BMCR 2016.08.11

Poesia e teologia nella produzione latina dei secoli IV-V: Atti della X Giornata Ghisleriana di Filologia Classica, Pavia, 16 maggio 2013

, , Poesia e teologia nella produzione latina dei secoli IV-V: Atti della X Giornata Ghisleriana di Filologia Classica, Pavia, 16 maggio 2013. Pavia: Pavia University Press, 2015. x, 159. ISBN 9788869520020. €18.00 (pb).

Open access full text

Il presente volume (come da tradizione disponibile anche in open access) raccoglie gli atti della X “Giornata Ghisleriana di Filologia classica”, organizzata per la prima volta dal Collegio pavese in collaborazione con la Faculté de Théologie Catholique di Strasburgo, e si propone di indagare «modi e varietà della riflessione dottrinale»1 nella produzione in versi della tarda antichità latina, interrogandosi al contempo «sulla legittimità stessa dell’attribuzione della qualifica di ‘teologi’»2 ad autori che esprimono contenuti di fede in generi poetici in gran parte ereditati dalla classicità pagana. In una fase di sempre crescente fortuna degli studi tardoantichi, e a distanza di quasi dieci anni dall’importante volume collettivo curato da Willemien Otten e Karla Pollmann,3 appare decisamente opportuna la scelta di (ri)aprire uno spazio di riflessione in cui, integrando il più possibile le prospettive di ricerca, vengano messe al centro dell’indagine la natura e le determinazioni storiche delle modalità di interazione fra poesia e teologia teorizzate e praticate nella latinità cristiana: lo dimostra bene l’articolazione del volume, che qui brevemente si ripercorre.

Nel contributo introduttivo, Vincent Zarini tratteggia un mosso quadro – che può fungere anche da cornice storica all’intero volume – del rapporto fra teologia politica e poesia nella latinità tardoantica. A partire dalla svolta costantiniana, sono ripercorse da un lato le tappe del revival del messianismo virgiliano che prende le forme di un «eusébianisme vulgarisé» (p. 3) – nel doppio segno, direi, di una cristologia regale e di una regalità cristologica, di cui si possono richiamare le rispettive ricadute iconografiche4 – in autori come Lattanzio ( av. Phoen.), Giovenco e Prudenzio, ma anche, in pieno VI sec., nel Corippo cantore di Giustiniano e Giustino II, dall’altro quelle della ridefinizione critica dei rapporti fra monarca e poeta nella pars Occidentis orfana dell’impero, di cui sono emblematici i casi di Draconzio e Boezio, fino ad arrivare all’elaborazione di un nuovo paradigma della spiritualità regale in Venanzio Fortunato.

Due sono i contributi dedicati a Paolino di Nola: nel primo, Antonio V. Nazzaro ricostruisce il dibattito ultratrentennale sull’attribuzione al vescovo della qualifica di teologo, dibattito che—per uscire dalle secche del nominalismo—esige una preliminare ridefinizione del termine “teologia”, da intendere nel caso di Paolino secondo un modello al contempo sapienziale ed esperienziale. Come esempio della (precoce: le parafrasi paoliniane sono tradizionalmente datate al 390-394) «piena maturità teologica» (p. 20) del Nolano, che contribuisce a legittimare la sua definizione di “teologo sapienziale”, lo studioso ritorna5 sul theologumenon di carm. 7 Hartel, 16-49, in cui la parafrasi di Ps. 1:5 offre lo spunto per una digressione esegetico-parenetica sulla salvezza del peccator … non impius (v. 24), di cui vengono messe in luce le precise risonanze rispetto alla soteriologia dei Padri misericordiosi.

La scelta paoliniana di rinunciare con il battesimo alle diuitiae è al centro dell’ampia indagine di Fabrizio Bordone. Egli dapprima si interroga sulle ragioni della scarsa fortuna che, nella (auto-)stilizzazione biografica del vescovo di Nola, ha il paradigma biblico radicalmente pauperistico del giovane ricco ( Matth. 19:16-22)6 e sulla preferenza accordata alla vicenda di Lazzaro e del ricco epulone, per analizzare in seguito nel dettaglio le variegate strategie retoriche (di rilievo in particolare l’individuazione dei modelli diatribico-satirici e comici nella caratterizzazione dell’ auarus) attraverso cui, nei carm. 31, 24 e 21 Hartel, la parabola di Luc. 16:19-26 è assunta come modello esistenziale di condotta cristiana dall’evidente portata escatologica.

