Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2019.08.08 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2019.08.08

Richard W. Westall, Caesar's 'Civil War': Historical Reality and Fabrication. Mnemosyne, Supplements, 410.   Leiden:  Brill, 2017.  Pp. xvi, 400.  ISBN 9789004356146.  €116,00.  


Reviewed by Filippo Canali De Rossi, Liceo Classico Dante Alighieri, Roma (filippocanaliderossi@hotmail.com)

Publisher's Preview

Il libro in questione è un esame della Guerra Civile di Giulio Cesare come fonte non solamente per la stessa guerra civile combattuta negli anni 49-48 a.C., ma più in generale per tutto il contesto della tarda repubblica.

Lo studio ha una articolazione geografica e tematica, in cui le fasi della guerra civile sono scandite visualizzando una serie di territori attraversati dal conflitto. Un punto che l'autore tiene a chiarire fin dalla introduzione (1-11) è che egli non intende considerare la figura di Cesare come carismatica o provvidenziale, né tanto meno accettare la narrazione dei fatti da lui prodotta, che apertamente considera “an example of conscious and flagrant misrepresentation” (p. 2). Una parte del capitolo introduttivo è dedicata alla dimostrazione di questo assunto.

Il secondo capitolo è una anticipazione di tutto lo svolgimento: escluso che Cesare progettasse di sovvertire lo stato al fine di un ideale socio-politico avanzato, le sue motivazioni vengono ridotte al desiderio di emulare Pompeo e di non lasciarsi ridurre al rango di privato cittadino. L'impossibilità dei tribuni Cassio ed Antonio di esercitare il diritto di veto e la loro fuga presso Cesare a Ravenna, nei primi giorni del 49 a. C., gli avrebbero fornito il pretesto che attendeva per scatenare una offensiva basata su una considerazione dei rapporti di forza. Segue il racconto della occupazione dell'Italia e dell'assedio posto a Brindisi fino alla fuga di Pompeo in Epiro (17 marzo). Dopo il ritorno di Cesare a Roma e la appropriazione del tesoro pubblico seguono l'assedio posto a Marsiglia e le campagne condotte in Spagna contro i luogotenenti di Pompeo, Afranio, Pompeio e Varrone, quindi le vicende africane di C. Scribonio Curione; finalmente così Cesare può mettere in atto l'attraversamento dell'Adriatico nel corso dell'incipiente inverno 49-48 a.C., mentre in Italia avveniva la repressione delle sollevazioni promosse da Celio Rufo ed Annio Milone; seguirà l'attraversamento del resto della flotta condotta da Antonio e Caleno e l'inizio delle aperte ostilità (nella primavera del 48 a.C.) fra le forze pompeiane e quelle di Cesare nelle vicinanze di Durazzo.

Ciascuno dei capitoli successivi, trattando in dettaglio uno degli scenarî in cui la guerra si articola, prende al tempo stesso in considerazione un aspetto tematico: il capitolo III è dedicato allo svolgimento della guerra in Italia, a cominciare dal passaggio del Rubicone, per il quale alla testimonianza dello stesso Cesare, si contrappone a quella risalente allo storico (e seguace di Cesare) Asinio Pollione, preservata nel racconto di Plutarco. La decisione di Cesare di varcare il fiume, considerato il limite estremo della provincia, fu dettata dalla emanazione, il 7 di gennaio del 49 a. C., di un senatoconsulto che lo dichiarava nemico pubblico, senza tenere conto della legittima opposizione di alcuni tribuni a questa delibera. Cesare si sentì dunque autorizzato ad esortare i suoi soldati ad agire in difesa della legalità dello stato, oppresso dalla dominazione di una fazione. Un punto cruciale nella tesi di Westall, circa le reticenze e le asserite menzogne nella narrazione degli eventi fatta dallo stesso Cesare, è costituito dalla sua appropriazione del tesoro pubblico, ovverosia dalla apertura dello aerarium sanctius. Poiché nel Bellum Civile Cesare afferma che il console L. Lentulus si era accostato allo aerarium con l'intenzione di appropriarsi del tesoro in favore di Pompeo ma, una volta aperto, non avrebbe resistito al timore del suo imminente arrivo e si sarebbe allontanato senza richiuderlo, questo resoconto sarebbe in palese contrasto con la tradizione (della quale non ci sarebbe ragione di dubitare) della apertura del tesoro fatta dallo stesso Cesare vincendo la resistenza opposta dal tribuno della plebe Metello. Non soltanto Cesare sarebbe dunque responsabile dell'apertura del tesoro, ma avrebbe disonestamente rigettato sopra i nemici tale colpa. Un altro aspetto in cui Westall crede di cogliere Cesare in fallo è nel reclutamento di truppe per la guerra, in quanto benché lui stesso si serva di truppe straniere o non regolari, come i gladiatori o i pastori, rigetta questa accusa sopra i nemici.

