Bryn Mawr Classical Review

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Bryn Mawr Classical Review 2019.11.02

Chiara Razzolini, Chiara Cauzzi (ed.), Le cinquecentine della Biblioteca del Convento della Verna. Istituto di Studi Italiani, Università della Svizzera Italiana. Biblioteca, 4.   Firenze:  Leo S. Olschki, 2019.  Pp. xxxi, 502.  ISBN 9788822265944.  €58,00.  

Contributors: Con una nota di Carlo Ossola

Reviewed by Francesca Niutta, Manuscripts and Rare Books, Biblioteca Nazionale Centrale di Roma (f.niutta@iol.it)

È una biblioteca notevole quella del convento francescano della Verna, forse una delle maggiori dell’Ordine, comparabile a quella dei Cappuccini di Roma (di cui è uscito da poco un ponderoso catalogo di incunaboli e cinquecentine a cura di Fabio Grammatico).1 La consistenza del fondo antico della Verna, che abbraccia esemplari dall’XI al XIX secolo con venticinque manoscritti e un certo numero di incunaboli, si calcola in ventimila volumi; altrettanti ne comprende il fondo moderno. Il presente catalogo descrive settecentotrentuno edizioni cinquecentine, alcune delle quali presenti in più copie; si arriva così a settecentosessantaquattro unità bibliografiche in millesettantuno volumi. Redatto da Chiara Cauzzi con la supervisione di Chiara Razzolini, che espone Le ragioni di un catalogo (pp. XIII-XXII), mentre Cauzzi dà conto dei criteri e delle norme seguiti (Nota metodologica, pp. XXIII-XXVI), è preceduto da una breve Premessa di Francesco Brasa OFM, Guardiano della Verna, e dalla Nota di lettura: la «piazza di tutti i beni» di Carlo Ossola. Completano il volume quattro indici: degli autori secondari, dei tipografi ed editori, dei luoghi d’edizione, delle provenienze e dei possessori, e ventidue tavole a colori.

Francesco Brasa richiama il testamento di Francesco che prescriveva ai frati di «raccogliere e custodire in un luogo decoroso le pagine scritte con i nomi santi, ossia libri, pergamene o frammenti contenenti parti della Sacra Scrittura o della liturgia», manifestando già un’idea embrionale di biblioteca; e osserva che la presenza di opere profane accanto a quelle sacre non deve stupire, perché «tutto – come ci insegna Francesco – ci parla di Dio». Carlo Ossola nella Nota di lettura (pp. VII-XI), delineando il contenuto della biblioteca, rileva che «affiora l’evidenza di un insieme ben strutturato», in cui trova posto ogni disciplina, sacra e profana.

Fu da un incontro con Carlo Ossola, allora direttore dell’Istituto di Studi Italiani dell’Università della Svizzera Italiana ‒ apprendiamo da Chiara Razzolini ‒, che nacque il progetto di questo catalogo che, avviato nel 2014, è stato completato nel corso di due anni, ponendo rimedio alla mancanza di cataloghi e inventari esaustivi e affidabili della biblioteca; il primo passo fu procedere alla realizzazione di un catalogo informatico, che ha reso tutte le notizie accessibili online nell’opac SBN Servizio Bibliotecario Nazionale) e in quello SDIAF (Sistema Documentario Integrato dell’Area Fiorentina). È annunciato il proseguimento del progetto con la catalogazione, iniziata nel 2015, delle edizioni dei secoli XVII e XVIII, grazie a finanziamenti della Conferenza Episcopale Italiana. Gli incunaboli sono già parzialmente descritti in ISTC (Incunabula Short Title Catalogue); i manoscritti sono consultabili nella banca dati relativa al progetto Codex delle biblioteche toscane (ma ne ho trovati anche nella base nazionale Manus).

Situato in un luogo che Dante definì «crudo sasso intra Tevero e Arno» (Paradiso XI, 106), dove secondo la tradizione s. Francesco ricevette le stimmate nel 1224, la Verna è uno fra i più venerandi ma anche appartati siti francescani. Tanto più singolare è la ricchezza e varietà della sua biblioteca. Manca tuttavia purtroppo nel volume qualsiasi cenno all’origine e alla storia sia del convento che della biblioteca; Razzolini osserva solo en passant (p. XIX) che il convento fu «legato fin dal 1431 alla protezione di Firenze». Peraltro la studiosa, consapevole di questa lacuna, avverte (p. XVIII) che «il tracciarsi anche per sommi capi della storia della biblioteca» è precluso al momento dalla mancanza di fonti, essendo l’archivio in via di riordinamento e inventariazione. Attendiamo dunque il completamento di queste operazioni, annunciato per il 2019, che certo darà un contributo alla conoscenza della storia dell’istituzione conventuale e della formazione e sviluppo della biblioteca, e consentirà una migliore fruizione anche di questo catalogo.