Nella sua analisi della figura di Mosè nel Carmen Paschale di Sedulio, Roberto Mori si concentra dapprima sulla sezione veterotestamentaria del primo libro, quindi sulle menzioni del profeta nel prosieguo dell’opera. Nell’analisi degli eventi miracolosi che hanno per protagonista Mosè ( carm. pasch. I 127-159) vengono indagate in particolare le risonanze bibliche e didascalico-esegetiche, che preparano l’esplicita caratterizzazione di Cristo come typicus7 Moyses uerusque propheta ( carm. pasch. III 208): per Mori, l’operazione poetica di Sedulio è guidata da un lato dal desiderio di narrare mirabilia, dall’altro da quello di rimarcare l’unità dei due Testamenti, testimoniata dalle numerose figurae Christi presenti nel primo libro, oltre a Mosè «Enoch, Elia, Ezechia, Giona, Daniele» (pp. 70-71).8

Dopo aver richiamato le principali caratteristiche del «genere ibrido» (p. 78) tardoantico del panegirico in versi, il corposo saggio di Chiara O. Tommasi si concentra sul ruolo della teologia politica—intesa come forma di idealizzazione sacrale della figura dell’imperatore e di fondazione provvidenzialistica dell’impero—nei panegirici imperiali di Sidonio Apollinare. Dall’analisi dei componimenti ben emerge la riconfigurazione “teologica” cui sono piegati, ai fini della legittimazione del sempre più traballante potere imperiale post -455, i motivi encomiastici tradizionali (paradigmatica l’insistenza sui temi luministici e trionfali e il ripetuto sfruttamento del modulo retorico della prosopopea della città), ivi compresi il repertorio di exempla della storia dell’Urbe e soprattutto l’apparato mitologico, appena ripulito dai tratti più scopertamente paganeggianti. Per la studiosa, nei panegirici sidoniani tali elementi assumono anche una connotazione teleologica, nel senso che sono orientati alla celebrazione di un’idea della palingenesi imperiale da cui traspare la fede di Sidonio nel futuro di una res Romana ormai invece giunta al tramonto.

Il contributo di Stefania Filosini ha per oggetto tre dei sei componimenti dedicati da Venanzio Fortunato alla santa Croce, una reliquia della quale era stata condotta da Radegonda a Poitiers: escludendo motivatamente dall’indagine carm. II 3 (che celebra anche il palazzo episcopale di Tours ed era forse un’iscrizione) e i due carmina figurata (II 4-5), la studiosa si concentra dunque su carm. II 2 ( Pange linguam), II 6 ( Vexilla regis) e II 1 ( Crux benedicta nitet). Dei due inni processionali sono indagati i colores retorici, i legami con la tradizione poetica precedente (in particolare con Ambrogio e Prudenzio) e soprattutto—anche attraverso l’uso della Expositio Symbuli venanziana come supporto esegetico—le modalità in cui motivi dotati di ricche risonanze teologiche (a partire dal cuore per eccellenza del mistero staurologico, il paradosso della croce come strumento di supplizio e glorificazione9) vengono articolati «in immagini di forte evidenza visiva» (p. 115), adatte alla destinazione liturgica. Per quanto riguarda invece il carm. II 1, in distici elegiaci, la studiosa avanza l’ipotesi che esso possa essere stato «inciso o dipinto sulle pareti del luogo in cui venne accolta la reliquia della croce» (p.125); ciò è teoricamente possibile (si noti ai vv. 1 e 15 l’uso dei verbi nitet e micas, e quello del deittico hic al v. 7), anche se in realtà per il componimento, o almeno per una sua parte, va registrata una qualche sopravvivenza nella liturgia: almeno a partire dal IX sec., per il primo distico è attestata infatti una massiccia diffusione in funzione di formula responsoriale in occasione della festività dell’ Exaltatio crucis 10. In assenza di auspicabili riscontri archeologici, il carme, che l’ inuocatio aretalogica (vv. 9-12) e l’allocuzione in du-Stil (vv. 15-16) sembrano comunque apparentare all’innodia, potrebbe essere considerato una uariatio metrica sul tema della laus crucis, forse inizialmente destinata ad un contesto paraliturgico.

Lo studio di Marino Neri è dedicato alla pericope lucana del buon ladrone nel De spiritalis historiae gestis di Avito (III 407-425): dall’analisi del passo11, inquadrato nel contesto delle polemiche provenzali sul tema della paenitentia in extremis, emerge come la salvezza concessa al buon ladrone, il cui pentimento equivale a una confessione di fede che trasforma la morte in martyrium, rappresenti per Avito uno degli exempla della redenzione dell’umanità postlapsaria, e costituisca—in contrasto con le posizioni (post-)pelagiane—una testimonianza del primato della gratia misericordiosa di Dio sulla uoluntas in ordine alla salvezza.

Michele Cutino si interroga infine sul rapporto fra forma letteraria e contenuto teologico nel De ingratis di Prospero d’Aquitania. Dopo un primo inquadramento all’interno del genere del poema polemico-didascalico, di cui è delineata l’evoluzione a partire dall’ Apotheosis e dall’ Hamartigenia prudenziane, del carme sono messe in luce in particolare affinità e differenze rispetto all’altro poema polemico- didascalico di area gallica della prima metà del V sec., il De prouidentia Dei : è l’attualità della polemica eresiologica, unita al prestigio rivestito da coloro contro cui essa è rivolta, a spiegare la «complessa strategia comunicativa» (p. 154) adoperata dal poeta (importante in particolare la strategia quasi dissimulativa dello sdoppiamento dello spazio proemiale, da mettere in relazione all’analoga articolazione dell’orizzonte dei destinatari), nonché la scelta di concentrare il carme sul côté razionale-argomentativo, a tutto discapito di quello poetico-immaginativo.

