BMCR 2013.10.14

Response: Montanaro on Mastrocinque on Montanaro, Ambre figurate

Response to 2013.07.28

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Gli studi recenti sulle ambre intagliate dell’Italia preromana hanno permesso di cogliere e chiarire alcune questioni fondamentali legate all’argomento, quali l’origine, le diverse produzioni e l’impiego di questi particolari ornamenti.1

In questa sede si preferisce tralasciare la questione relativa alle origini di questa classe pregiata in Italia e concentrare l’attenzione sulle ambre figurate provenienti dall’area apulo-lucana (in cui si comprende il Melfese, culturalmente appartenente alla civiltà daunia).

Gli intagli in ambra compaiono in questa zona tra la seconda metà del VII e gli inizi del VI secolo a.C., rappresentati soprattutto da elementi pertinenti a fibule o ad orecchini (si vedano gli esemplari a disco di Chiaromonte, simili ad altri analoghi da Verrucchio) o, in alcuni casi, da elementi riproducenti fibule ad occhiali (rinvenuti a Lavello, Gravina, Sannicandro di Bari e Montescaglioso), nonché da elementi a forma di scarabeo (Rutigliano).2

Verso la seconda metà del VI secolo compaiono delle vere e proprie sculture in ambra di altissimo livello stilistico, raffiguranti sia composizioni complesse, sia semplici protomi umane. Questa prima scuola, nota come “Gruppo del Satiro e della Menade”, comprende al proprio interno due diversi indirizzi stilistici. La maggiore concentrazione di queste opere a Canosa e a Rutigliano farebbe propendere per la localizzazione delle officine nella città daunia, non trascurando la probabilità dell’esistenza di un’officina nel centro di Salapia.3

Questi due indirizzi stilistici darebbero poi vita a due nuovi ateliers che avranno una particolare diffusione in Puglia e in Basilicata: il primo è quello legato al “Maestro del Guerriero alato”, le cui opere sono attestate nella Basilicata settentrionale, Daunia e Peucezia; il secondo è legato al “Maestro della Sfinge alata”, le cui opere sono ampiamente diffuse nella zona di Armento, Sala Consilina e Braida di Vaglio in Basilicata e risultano alquanto simili per caratteristiche stilistiche alle sculture del “Gruppo di Armento”, probabilmente tutte opere relative all’attività di una o due officine.4

La questione spinosa riguarda l’origine etnica degli artefici di queste straordinarie sculture e la localizzazione delle loro officine. Si tratta di argomenti che spesso hanno suscitato vivaci dibattiti tra coloro che prediligono la teoria dell’origine etrusca o etrusco-campana e coloro che vedono una decisa influenza dell’arte greco-occidentale.

In altra sede è stata proposta per le ambre figurate pugliesi, cui sono strettamente legate quelle lucane, un’origine etrusco-campana, non condivisa da tutti gli studiosi.5 L’ipotesi più verosimile prevede la possibilità che queste ambre siano state prodotte inizialmente da artigiani etruschi itineranti, influenzati da maestri intagliatori greco-orientali giunti in Etruria meridionale dalla Ionia a seguito della pressione dei Lidi e dei Persiani. Si sarebbe creato così un rapporto di committenza da parte di alcuni principi “italici” nei confronti di artigiani greci ed etruschi, detentori di quei saperi tecnici ampiamente apprezzati dalle classi dirigenti. Il risultato di queste intense relazioni, unito alla persistente richiesta da parte delle aristocrazie indigene di questi oggetti esotici e di prestigio, potrebbe aver favorito, durante l’età arcaica, lo spostamento di alcuni di loro in Basilicata e in Puglia e il conseguente allestimento di officine stabili presso i centri più importanti dando vita a nuove produzioni.6

D’altronde, contrariamente a quanto sostenuto da altri studiosi, tale fenomeno è stato riscontrato per altre classi di materiali quali le oreficerie, dove ad un’iniziale importazione di esemplari pregiati dall’Etruria meridionale (si vedano, ad es., le collane e il terminale di scettro da Ruvo di produzione vulcente, il diadema orientalizzante di produzione ceretana, i pendenti d’argento di Cupola, nonché la coppa d’argento e la testa di negro aurea da Canosa) si affianca e si sostituisce una produzione di oggetti in forme tipicamente indigene ma decorati con tecniche etrusche, quali la granulazione e il pulviscolo. A tal proposito, sono significativi i cosiddetti “cerchi apuli”, in realtà ornamenti per i capelli, decorati con figure a stampo e sfondo a pulviscolo (si vedano le coppie da Ruvo conservate nei musei di Napoli e Parigi, o quella di Bologna probabilmente di provenienza pugliese), mentre gli altri sono normalmente decorati con un motivo ad onde in filigrana. Tra le oreficerie locali lavorate con tecniche etrusche si possono considerare anche le grandi fibule ad arco semplice ingrossato o a sanguisuga con pomello terminale a testa di ariete, decorate a granulazione e pulviscolo, provenienti da Ruvo e Cavallino (pomello a testa di leone), e il pendente aureo da Canosa-Toppicelli, la cui sintassi decorativa trova confronti stringenti negli orecchini “a bauletto” etruschi. Quasi certamente, come è stato supposto da diversi studiosi, questo folto gruppo di oreficerie è stato realizzato da artigiani orafi di origine etrusca provenienti da Vulci, i quali si sono trasferiti a Ruvo impiantando delle botteghe al servizio della ricca aristocrazia locale soddisfandone le esigenze e i gusti.7

