Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2018.08.40 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2018.08.40

Kyle Gervais, Statius, Thebaid 2. Edited with an Introduction, Translation, and Commentary.   Oxford:  Oxford University Press, 2017.  Pp. liv, 374.  ISBN 9780198744702.  £100.00.  


Reviewed by Baruch Martínez Zepeda, Università di Roma “Tor Vergata” (baruch.martinez@hotmail.com)

[L’Autore della recensione si scusa per il ritardo nell’invio.]

Dopo l’uscita del commento di A. Augoustakis a Stat. Theb. 8 (BMCR 2017.03.32) nel 2016, gli studi staziani hanno visto l’anno immediatamente successivo una nuova opera, che è venuta a colmare un altro desideratum: il commento di Kyle Gervais a Theb. 2. Gervais si è mosso sulle tracce di H. M. Mulder, che nel lontano 1954 era stato l’ultimo a curare un commento a Theb. 2. Gervais è riuscito a offrire un commento notevolmente migliore, non solo incorporando con grande abilità tutti i numerosi progressi che—come ben si sa—si sono venuti maturando intensamente durante gli ultimi decenni negli studi sull’epica flavia, ma anche offrendo numerose proposte interpretative originali, in particolare nei campi della critica del testo e dell’intra- e intertestualità. Durante gli ultimi anni, Gervais ha dato numerosi contributi alla letteratura specializzata su Stazio nelle predette aree; questo commento è, dal canto suo, una rielaborazione della sua tesi dottorale, seguita da W. J. Dominik e J. Garthwaite e discussa nel 2013 all’Università di Otago.

L’introduzione (33 pagine) è divisa in quattro sezioni. La prima sezione è una biografia dell’autore. Nella seconda sezione Gervais illustra i criteri che ha adottato per fissare il proprio testo e offre una tabella con le differenze di lettura rispetto ad altre edizioni (Hall et al., Shackleton Bailey e Hill). La terza sezione, in maniera molto originale, si incentra sugli intratesti di Theb. 2, e cioè sui rapporti con Theb. 1, 3 e 8. L’ultima sezione, quella più lunga (come è anche rispecchiato nel maggior peso dato nel commento a quest’aspetto), è dedicata ai principali intertesti di Theb. 2: l’Eneide, le Metamorfosi, Lucano, Seneca tragico, le Argonautiche di Valerio Flacco, i Punica di Silio, e le Silve e l’Achilleide.

Abbiamo quindi i sigla utilizzati nell’edizione critica del testo, una tabella comparativa delle abbreviazioni impiegate da Gervais per i diversi codici e di quelle utilizzate da altri editori (Lesueur, Hill, Klotz, Garrod, Wilkins, Kohlmann, Mueller) per gli stessi codici. Di seguito c’è il testo latino con un apparato critico (entrambi formati da Gervais a partire dagli apparati primario, secondario e ortografico di Hall et al.), affiancato da una limpida traduzione in inglese. Degna di nota a questo riguardo è la ricchezza, non solo di lezioni, ma anche di congetture riportate nell’apparato critico, ben motivata da Gervais: “Statius’ text is far from certain, as we know, and readers should always be confronted with the cumulative doubts of centuries of scholarship” (p. xxiii).

Il commentario, naturalmente, occupa la parte più ampia del lavoro (pp. 59-333). Infine abbiamo la bibliografia, un indice generale e un index locorum.

Nelle note di commento, Gervais non ha trascurato nessun aspetto del testo. Quanto all’esegesi, si veda, per esempio, la messa a punto sui possibili significati di 76-7 anhelum / proflabant … deum: Gervais dà giustamente per scontato che il deus sia Bacco (= vino) e non Somnus, senza accennare al dubbio di Barth in merito (anche se forse sarebbe valsa la pena di esplicitare, con Mulder, che con ciò Stazio varia il modello virgiliano di Aen. 9.326 toto proflabat pectore somnum), aggiungendo all’esegesi di Mulder (anhelum = anhelitum mouentem) la possibilità di intendere anhelum … deum = “anhelitum dei, i.e. ‘the vapour of the god,’” con opportuni riscontri ciceroniani. È ricordata anche la spiegazione di Williams (“‘The Breathless God’, whose rites leave his followers short of breath”): “perhaps too clever.” Quanto all’allusione a Aen. 9.326, correttamente individuata, si può notare che anche Theb. 10.320 (la morte dell’ubriaco Calpeto nel sonno) proflatu terrebat equos (citato da Gervais) presuppone, e ancor più chiaramente, lo stesso passo virgiliano.

