viene citato con tale sigla già nella nota 13 a pag. 62 (ove si discute la parentela con il ramo napoletano) senza che il lettore abbia contezza che si tratti della versione toscana, per poi invece essere presentato a pagina 64 e alla nota 16. Per lo stesso ms. Vat. Lat. 3357, la sigla VD si deduce solo intuitivamente dalla nota 18 a p. 65.

Laura Refe ricostruisce il contesto culturale di provenienza del codice 526 della Riccardiana di Firenze, vergato da Bartolomeo Sachella e che tramanda le tragedie senecane. Con acutezza, la studiosa individua nelle iniziali GI/OL presenti nel margine del manoscritto il possessore del codice, ossia Giovanni Olzina, intimo consigliere di Alfonso il Magnanimo, ed è fine intuizione che il rapporto tra Sachella e Olzina fosse legato alla figura di Guiniforte Barzizza, funzionario della corte aragonese incaricato dell’allestimento di codici.

Piacevolmente scritto, animato da apprezzabile enfasi oratoria ma nondimeno puntuale nei riferimenti, è l’articolo di Paolo Rondinelli dedicato all’umanista Lorenzo Lippi, autore di un Liber proverbiorum dedicato al Lorenzo il Magnifico; la silloge, composta tra il 1474 e il 1477, pervasa da una docta varietas di sapore gelliano, raccoglie i proverbi che l’umanista seleziona nel suo viaggio ideale tra i tantissimi autori greci e latini da cui saccheggia la prudentia e la sapientia, concepiti come miniere di paideia da portare con sé lungo il cammino (par-oimia, ossia etimologicamente, iuxta viam e iuxta rationem, come scrive Lippi nella prefazione). Ogni sezione è sintesi di paroimia e interpretamentum, un proverbio antico seguito da un commento; i detti sono classificati in maniera non sistematica, un vero e proprio collage virtuosistico che dedica gran parte alla letteratura di viaggio, in cui fonte privilegiata è lo Strabone latino di Guarino Veronese. Poco apprezzata dal Timpanaro, l’opera di Lippi, come Rondinelli mette in luce, rappresenta invece il primo tentativo di utilizzare il proverbium come eredità di una sapienza greco-latina in un momento cruciale della storia d’Europa, assediata dai Turchi sino al Friuli, e si pone come antesignana e fonte diretta di ben più note opere paremiografiche, come gli Adagia di Erasmo o di Polidoro Virgilio.

Il saggio di Claudia Wiener e di Bernd Posselt ricostruisce la genesi del progetto cinquecentesco di una Germania illustrata, modellata sul binomio imitatio / aemulatio della Italia illustrata di Biondo Flavio, e mai completata dal suo iniziatore Conrad Celtis. Entrambe le sezioni del saggio intendono dimostrare in maniera convincente il ruolo dell’Umanesimo Italiano nella incipiente produzione geografica e letteraria dell’Umanesimo tedesco. In particolare, i due studiosi analizzano la Braunschweigbeschreibung ( Descriptio belli Brunsvicii) di Tilman Rasches, nome originale del più noto umanista di Zierenberg Telomonius Ornatomontanus, evidenziando i rapporti testuali con la Descriptio altera urbis Basileae e la Historia Austrialis di Enea Silvio Piccolomini. Si rivela interessante per la diffusione della letteratura geografica il fatto che una parte del testo di Rasches sia stato collocato da Hartman Schedel, l’autore della famosissima opera compilatoria nota come Liber Chronicarum ( Die Schedelsche Weltchronik o Cronache di Norimberga) all’interno della sua copia manoscritta (conservata nella Bayerische Staatsbibliothek Rar. 287, ff. 268 ss.). Ancora più convincente è la sezione del saggio dedicata ai Quattuor libri amorum secundum quattor latera Germaniae, opera del già citato Celtis a carattere erotico ma su cui si innesta un intento odeporico: ogni libro si focalizza su una donna-eroina e su una città della Germania (Cracovia, Ratisbona, Mainz e Lubecca). Gli autori mettono in luce come gli Amores scavalchino sia la tradizione elegiaca sia quella di viaggio (sin da Orazio Sat. 1.5) ma si pongano al lettore come un tentativo di costruire una ideale mappa della Germania attraverso percorsi che seguono le direttrici dei fiumi tedeschi. Ciò è particolarmente evidente nella elegia 4.2 ( Viaggio al Nord) che viene dettagliatamente scandagliata dal punto di vista testuale fino a riconoscere nel componimento “ein weiteres Rezeptionsdokument von Rasches Braunschweigbeschreibung” (p. 295).