Nel capitolo quarto, intitolato Hispania, continua la serrata contestazione: Cesare farebbe ricadere sui nemici ogni accusa di rapacità, tessendo un'abile trama di silenzio attorno alla propria. Il valore economico della Spagna, simboleggiato dalle favolose ricchezze del re Argantonio e celebrato nella fama delle sue miniere, si manifesta nella abbondanza delle risorse agricole e zootecniche della penisola. In questo caso una stranezza rilevata da Westall nel racconto di Cesare è costituita dalla omissione della figura di L. Cornelius Balbus, che potrebbe avere esercitato un ruolo nella consegna a Cesare di Gades, di cui era nativo. Lo zelo profuso da Cesare nel condurre la guerra, impedendo che importanti risorse rimanessero a disposizione dei suoi nemici viene da Westall bollato come “paranoia" (p. 105). Paranoico sarebbe stato anche il timore che Cesare aveva, secondo la testimonianza di Asinio Pollione, di essere sottoposto a giudizio al suo ritorno a Roma al termine del mandato in Gallia (p. 108). Nella parte finale del capitolo si esamina il ruolo delle clientele, che sia Cesare che Pompeo avevano in Spagna.

All'inizio del capitolo quinto, intitolato Gallia, Westall intende cogliere un'altra falsità di Cesare nell'affermazione fatta ai suoi soldati, in apertura delle ostilità, di avere pacificato tutta la Gallia e tutta la Germania: si deve però osservare che è qui difficile discernere se Cesare intendesse tutta la Germania come certo intendeva 'tutta la Gallia', e probabilmente l'ambiguità era intenzionale da parte sua. A suo credito va l'omissione in questo discorso della Britannia, di cui non vanta la conquista. In ogni caso la conquista della Gallia rimase effettiva anche dopo la sua partenza: rivolte, presto represse, non si ebbero che successivamente, in età triumvirale ed augustea.

Il resto del capitolo è dedicato alla questione di Marsiglia: stranamente, ogni menzione della città è assente dal racconto cesariano della conquista della Gallia. Buone relazioni fra Roma e Marsiglia risalivano alle origini della colonia focese, e furono rinsaldate in momenti critici, come in occasione del sacco gallico di Roma, nel 390 a. C., o in occasione della guerra annibalica. Viene ricordato il documento epigrafico in onore dell'ambasciatore di Lampsaco, Egesia, recatosi fino a Marsiglia per ottenerne il supporto al cospetto del senato. In numerose occasioni i Romani vennero avvertiti o chiamati in aiuto dai Massalioti per l'insorgere di pericoli nella regione. Nel caso della guerra civile tuttavia l'errore di Marsiglia fu quello di schierarsi con la fazione destinata alla sconfitta, accogliendo come legittimo il successore designato di Cesare al comando della Gallia Transalpina, L. Domizio Enobarbo. Westall ritiene che una ambasceria di Marsiglia fosse presente a Roma nei giorni in cui la guerra civile era insorta, ipotizzando che fosse stata inviata per sollecitare dal senato la ratifica della concessione di alcuni territori da parte di Cesare: dal passo in questione però (BC I, 34, 3) risulta solamente la presenza a Roma (per motivi ignoti) di alcuni giovani marsigliesi, che poi vennero sì impiegati da Pompeo per fungere da ambasciatori presso la loro città. Un'altra questione concernente Marsiglia era il concomitante stato di patrono goduto nei suoi riguardi tanto da Cesare che da Pompeo. Per questi motivi Cesare, venuto a capo della città dopo un lungo assedio, intervallato da trattative e sotterfugi, prenderà misure punitive nei suoi confronti, esponendone poi l'effigie nel trionfo gallico del 46 a.C. A Tessalonica invece, dove si radunava il senato dei fuggiaschi al seguito di Pompeo, allorché si apprese della capitolazione, verso la fine del 49 a.C., per compensare la disgrazia furono votati onori per la madrepatria Focea, un tempo vittima della oppressione persiana.

