Bryn Mawr Classical Review

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Bryn Mawr Classical Review 2020.02.17

Marie-Laurence Desclos (ed.), La Poésie archaïque comme discours de savoir. Kaïnon - Anthropologie de la pensée ancienne, 12.   Paris:  Classique Garnier, 2019.  Pp. 322.  ISBN 9782406073772.  €34.00.  


Reviewed by Sonia Macrì, Università di Enna (sonia.macri@unikore.it)

[Authors and titles are listed at the end of the review.]

Il volume curato da Marie-Laurence Desclos, come dodicesimo della collana Kaïnon - Anthropologie de la pensée ancienne, raccoglie i contributi di un convegno internazionale svoltosi all’Università Pierre Mendès-France di Grenoble il 28 e 29 novembre 2014, nell’ambito di un progetto di ricerca intitolato Le problème de la réappropriation par la philosophie des discours de savoir antérieurs (2014-2016) e in continuità con una pregressa silloge dedicata alla circolazione dei saperi nella Grecia dell’età arcaica.1 Introdotto da un omaggio formulato da Elisabetta Berardi (7-18) alla memoria del grecista Antonio Aloni, scomparso nel 2016, e da un elenco essenziale delle pubblicazioni dello studioso, il volume è inaugurato da un saggio della curatrice (pp. 19-51) teso a tracciare puntualmente le coordinate teoriche e metodologiche entro cui si muovono i saggi della raccolta, a fornire orientamenti bibliografici rispetto agli studi sul tema e, insieme, a esplicitare ulteriori elementi di riflessione.

La classificazione che distingue, per l’età preclassica, la poesia epica da quella didascalica e che differenzia il poema esiodeo Opere e giorni o i frammenti dei filosofi cosiddetti “presocratici” dalle epopee omeriche, si rivela, alla prova di un’indagine antropologica, rispondente a categorie moderne e non già applicate dalle culture antiche.2 Questo assunto, da annoverarsi tra quelli che fanno da presupposto a tutto volume, costituisce il punto di partenza del contributo di Claude Calame (pp. 53-72) che, in questa prospettiva, chiarisce utilmente lo “statuto-autore” dei poeti arcaici tutti suscettibili di essere designati e di autodesignarsi come σοφοί e come depositari di molteplici saperi. L’indagine di Calame verte sulle strategie enunciative rintracciabili nelle diverse forme poetiche e strutturate così da fondare una relazione di carattere pedagogico con un destinatario. L’autorità del locutore/narratore, esplicita Calame, si afferma (in Omero come in Esiodo, in Empedocle e Parmenide come in Teognide e Pindaro) a partire da un atto linguistico, un enunciato performativo espresso al futuro, destinato a fondare una “pragmatica della persuasione”.

Il contributo di David Bouvier (pp. 73-100) prende avvio anch’esso da una riflessione fondativa dell’intero volume, concernente la necessità di riconsiderare lo statuto della poesia come di un’arte che non si è dispiegata, lungo i cammini dell’oralità, nel segno di un percorso univoco né della continuità. Bouvier si interroga sulle persistenze e sugli scarti segnati, nel contesto della tradizione aedica, dall’Odissea e indaga la relazione che intercorre fra l’aedo della finzione e il compositore del poema, protagonista di una reale ricezione dei canti. Attraverso un’attenta disamina delle fonti, Bouvier evidenzia la presenza di una rottura epistemologica: il narratore principale dell’Odissea problematizza la terza performance attuata da Demodoco e la conseguente reazione di Ulisse (VIII, 487-531), infrangendo la regola che impone di non mettere in discussione un canto che si ritiene ispirato direttamente dalle Muse e additando i limiti che comporta una celebrazione di questo eroe fatta dalla tradizione aedica.

Una messa a fuoco del mito di Prometeo, alla luce della posizione che occupa rispetto agli altri episodi della Teogonia esiodea, è fatta nel contributo di Leopoldo Iribarren (pp. 101-121). Il racconto ricorre secondo un ordine invertito, che lo vede dipanarsi dopo la caduta di Crono ma prima della Titanomachia, così da contraddire la cronologia degli eventi ma da ricoprire una posizione centrale nella struttura ad anello del poema. Dopo aver enucleato le diverse posizioni interpretative relative al dislocamento dell’episodio, Iribarren formula l’idea che tale assetto sia determinato da un principio di ordine tematico e funzionale a enfatizzare la presenza congiunta dei motivi della tecnica astuta e della forza, come caratterizzanti la vittoria di Zeus rispettivamente su Urano, Crono, Prometo e sui Titani e Tifeo, secondo quanto enucleato dal testo stesso al v. 496, al quale Iribarren attribuisce, pertanto, un carattere programmatico.