Al verso 8, invece, “a kinsman’s thrust had cut a sword clean through his life’s breath, further than the hilt” (enfasi mia) non sembra un’adeguata traduzione di capulo … largius; la congettura capulo … longius di W. B. Anderson è ricordata in apparato, ma andrebbe discussa in nota, ed eventualmente promossa nel testo.

Anche i problemi di interpunctio vengono ampiamente discussi: si veda, per esempio, la nota a 102-3 (Laio a Eteocle) non somni tibi tempus, iners, qui nocte sub alta / germani secure iaces, ‘“it’s not your time for sleep, sluggard lying in deep night, careless of your brother!”’: Gervais legge iners come voc. e secure come equivalente a un nom., inteso come un predicativo con iaces. Ora, mentre è sicuro che non si debba leggere tempus iners, come facevano in genere gli edd. prima di O. Mueller, Electa Statiana, Berlin 1882, 16-17 (un suggerimento in tal senso era già in Barth, che tuttavia proponeva anche vari interventi sul testo), la punteggiatura di Mulder, che considera iners come un nom., non somni tibi tempus, iners qui nocte sub alta / germani secure iaces, è anche perfettamente possibile, e forse preferibile.

I problemi testuali sono discussi con efficacia. In un solo punto Gervais appone le cruces, e cioè a 251 innuptamlimineadibant / Pallada. Gervais discute le varie proposte (forse limite di Baehrens, ricordata in apparato, avrebbe meritato una menzione anche nel commento, essendo stampata e difesa in nota da Shackleton Bailey (“by the road”)), e lascia chiaramente trapelare la sua preferenza per l’ottima correzione Pallada di W. B. Anderson, CQ 18 (1924) 203-8, a 207: anche se non è chiarissimo quale dovrebbe essere la funzione di glossa da attribuirsi a limine (tanto che Anderson pensava anche che potesse essere semplicemente la voluta correzione di uno scriba infastidito dalla ripetizione di Pallada), si tratta in effetti della migliore proposta fin qui avanzata: si potrebbe anche pensare che il primo Pallada, del tutto superfluo quanto al senso, sia caduto per puro errore, e che un copista abbia successivamente cercato di sanare il testo con un riempitivo qualsiasi. Mulder ad loc. (non menzionato qui da Gervais) non vede perché il nome di Pallade dovrebbe essere enfaticamente ripetuto (e stampa limine come abl. di relazione), ma Gervais dice bene che “the name of the virgin warrior goddess, who recently was presented in an unsettlingly warlike aspect (236ff.), echoes ominously moments before her temple gives a portent of war to disrupt the wedding procession.” Potrebbe essere che, nel ripetere Pallada … Pallada, Stazio avesse in mente la fine dell’Eneide, Pallas … Pallas (12.948)?

Gervais accoglie congetture nel testo in diciotto passi; in quattro di questi accoglie nel testo congetture proposte da lui stesso:

316-17 quis regis iniqui / praecipuum cultum Gervais: quis cultus iniqui / praecipuus ducis codd.: con il suo intervento, Gervais normalizza la costruzione del periodo, trasformando l’elemento di mezzo del tricolon in una infinitiva con l’acc. in discorso indiretto dipendente da notarat, e quindi parallela al primo e al terzo elemento. Il testo tràdito dai codd. non è impossibile, ma la soluzione di Gervais risolve in modo elegante un’indubbia difficoltà. Il regis iniqui originario si sarebbe corrotto, per qualche motivo invero non facile da immaginare, nell’ametrico ducis iniqui, e quindi un copista avrebbe ristabilito il metro alterando l’ordine delle parole.

473: Issione non partecipa mai alla caccia al cinghiale calidonio: vi partecipa suo figlio, Piritoo. Come già anticipato in Mnemosyne 66 (2013) 312-13, Gervais sostituisce stratum Ixiona con natum Ixione: alle spiegazioni sull’origine della corruttela avanzate da Gervais nell’articolo (stratum avrebbe sostituito natum attraverso satum (ma quale sarebbe l’origine di questo sinonimo ametrico?), oppure sarebbe Ixione ad essersi originariamente corrotto in Ixiona), si potrebbe aggiungere che forse stratum potrebbe essere una glossa che spiegava solo … linquens, penetrata poi nel testo.

685: la correzione di caligine plenum in caligine mersum è elegante: elimina la fastidiosa ripetizione di 682 sanguine plenus, e ripristina una fine di verso virgiliana, ripresa altre volte da Stazio e da Silio (cf. Gervais, CQ 65 (2015) 411-14, a 413-14).