Nel successivo sesto capitolo viene passato in rassegna lo scenario dell'Africa, la cui produzione di grano ne rendeva indispensabile il possesso al futuro padrone dell'Italia: per essa si pone il problema delle fonti utilizzate da Cesare nel narrare la spedizione di Curione, dal momento che egli vi avrebbe messo piede solo per la campagna dell'inverno 46/45 a. C. Una soluzione ipotizzata da altri studiosi è di individuare tale fonte in un rapporto di Asinio Pollione, che fu protagonista in quella spedizione e che dopo la morte di Cesare avrebbe trattato nuovamente di tali fatti nelle sue Storie, divenendo la fonte di Appiano. Ma è proprio il confronto fra Cesare ed Appiano, secondo Westall, a rendere chimerica questa ipotesi. Egli ritiene pertanto di poter individuare altri personaggi in grado di scrivere per Cesare un resoconto degli avvenimenti, come Gaio Caninio Rebilo o il questore Marcio Rufo, sul quale gerarchicamente ricadeva l'onere della relazione dopo la fine di Scribonio Curione. Anche in questa circostanza il senato romano a Tessalonica non si astenne dal prendere provvedimenti sugli eventi in corso, assegnando lo status di socius atque amicus p.R. al re della Numidia, Giuba. Westall non si astiene dal sospettare che Cesare – contrariamente a quanto da lui esplicitamente affermato – una volta impadronitosi a Farsalo del campo dei nemici e della loro corrispondenza, abbia desunto dettagli della sua narrazione dalla lettura delle loro missive. In conclusione la figura di Gaio Scribonio Curione domina la narrazione della spedizione in Africa: questo comando gli era dovuto da Cesare per l'opera da lui prestata in suo favore come tribuno, e l'intera narrazione assume agli occhi di Westall il carattere di una laudatio funebris del personaggio, nonostante le gravi implicazioni che il suo fallimento comportò per il seguito della guerra condotta da Cesare, ora costretto a forzare lo scontro con i nemici.

Nel settimo capitolo, dedicato alla campagna militare in Macedonia, si descrive come Cesare, impossibilitato a tenere la posizione presso Durazzo, attraversasse le montagne per stabilirsi in Tessaglia e fronteggiare l'attacco di Pompeo, a cui venivano per aggiungersi le forze condotte dalla Siria da Metello Pio (estate del 48 a. C.). Il 9 agosto i due eserciti vennero allo scontro nella piana di Farsalo. Dopo aver guadagnato la meglio sul campo, Cesare spronò i suoi uomini alla conquista dell'accampamento dei nemici ed alla cattura dei fuggitivi, mentre Pompeo raggiungeva Larissa e proseguiva per nave la fuga. L'ottavo è dedicato al passaggio di Cesare per le città d'Asia, mentre Pompeo, dopo aver raccolto a Mitilene i familiari, toccando la Cilicia e Cipro aveva maturato la decisione di approdare in Egitto: qui era in corso una guerra civile fra Tolemeo XIII e Cleopatra. Pompeo, quando Cesare sopravvenne, il 2 di ottobre (nono capitolo), vi era già stato ucciso a tradimento, sulla scialuppa che venuta per condurlo a terra, il 28 settembre del 48 a.C.: Cesare, apprendendo sul posto della morte del suo rivale, fu pertanto costretto a confrontarsi con la situazione conflittuale in atto sul posto, come poi con altre insorgenti minacce.

Nella conclusione l'autore ribadisce quanto è venuto emergendo nel corso della trattazione, in particolar modo, sul piano letterario, la tendenziosità di Cesare nella ricostruzione dei fatti narrati: a giudizio di questo recensore però, assumendo il discorso di Westall a volte il tono della requisitoria, per ciò stesso rischia di risultare meno convincente. Volendo poi – come a rinforzo della sua tesi – considerare un sostanziale fallimento la presa del potere da parte del dittatore, egli argomenta che il dominio di Cesare, finché questi fu vivo, non rimase mai privo di nubi all'orizzonte, mentre l'attentato delle idi di marzo del 44 a. C. avrebbe dato avvio ad una nuova serie di guerre civili, lasciando la sua azione paradossalmente quasi priva di effetti.1


Notes:


1.   Segnalo la presenza di alcuni refusi: p. 10, linea 19: Po(mp)eius; p. 51: il verbo latino conclamant viene omesso nella traduzione; p. 54, nota 24 a twenty(-day) supplicatio; p. 88 è caduto un verbo principale all'interno della nota 10; p. 111, linea 10: Hispan(i)a; p. 98, nota 10: il nome di Cicero è ripetuto per errore due volte; p. 120, linea 11: la lezione (F)irmum mi pare senz'altro da preferire; p. 161, linea 30: qu_ereretur; p. 172, linea 13: i(s) hard; p. 181, linea 5: of southern Ital(y); p. 195, linea 15: non Curio, ma Caelius; p. 215, linea 7: displayed (by) those; p. 223, nota 91: l'iscrizione tessala è soggetta ad una diversa datazione, cfr. ISE III, 146; p. 260, linea 11: leggi Cnidos in luogo di Samos; p. 264, linea 25: βουλευτ̔αἰ.

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