Magali Année (123-142), soffermandosi su alcune teorie interpretative più dettagliatamente elaborate in una corposa edizione, di recente pubblicazione, delle elegie di esortazione alla guerra di Tirteo e Callino,3 mira a mostrare i meccanismi ritmici e fonico-sillabici di cui si sostanziano i frammenti di Tirteo e insieme a evidenziarne la funzione essenzialmente parenetica. La studiosa rileva in questi canti un «sapere sperimentale della lingua» insieme a un altro di carattere «koinogonico», convergenti verso l’azione di modellare gli uomini in funzione dell’appartenenza alla comunità (κοινωνία).

Le argomentazioni di Massimiliano Ornaghi (143-173) intendono proporre nuove ipotesi interpretative dell’enigmatico titolo Κολυμβῶσαι, attribuito da due testimoni della tradizione (Tolomeo Chennos e Suda) a un’opera di Alcmane, restituendo altresì un accurato dossier delle molteplici esegesi fin qui condotte. L’accezione letterale del titolo, da riferirsi ad attività femminili dallo statuto polivalente (cultuale, celebrativo, commemorativo) e connesse con il nuotare o con lo sprofondare nella dimensione acquatica, può presentarsi, secondo quanto rimarcato da Ornaghi, come alternativa a un’altra di carattere simbolico e volta a leggere nelle κολυμβῶσαι una metafora delle anime colte nell’atto di separarsi dalla materia, nell’istante della morte o di altra esperienza extracorporea.

Le elegie di Solone, precisamente la cosiddetta Eunomia e quella alle Muse (rispettivamente fr. 3 e fr. 1 Gentili-Prato = 4 e 13 West), costituiscono oggetto di disamina del contributo di Mauro Bonazzi (175-186), che verte intorno al concetto di giustizia divina e all’importanza che la sua definizione in Solone riveste nella storia del pensiero politico greco. I discorsi incentrati sui binomi giustizia/ricompensa e ingiustizia/punizione sono suscettibili di essere interpretati come divergenti nelle due elegie. Nel passare in rassegna le diverse tesi proposte dagli studiosi, Bonazzi formula un’avvertita analisi che muove da una prospettiva compatibilista e mira a una lettura unitaria dei due testi.

Francesca Dell’Oro (187-199), partendo dalle teorie cognitiviste che attribuiscono una funzione conoscitiva alle metafore, indaga quelle pindariche che afferiscono all’atto del linguaggio, in particolare nei contesti dialogici della quarta Pitica. Questo dominio concettuale, nella poesia greca arcaica, viene ripensato e semplificato in termini concreti attraverso l’immagine dell’elemento fluido che sgorga da un contenitore, di un soffio che fuoriesce dalla bocca o, anche, dello schieramento in file dei soldati. Dell’Oro individua, per alcune di queste immagini, elementi propriamente pindarici e, oltre a ciò, precisa come le metafore logonimiche debbano essere lette nel quadro di una riflessione più ampia, di ordine metalinguistico, che anticipa gli studi più propriamente scientifici su questo ambito dell’esperienza.

Al centro dell’indagine condotta da Sofia Ranzato (201-217) sta l’immagine dell’incrocio, emblematica della necessità di operare una scelta fra due diverse forme di comportamento e tradizionalmente impiegata in contesti di natura paideutica (in Omero, Esiodo, Teognide). In Parmenide, essa si presta ad essere interpretata come metafora del momento cruciale dell’isolamento (riconoscibile nel sintagma εἰς ἡσυχίαν, secondo quanto tramandato da Diogene Laerzio) proprio dei riti di passaggio e come determinante per riconoscere la via della verità. La studiosa istituisce un rapporto di corrispondenza tra questa metafora e l’immaginario escatologico cui rinviano le lamine orfiche ritrovate in Magna Grecia, avvalorando l’ipotesi di un influsso esercitato dalla tradizione orale, e dal poema di Parmenide in particolare, sulla composizione delle lamine, anche in ragione dell’individuazione di una forma di «solidarietà linguistica» tra le due testimonianze.

Jaume Pòrtulas (219-244) discute della presenza, in Parmenide, di elementi della tradizione poetica che non riguardano esclusivamente il piano formale ma anche il procedere argomentativo. Sulla scorta di alcuni raffronti con Pindaro, Pòrtulas si sofferma sull’invocazione a un’autorità trascendente, che comporta l’assunzione, da parte di Parmenide, del ruolo di messaggero e, insieme, l’impiego di alcuni motivi topici quali quello della persuasione, dell’ignoranza umana e dell’ἕλεγχος. Lo studioso porta, quindi, l’attenzione sul meccanismo della παλινῳδία, ricordandone il significato letterale di «ripresa» di un canto, piuttosto che non di auto-ritrattazione (così è in Platone), e suggerisce di interpretare il rapporto tra le due versioni, cui essa rinvia, non nei termini di una soppressione della «prima», a vantaggio di quella corretta, bensì di una coesistenza di entrambe. Nell’individuare il ricorso da parte di Parmenide a questa strategia poetico-retorica, Pòrtulas la interpreta come funzionale a dare voce a due contrapposte prospettive, una extramondana e un’altra, invece, umana, corrispondenti ai due diversi discorsi della ἀλήθεια e della δόξα.