L’assenza di alcuni protagonisti (penso in particolare all’Ambrogio innografo, Prudenzio ed Aratore) non pregiudica la rilevanza dei saggi raccolti nel volume, accomunati da ricchezza e rigore d’analisi: da essi è possibile trarre non solo un ulteriore esempio dell’attuale vitalità degli studi sulla poesia latina cristiana fra IV e V(I) secolo, ma anche un quadro complessivo (che forse, proprio per la sua varietà, avrebbe meritato una qualche ricapitolazione conclusiva) delle diverse modalità di poetizzazione di—più o meno originali—contenuti teologici. Anche e sopratutto in funzione della diversità dei destinatari, per rimanere ai casi in esame lo spettro sembra così andare dalla sorta di “grado zero” del poetabile nell’impegnativa polemica dottrinale del De ingratis di Prospero all’epica cristocentrica di Sedulio, trovando forse i momenti più interessanti da un lato nella poesia intesa come «megafono didascalico» della catechesi (così Bordone a p. 55) in Paolino di Nola, dall’altro nella liricizzazione ad uso liturgico della dossologia di Cristo e della croce negli Inni di Venanzio Fortunato. Per almeno alcuni di questi autori la questione dell’attribuzione della qualifica di “teologi” rimane in ogni caso aperta, ed è certo che nuove indagini saranno stimolate dagli studi qui presentati.

Notes

1. F. Gasti, ‘Premessa’, p. VI.

2. M. Cutino, ‘Presentazione’, p. IX.

3. W. Otten – K. Pollmann (ed.), Poetry and Exegesis in Premodern Latin Christianity. The Encounter between Classical and Christian Strategies of Interpretation, Leiden-Boston 2007; il relativo convegno si era tenuto nel 2004.

4. Si rimanda soltanto a J. Deckers, ‘Göttlicher Kaiser und kaiserlicher Gott. Die Imperialisierung des Christentum im Spiegel der Kunst’, in F. A. Bauer – N. Zimmermann (edd.), Epochenwandel? Kunst und Kultur zwischen Antike und Mittelalter, Mainz 2001, pp. 3-16 e R. Leeb, Konstantin und Christus. Die Verchristlichung der imperialen Repräsentation unter Konstantin dem Großen als Spiegel seiner Kirchenpolitik und seines Selbstverständnisses als christlicher Kaiser, Berlin-New York 1992.

5. Si veda già A. V. Nazzaro, ‘La parafrasi salmica di Paolino di Nola’, in Atti del Convegno, XXXI. Cinquantenario della morte di S. Paolino di Nola (431-1981), Nola, 20-21 marzo 1982, Roma 1983, pp. 101-104.

6. Significativa sembra anche l’assenza dell’ exemplum di Zaccheo, il quale pure, almeno a partire da Cypr. de op. et elem. 8, testimoniava che la salvezza non era in sé preclusa ai diuites, e doveva essere particolarmente caro ai fedeli, almeno stando alla testimonianza di Agostino ( serm. 25, 8: Quando ei dixit: “Descende Zachee, hodie oportet me in domo tua manere”, audiui gemitus gratulationis uestrae, quasi omnes in Zacheo fuistis et Christum excepistis).

7. Sull’eccezionale impiego dell’aggettivo typicus per indicare non la «Vorausdarstellung» veterotestamentaria, ma la sua «Erfüllung» in Cristo, cf. tuttavia M. Mazzega, Sedulius, Carmen Paschale, Buch III, Basel 1996, pp. 195-196.

8. Ai quali va aggiunto Isacco, il cui typicus cruor è menzionato in carm. pasch. I 118; è inoltre interessante rilevare che per Sedulio (come per Prudenzio: cf. L. Padovese, La cristologia di Aurelio Prudenzio Clemente, Roma 1980, pp. 68-90) è il Λόγος stesso ad agire nel V.T., dimostrando il coinvolgimento nell’intera vicenda umana.

9. Interessante in particolare la portata cosmica della redenzione in carm. II 2, 21, in accordo con un motivo sicuramente tipico di Venanzio (cf. carm. III 9, 31-38) ma non del tutto originale (p. 114), dato che con l’immagine della sofferenza della natura per la morte di Cristo e del suo ritorno alla vita con la resurrezione si apre l’ Historia apostolica di Aratore ( act. I 1-20).

10. Cf. cantusdatabase.

11. Sorprendentemente non viene citato il valido commento di M. Hoffmann, Alcimus Ecdicius Avitus. De spiritalis historiae gestis. Buch III. Einleitung, Übersetzung, Kommentar, München-Leipzig 2005, pp. 285-291; cf. anche D. Shanzer, ‘Poetry and Exegesis: Two Variations on the Theme of Paradise’, in H. Harich-Schwarzbauer – P. Schierl (edd.), Lateinische Poesie der Spätantike. Internationale Tagung in Castelen bei Augst, 11.-13. Oktober 2007, Basel 2009, pp. 217-243.