La descrizione dei volumi, che segue le regole italiane (Guida alla catalogazione del libro antico, Roma: ICCU, 1995, integrata con REICAT (Regole italiane di catalogazione. Reicat, a cura della Commissione permanente per la revisione delle regole italiane di catalogazione, Roma: ICCU, 2009) e RICA (Regole italiane di catalogazione per autori, Roma: ICCU, 1979), è accuratissima. L’attenzione è posta anche sul singolo esemplare con la rilevazione di ogni elemento utile a stabilirne l’uso e la circolazione: glosse, note di provenienza, note di possesso e di lettura, segnature precedenti; elementi oggi imprescindibili in ogni operazione di catalogazione, e di fondamentale importanza ai fini della ricostruzione della biblioteca nelle sue varie fasi, ma soprattutto ai fini della conoscenza della circolazione libraria e quindi delle idee e delle vie seguite dallo sviluppo del pensiero.

Le schede sono ordinate alfabeticamente per autori e titoli di opere anonime; scorrendole si ha un’idea della varietà e molteplicità di interessi coperti da questa raccolta; i preziosi indici consentono di seguire vari percorsi nel catalogo. Se guardiamo ai luoghi di pubblicazione, colpisce il gran numero di edizioni straniere, per lo più, ma non solo, lionesi e parigine; ce n’è perfino una di Cracovia (in officina typographica Lazari, 1586). Contiene il Pymander di Hermes Trismegistus col monumentale commento del francescano calabrese Annibale Rosselli, che a Cracovia insegnò. E colpisce la presenza di edizioni provenienti da paesi protestanti, Svizzera e Germania (da Basilea soprattutto, ma anche da Ginevra e Zurigo, Colonia e Francoforte). Desta qualche sorpresa per due ragioni il commento di Teofilatto ai Vangeli in versione latina (In quatuor Evangelia enarrationes), all’epoca un vero best seller. La prima è che il traduttore è Giovanni Ecolampadio, ben noto filologo protestante; il suo nome venne tuttavia cassato nel volume in ottemperanza alle norme dell’Index librorum prohibitorum tridentino del 1564; c’è da tenere presente peraltro che i dotti protestanti iniziarono molto prima dei cattolici a pubblicare e tradurre i Padri greci, donde la necessità anche da parte cattolica di ricorrere alle loro edizioni. La seconda ragione è che il libro figura stampato a Zurigo nel 1527 da Giacomo Mazzocchi (Excusum Tiguri per Iacobum Mazochium). Ora, Giacomo Mazzocchi fu attivo a Roma dai primi anni del secolo; la sua ultima edizione nota è datata Roma 1524 (è la Prima pars phylosophie moralis del cardinale Ferdinando Ponzetti). Dopo questa data non si hanno più notizie di lui. Il 1527 è l’anno del Sacco di Roma da parte delle truppe di Carlo V, che fecero un gran numero di vittime e indussero tanti alla fuga. Oggi si tende a dubitare che Mazzocchi sia espatriato a Zurigo e che l’edizione – assai diversa dalle altre da lui emesse – sia sua, sebbene gli Annali tipografici di Fernanda Ascarelli (Firenze: Sansoni antiquariato, 1961, nr. 166) gliela attribuiscano, e così anche la scheda del presente catalogo. Nella Nederlandsche bibliographie van 1500 tot 1540 di Nijhoff-Kronenberg (3.3, ’s-Gravenhage 1961, nr. 4460) l’edizione è ascritta invece a Merten de Keyser (Martinus Caesar), tipografo francese passato ad Anversa nel 1525 per essere libero di pubblicare versioni in volgare di libri sacri, vietate a Parigi. Mi chiedo se Zurigo non sia invece un luogo di stampa falso, adottato per sfuggire alla censura; che sia falsa anche l’attribuzione a Mazzocchi? E come sarebbe nata, e perché? Ma lasceremo ad altri la ricerca della soluzione; questo è solo un esempio delle molteplici questioni che un innocente catalogo può aprire. Condannato dall’Indice tridentino alla damnatio memoriae, ma ben presente nella biblioteca francescana, c’è anche Erasmo, che troviamo nell’indice degli autori secondari con dodici edizioni di classici latini e greci (Cicerone, gli storici Giuseppe Flavio e Svetonio) e Padri della Chiesa in versione latina; non vi figurano le sue opere originali, rarissime, come ben sappiamo, in Italia.