Le riflessioni di Xavier Riu (245-258) vertono sulla nozione di verità nella poesia arcaica e sullo statuto variabile che la contraddistingue, nei contesti di enunciazione in cui ricorre. La disamina investe, primariamente, l’ambito linguistico, con riferimento ai termini ἀλήθεια e ἔτυμον, alla luce della relazione che il concetto di verità intrattiene nella cultura greca arcaica con quello di memoria/oblio e di lode/biasimo, ma anche ai verbi di cui la verità è oggetto nella dizione omerica, quali καταλέγω, ἀγορεύω e μυθέομαι. In seconda istanza, Riu concentra l’attenzione su Parmenide rilevando un tratto ancora diverso della ἀλήθεια, a conferma della presenza di molteplici «tipi di verità».

La presenza di molti refusi (ad esempio, a p. 29 si legge “balbuziante” invece di “balbuziente”, “alle figura” invece di “alla figura”, “attesta” invece di “attestata”; a p. 94 ricorre il riferimento ai versi 418-419 anziché 519-520; a p. 125 si legge “al meno” invece di “almeno”, “diffuzione” per “diffusione”; a p. 178 “philoloque” per “philologue”; a p. 208 “Déviance” per “Deviance”; a p. 236 “afermato” per “affermato”; a p. 260 “medieval” per “medievale”; a p. 265 Casio per Cassio; a p. 277 “Homero” per “Omero”; a p. 282 Gli inizi della filosofia greca per Gli inizi della filosofia: in Grecia) non intacca il valore di un volume che raccoglie studi ben documentati, che mai si limitano ad argomentare su dati puramente formali e che, anzi, sono volti a coniugare, in molti casi, il dato più strettamente testuale e filologico con la prospettiva antropologica, attestandosi come contributi utili a riorientare il punto di vista degli specialisti in merito alla trama dei saperi veicolati nei secoli dell’arcaicità greca, soprattutto in virtù dell’attenzione accordata alla dimensione pragmatica. Corredato da un’ampia bibliografia e dagli abstract dei contributi (ma solo in francese), il volume si avvale della presenza di più indici che registrano non soltanto i nomi degli autori antichi e moderni ma anche i passi e le parole greche citate e, insieme, le nozioni più rappresentative indagate nei diversi studi.

Table of contents

Elisabetta Berardi, In memoriam Antonio Aloni (1947-2016), 7
Marie-Laurence Desclos, Le tissage des savoirs et de la langue dans la poésie archaïque, 19
Claude Calame, Poèmes «présocratiques» et formes de poésie didactique, quelle pragmatique?, 53
David Bouvier, De Démodocos à «Homère comme poète», réappropriation d’un chant aédique dans une épopée, 73
Leopoldo Iribarren, La place du mythe de Prométhée dans la Théogonie d’Hésiode. Composition et connaissance, 101
Magali Année, Le savoir koinôgonique des chants d’élégie parénétiques de Tyrtée, 123
Massimiliano Ornaghi, Alcman et les Κολυμβῶσαι, un plongeon métaphorique?, 143
Mauro Bonazzi, La théodicée de Solon d’Athènes, 175
Francesca Dell’Oro, Ἐπέων στίχες. Éléments d’une réflexion métalinguistique dans la Quatrième Pythique de Pindare, 187
Sofia Ranzato, Choisir sa propre route chez Parménide, dans la poésie didactique et dans les traditions religieuses à l’époque archaïque, 201
Jaume Pòrtulas, Parménide et les traditions de la palinodie poétique, 219
Xavier Riu, Vérités et performance publique. Quelques réflexions sur alêtheia, 245
Bibliographie, 259
Index des passages cités, 287
Index des noms – Les Anciens, 297
Index des noms – Les Modernes, 301
Index des lieux, 307
Index des notions, 309
Index des mots grecs, 313
Résumés, 317

Notes:


1.   M.-L. Desclos et F. Fronterotta (éds.), La sagesse présocratique. Communication des savoirs en Grèce archaïque : des lieux et des hommes, Paris: Armand Colin, 2013.
2.   Da ultimo il tema è stato indagato da P. Vesperini, “La poésie didactique dans l’Antiquité: une invention des Modernes”, Anabases, Vol. 21, 2015, pp. 25-38.
3.   M. Année, Tyrtée et Kallinos. La diction des anciens chants parénétiques (édition, traduction et interprétation), Paris: Classiques Garnier, 2017 (del quale si può leggere la recensione in BMCR 2019.09.27).

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