I saggi di Cecilia Mussini e di Giorgio Piras sono incentrati sull’attività filologica di Poliziano. Piras studia la collazione del noto Terenzio Bembino ( Vat. Lat. 3226), approntata dal Poliziano durante un viaggio nel Nord Italia nel 1491 a margine di un incunabolo ora conservato a Firenze (Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, B.R. 97, già Laur. Plut. 38, 14); il volume passò tra le mani prima del Crinito e poi del Vettori, che lo citò in varie sue opere filologiche. Piras mostra come il Vettori sia stato particolarmente attratto dalle particolarità ortografiche del Bembino, scrupolosamente annotate dal Poliziano, e mette in luce come l’uso dell’incunabolo polizianeo sia ravvisabile anche in alcuni appunti o fogli di lavoro inediti dello stesso Vettori. Mussini si focalizza sugli studi giuridici di Poliziano, in particolare sul progetto, mai portato a termine, di un testo critico delle Pandectae corredato di commento, e analizza filologicamente le carte monacensi di argomento giuridico, che contengono una parte dei materiali preparatori, e alcuni incunaboli fiorentini su cui Poliziano operava la collazione. Particolarmente interessante è lo studio dei segni diacritici utilizzati dall’umanista, l’uso della crux e soprattutto i due punti sovrascritti, che indicano termini sospetti dal punto di vista grammaticale e/o morfologico; rilevante appare, mediante il confronto con le Miscellaneorum centuria prima e secunda l’individuazione di una cesura metodologica del lavoro di collazione, interrotto a Digestum 4. 8. 13, e poi ripreso in collaborazione con Pier Matteo Uberti.

Il saggio di Antonio Antonazzo, infine, illumina sui rapporti dell’astrologo e indovino Nostradamus e la tradizione filosofica neoplatonica-scientifica italiana del Quattro e Cinquecento. Pur avendo legato la sua fama principalmente alle sue Prophéties, silloge di vaticini metrici in più edizioni dal 1555 al 1568, Michel de Notredame (1503-1566) fu molto noto altresì per gli Almanachs o Pronostications, pubblicazioni annuali in cui trovavano posto sia la descrizione dei fenomeni astronomici sia le predizioni degli eventi più importanti. Proprio attraverso le lettere dedicatorie o prefatorie alle sue opere, è possibile aggiungere nuovi tasselli allo studio, ancora poco indagato, delle relazioni tra Nostradamus e la letteratura scientifica del tempo. In particolare, Antonazzo si richiama agli studi di Brind’Amour, il quale aveva dimostrato come l’indovino avesse saccheggiato a piene mani l’opera dell’erudito Pier Crinito, noto allievo di Poliziano, per la stesura della lettera dedicata a suo figlio César e posta come introduzione della prima edizione delle Prophéties; parimenti, lo stesso studioso aveva evidenziato i debiti che il Nostradamus aveva nei confronti del Savonarola. Antonazzo affina tale filone di ricerca dissotterrando un retroterra testuale sinora insospettato: la lettera dedicata al conte Fabrizio Serbelloni, scritta in italiano e che funge da introduzione all’almanacco del 1563, riproduce quasi verbatim il dettato della lettera prefatoria che Giovanni Landino aveva premesso al suo volgarizzamento della Naturalis historia di Plinio, andato in stampa a Venezia nel 1476. Antonazzo con acume individua l’interessamento di Nostradamus nei confronti di Plinio in un tratto che va oltre la curiosità scientifica: il Landino infatti esponeva nella sua lettera una visione scientifica ispirata più a Platone che a Plinio, “con un percorso di conoscenza ascensionale, compiuto «con le platoniche ali levandosi in volo», partendo dalle cose visibili per giungere a quelle invisibili” (p. 388). Antonazzo infatti giustamente insiste sulla formazione neoplatonica del giovane Nostradamus, evidente nei suoi rapporti con l’umanista Giulio Cesare Scaligero e col neoplatonico Marsilio Ficino, traduttore del Corpus Hermeticum. Il breve saggio, oltre a disvelare e perfezionare le tessere culturali alla base della formazione del famoso astrologo, si pone come base per ulteriori ricerche relative all’eredità e alla fortuna d’Oltralpe del filone scientifico e filosofico del tardo umanesimo.

Authors and titles

Cecilia Mussini – Stefano Rocchi – Giovanni Cascio, Premessa, 7
Dániel Kiss – Edina Zsupán, “Eine Catullhandschrift in der Bayerischen Staatsbibliothek und ihre verlorene Doppelgängerin”, 13
Stefano Rocchi – Leofranc A. Holford-Strevens, “The Twenty-One Books of Aulus Gellius’ Attic Nights: An Early History of the Text and Ancient Textual Arrangements”, 25
Giulia Perucchi, “Un’epistola di Giovanni Dondi a Arsendino Arsendi e Paganino da Sala”, 35
Giovanni Cascio, “Considerazioni sul volgarizzamento toscano dell’Itinerarium di Francesco Petrarca”, 57
Laura Refe, “Il ms. 526 della Biblioteca Riccardiana di Firenze tra Bartolomeo Sachella e Giovanni Olzina”, 93
Paolo Rondinelli, “Cento compagni di viaggio. Storia della tradizione del Liber proverbiorum di Lorenzo Lippi”, 127
Cecilia Mussini, “Gli studi giuridici di Poliziano e la collazione delle Pandette”, 153
Claudia Wiener – Bernd Posselt, “Tilman Rasches Braunschweig und Conrad Celtis’ Reise in den Norden (Am. 4.2): Zwei Fallstudien zur Adaption zeitgenössischer und antiker Modelle in literarischen Deutschlandbeschreibungen um 1500, 235
Giorgio Piras, “Pier Vettori e Poliziano: per la storia del Terenzio Bembino e della filologia terenziana nel Cinquecento”, 323
Antonino Antonazzo, “Per Nostradamus e l’umanesimo filosofico-scientifico. Il caso di Cristoforo Landino”, 371