Lo stesso fenomeno può essere ipotizzato anche per il vasellame in bronzo di produzione etrusca, si pensi ad es. ai bacini dei tipi più semplici o ad alcune varianti di oinochoai, la cui consistente presenza nei corredi dell’area Melfese e apula centro-settentrionale (a tal proposito si vedano gli esemplari della collezione Sansone di prossima pubblicazione), deve essere attribuita a botteghe locali (poste in area daunio-costiera) avviate da artigiani allogeni, come ha recentemente suggerito A. Bottini.8 Perché quindi escludere la possibilità che alcuni gruppi di ambre rinvenuti in area apulo-lucana possano essere stati realizzati da artigiani etruschi trasferitisi nei centri indigeni dove esisteva una specifica richiesta della loro opera? Così come è stato supposto per le oreficerie, proporrei di individuare gli artefici di queste sculture in Etruschi provenienti dall’Etruria propria o dall’area padana, più che dall’ambiente etrusco-campano. D’altra parte, questa ipotesi non contrasterebbe con l’eventualità che in queste stesse botteghe abbiano operato anche artigiani provenienti dalla Grecia orientale dando vita a produzioni di altissimo livello.

Dal punto di vista stilistico, ad esempio, come già sottolineato da alcuni studiosi, sono evidenti gli stretti rapporti di alcune sculture in ambra (il “Satiro vendemmiante”e “Atlante”) con la glittica etrusca, la quale ha certamente ricevuto un forte impulso da parte di esperti intagliatori di origine ionica.9 Lo stesso si può dire per un tipo di kore in ambra con braccio destro sul petto e braccio sinistro disteso parallelo al corpo con mano che stringe un lembo del vestito (si vedano ad es. gli esemplari del Getty Museum, dalla Peucezia, Pontecagnano e Novi Pazar), la quale trova puntuali confronti con alcuni analoghi bronzetti etruschi (Copenhagen, New York), che certamente hanno quale modello di riferimento le korai marmoree di ambiente greco-orientale.10

Evidenti sono i rapporti anche con le officine dell’Etruria padana, specialmente per alcune tipologie, quali gli animali retrospicienti e alcune testine. I primi sono particolarmente attestati a Felsina, ma presenti anche in Basilicata e nel Piceno. Si tratta di una tipologia molto antica già presente in età orientalizzante in area etrusco-laziale (Pratica di Mare, Vulci, Calatia). Certamente, gli esemplari più recenti, stilisticamente più raffinati, sono frutto di botteghe diverse attive localmente, ma con comuni modelli di riferimento, probabilmente in contatto tra loro attraverso il commercio della materia grezza e la circolazione degli artigiani (etruschi o greco-orientali) richiamati dalle esigenze delle aristocrazie locali.11

Alcune testine femminili di profilo, quali i due esemplari di Noicattaro, taluni da Banzi (tombe 106, 419, 428), quello del Museo di Bari e quello della Collezione Sansone, mostrano caratteristiche stilistiche ascrivibili al tipo spineta, di produzione etrusco-padana, che non si riscontrano nelle protomi di area apulo-lucana, a dimostrazione che le élites indigene interessate ad acquisire questi beni di lusso disponessero di varie fonti di approvvigionamento e che, di conseguenza, le forme di produzione e di scambio di questi manufatti dovessero essere alquanto articolate, non escludendo pertanto, in alcuni casi, che parte dei prodotti finiti percorresse gli stessi itinerari per i quali veniva commerciato il materiale grezzo.12

Tuttavia, non si può negare che lo studio relativo alle varie produzioni di ambre figurate necessita di ulteriori approfondimenti e soprattutto di edizioni di esemplari ancora inediti conservati nei musei stranieri, al fine di apportare nuove ed importanti conoscenze utili a chiarire i diversi punti ancora oscuri della ricerca.