693: gli edd. stampano in genere aeris, una delle varie lezioni dei codd.; la correzione aetheros di Gervais dà ragione dell’annotazione di “Lattanzio Placido”: genetiuus Graecus est; i MSS di Lact. Plac. hanno il lemma aeros, che sarebbe un hapax assoluto, mentre il gen. aetheros è attestato in Stat. Theb. 3.525, Silu. 4.2.25 (cf. CQ 65 (2015) 414).

Anche gli altri passi in cui Gervais stampa congetture (vedi ai versi 5, 136, 183, 358, 492, 514, 535, 542, 559, 560, 594, 599, 610) sono opportunamente discussi nel commento; particolarmente difficile la situazione al verso 44, dove Gervais accetta expositus (Baehrens, Anderson) pro expositos dei codd. expositus sarebbe da intendere come predicativo con scandere: “not daring to lay itself open and mount the billows.” Un passo complicato, come testimoniano le molte congetture ricordate in apparato (e non tutte discusse nel commento). La spiegazione (in latino) di Eden, che Gervais riporta nella nota a 43-7, è comunque ben lungi dall’essere chiarificatrice, e andrebbe a sua volta spiegata (anche perché Eden legge expositos). Il passo resta poco perspicuo, ma expositus sembra effettivamente una correzione necessaria.

Il difficile passo ai versi 185-7 è ampiamente illustrato: saeua nec Eleae gemerent certamina ualles, / Eumenidesque aliis aliae sub regibus, / et quae tu potior, Thebane, queri. Gervais ritiene che 185-6 possa essere in qualche modo interpretato, e traduce: “nor would the Elean valleys groan over cruel contests, nor other Furies under other kings, and things that you, Theban, can better lament”; ma l’ellissi del verbo (che, alla luce di fugerent (184) e gemerent, sarà da immaginare come essent, piuttosto che fuissent) è davvero intollerabile: sembrerebbe inevitabile, a prima lettura, sottintendere piuttosto gemerent; così del resto Barth e altri, e così sembrerebbe pure nella citata traduzione dello stesso Gervais (diversa è la traduzione di Shackleton Bailey che Gervais cita in nota: “nor had there been different Furies under different kings”). L’ipotesi di una lacuna dopo 184 (O. Mueller nella sua ed. del 1870, dopo i sospetti di F. Dübner in nota alla sua ed. del 1837 (“Vereor ne quid desit”)) appare come la soluzione più convincente, e sarebbe stata da segnalare in apparato (Gervais accenna all’ipotesi di una lacuna solo nel commento: “SB … follows Dubner and others in suspecting a lacuna after 185”). Gervais esprime particolare apprezzamento per la soluzione di E. H. Alton, CQ 17 (1923) 175-86, a 178: nec Eleae gemerem certamina uallis / Eumenidesque aliis alias [o alias aliis] sub regibus, “I would not be bemoaning the cruel contests of Elis’ vale and this or that Fury under this or that king.” Alton si limitava a dire che “Tydeus had special reason to deplore the crimes of Elis”; Gervais sviluppa questo spunto brillantemente, ma forse con eccessiva sottigliezza, e senza risultare, alla fine, del tutto convincente. Lacuna dopo 184 o croci (con Hill) restano le soluzioni migliori.

Un’attenzione particolare meritano le ricche discussioni che Gervais dedica ai complessi meccanismi di allusione in Stazio, sia nella costruzione di interi episodi (vedi per esempio le note a 94-133, l’epifania di Laio), sia nell’elaborazione di formule (vedi per esempio le note a 15, 97-8 propexaque mento / canities, 214-15 laeto regalia coetu / atria complentur). A tale proposito, sono anche notevoli i molto dettagliati approfondimenti sulle scelte staziane dei nomi degli eroi, che rimandano ai loro “antenati” (vedi p. xxxiv n. 105).1

Insomma, il commento di Gervais è non solo una guida sicura, affidabile e acuta all’interpretazione di Tebaide 2, ma anche una miniera di informazioni che ogni studioso non solo di Stazio, ma di epica classica in genere dovrà leggere.


Notes:


1.   Vi sono alcuni refusi: p. 72: “cf. also 8.56 ferrea tergemino domuisset lumina somno,” ma questo è il testo del verso 31 che si sta commentando; p. 96: suberbus Rhamnes: leggi superbus; p. 128: “Eden on Aen. 10, pp. 290-1”: leggi “Harrison”; p. 162: ‘uariae sermones; p. 207: “both are surrounded by arma, but Eteocles’ are horrentes”; p. 277: “‘lui benché serrato dai dardi, attendò…’”: leggi “attende”; p. 335: “La vicanda”’: leggi “La vicenda”; p. 342: il commento di Gransden a Aen. 8 è del 1976, non del 1967.

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