Continuando a guardare qua e là ai testi presenti, oltre ovviamente ai messali e ad una ventina di Bibbie tra cui quella poliglotta in otto volumi di Plantin (Anversa 1570-1573), alle opere di s. Bonaventura, a un’infinità di Padri della Chiesa, a testi di diritto canonico, troviamo Aristotele e i commentatori, s. Tommaso d’Aquino con altri autorevoli esponenti dell’Ordine domenicano; Platone tradotto da Ficino (due esemplari); classici greci e latini; la Commedia di Dante e Petrarca; autori del secolo XV (Flavio Biondo, Nicolò da Cusa, Lorenzo Valla, etc. e tanti esemplari del Dictionarium di Ambrogio Calepino); i gesuiti Francisco Torres e Roberto Bellarmino; varie copie degli Annales ecclesiastici di Baronio, tre dei canoni e decreti del Concilio di Trento, due degli atti dei concili, un ampio ventaglio di opere di teologia e filosofia, medicina e scienze naturali. I libri in lingua greca non sono molti, ma non deve sorprendere la presenza della grammatica greca di Teodoro Gaza (Firenze, Filippo Giunta, 1526), che qualcuno studiò con la penna in mano apponendo segni di attenzione, e dei Commentarii linguae Graecae di Guillaume Budé nell’edizione di Basilea 1530 (col nome dell’editore, Iohann Bebel, censurato nel colophon): i Francescani avevano familiarità con Costantinopoli, dove si erano installati dall’epoca dell’impero latino (ed esercitarono un ruolo influente nelle trattative per l’unione con la Chiesa greca al Concilio di Lione del 1274); vale anche la pena di segnalare che tra gli incunaboli della Verna si trova una copia del lessico greco-latino di Giovanni Crastoni (Venezia: Aldo Manuzio, 1497; ISTC ic00960000), il più antico stampato. Insomma questa biblioteca appare veramente, come la definisce Ossola (pp. VIII-IX), «uno scrigno della sapienza del mondo che il cristianesimo accolse e rimeditò: la storia dei saperi che hanno sorretto la civiltà europea è lì».

A questo punto ci piacerebbe sapere come e quando questi libri arrivarono alla Verna, chi li portò e perché, chi li lesse. Risulta dall’indice delle provenienze e dei possessori che alla Verna confluirono volumi di varie istituzioni francescane (i conventi di S. Giovanni Battista a Sargiano, di San Lorenzo a Bibbiena, di San Francesco a Chiaramonte Gulfi, la Biblioteca provinciale dei frati minori di Firenze, etc.), e che i possessori erano per lo più frati. Ma non vengono forniti altri dati e date. Non è precisato a quando risale l’ex libris della Verna, che dobbiamo forse immaginare apposto di recente, poiché figura anche in volumi di acquisizione non antica in quanto recano segni di precedente appartenenza datati al secolo XIX. Tra i possessori spicca il francescano Francesco Pitigiani, di cui si hanno scarse notizie (Arezzo 1553-Mantova 1616),2 con una raccolta di più di cento titoli quanto mai vari; a lui appartenne una delle copie del Platone tradotto da Ficino e una di quelle degli atti dei concili (cerchiamo invece invano nel catalogo le sue opere, che furono non poche). Se egli morì a Mantova, ci piacerebbe capire quando e perché la sua biblioteca arrivò alla Verna. Questo è un altro esempio delle infinite curiosità che questo ricco catalogo suscita, e dello stimolo che da esso può derivare a conoscenze nuove sul mondo e la cultura francescani.


Notes:


1.   Capuccinorum Romae. Incunaboli e cinquecentine della Biblioteca Centrale dei Cappuccini, Roma: Istituto storico dei Cappuccini, 2018.
2.   Gli ha di recente dedicato una ricerca Vincenzo Lagioia, «Indicibili delitti». Francesco Aretino, teologo e confessore del granduca Ferdinando I, in Infami macchie: sessualità maschili e indisciplina in età moderna, a cura di Fernanda Alfieri e Vincenzo Lagioia, Roma: Viella, 2018.

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