Notes

1. Si vedano ad es. M.C. D’Ercole, Importuosa Italiae Litora. Paysage et échanges dans l’Adriatique méridionale archaïque, Naples 2002; Magie d’ambra. Amuleti e gioielli della Basilicata antica. Catalogo della mostra (Potenza, dic. 2005 – mar. 2006), Potenza 2005; Ambre. Trasparenze dell’antico. Catalogo della mostra a cura di M.L. Nava e A. Salerno (Napoli, 26 mar. – 10 sett. 2007), Milano 2007; M.C. D’Ercole, Ambres gravées du Département des Monnaies, Medailles et Antiques. Bibliothèque Nationale de France, Paris 2008; F. Causey, Amber and the Ancient World, Los Angeles 2011; Ambra. Dalle rive del Baltico all’Etruria. Catalogo della mostra a cura di A. Russo (Roma, 14 dic. 2012 – 10 mar. 2013), Roma 2012 ; F. Causey, Ancient Carved Ambers in the J.Paul Getty Museum, Los Angeles 2012; M.C. D’Ercole, Ambres gravées. La collection du département des Antiquités grecque, étrusques et romaines du Musée du Louvre, Paris 2013.

2. Per la Basilicata: Magie d’ambra 2005, 71-83. Per la Puglia: A. Riccardi, “Ornamenti metallici e in ambra tra VI e IV secolo a.C.”, in La Puglia centrale dall’età del Bronzo all’Alto Medioevo. Archeologia e storia, Atti del Convegno di Studi a cura di L. Todisco (Bari, 15-16 giungo 2009), Roma 2010, 345-357.

3. Sugli indirizzi stilistici del “Gruppo del Satiro e della Menade”: D’Ercole 2002, 162-168.

4. Per il “Maestro del Guerriero alato” si veda Russo, in Magie d’ambra 2005, 121-125. Per il “Maestro della Sfinge alata” si veda: A. Bottini, in Ambre 2007, 232-237; M. L. Nava, in Ambre 2007, 29.

5. A.C. Montanaro, Ambre figurate. Amuleti ornamenti dalla Puglia preromana, Roma 2012, 142-148, 207-213.

6. A. Bottini, in Ambre 2007, 235.

7. Per le oreficerie etrusche in Puglia e per quelle di tipologia locale decorate con tecniche etrusche: E.M. De Juliis, “Importazioni e influenze etrusche in Puglia”, in Magna Grecia, Etruschi, Fenici. Atti del XXXIII Convegno di Studi sulla Magna Grecia (Taranto, 8-13 ottobre 1993), Napoli 1996, 529-560; Id., “Gli Etruschi in Puglia”, in Gli Etruschi fuori d’Etruria (a cura di G. Camporeale), San Giovanni Lupatoto (Vr) 2001, 257-267; A.C. Montanaro, Gli ori di Ruvo di Puglia tra Greci ed Etruschi, Bari 2006; Id., Ruvo di Puglia e il suo territorio. Le necropoli, Roma 2007, 175-178. Per le oreficerie di Cupola: A.C. Montanaro, Una principessa daunia del VII secolo a.C. La tomba principesca di Cupola-Beccarini (Manfredonia), Foggia 2010, 72-77. Per il pendente aureo di Canosa: De Juliis 1996, 548-549.

8. Per i vasi di bronzo etruschi in Puglia: De Juliis 1996, 529-538. Per la Basilicata: M. Tagliente, A. Bottini, “Osservazioni sulle importazioni etrusche in area lucana”, in Atti Taranto 1996, 487-528 (in particolare 498-501).

9. Per i rapporti con la glittica etrusca: D’Ercole 2002, 179-180.

10. Per il bronzetto di Copenhagen: P.J. Riis, “The Bigger Bronze kore from Rimini”, “StEtr” XXV, 1957, 31-40. Per il bronzetto di New York: R.D. De Puma, Etruscan Art in the Metropolitan Museum of Art, New York 2013, 9, 70-72 (n. 4.27). Per la kore del Getty e quella da Novi Pazar: Causey 2012, cat. 8. Per la kore da Pontecagnano: R. Bonaudo, M. Cuozzo, E. Mugione, C. Pellegrino, A. Serritella, “Le necropoli di Pontecagnano: studi recenti”, in Tra Etruria, Lazio e Magna Grecia: indagini sulle necropoli. Atti dell’Incontro di Studio (Fisciano, 5-6 marzo 2009), Paestum 2009, 203, fig. 17.

11. Per le officine localizzate nell’Etruria padana: L. Malnati, in Ambre 2007, 125-126.

12. Per i rapporti tra le officine etrusco-padane e l’area apula: Riccardi 2010, 354-355.