Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2018.03.45 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2018.03.45

Emily Baragwanath, Edith Foster (ed.), Clio and Thalia: Attic Comedy and Historiography. Histos Supplement, 6.   Newcastle:  Histos, 2017.  Pp. iv, 259.  ISBN 2046-5955.  ISBN 2046-5963.  (online version).  


Reviewed by Laura Loddo, Aix-Marseille Université – Istituto Italiano per la Storia Antica, Roma​ (lauraloddo82@gmail.com)

Table of Contents and eText

Il volume raccoglie alcune relazioni presentate nel corso degli incontri dell’American Association of Ancient Historians del 2012 (sessione dedicata a ‘Greek Historiography and Attic Comedy’, UNC-Chapel Hill and Duke Universities) e della Classical Association of the Middle West and South del 2013 (sessione ‘Clio and Thalia: Reconsidering the Relation of Attic Old Comedy and Historiography’, Iowa City). Il libro si compone di una prefazione (pp. i-ii), una nota concernente i contributori (pp. iii-iv), una corposa introduzione ad opera delle curatrici (pp. 1-30), sei articoli ciascuno recante una propria bibliografia e un dettagliato indice dei passi citati, un index locorum (pp. 241-259).

Una lunga introduzione ad opera delle curatrici (Introduction: Clio and Thalia, pp. 1-30) presenta al lettore l’argomento del volume. L’obiettivo dichiarato è quello di superare la visione tradizionale che ricorre alla commedia per chiarire loci storiografici controversi (e viceversa), e di fare emergere, di contro, le relazioni esistenti fra questi generi e, in particolare, le affinità che sono considerate non solo numerose, ma anche significative. Sebbene le analogie individuate siano numerose e riguardino segnatamente la comunanza di temi (il pericolo della demagogia per la democrazia, la critica alla tirannide e all’imperialismo, il pacifismo), la tecnica compositiva e la scelta degli argomenti, il volume si sofferma soprattutto su alcune di queste affinità. La selezione avvantaggia la storiografia rispetto alla commedia, nel senso che quattro dei sei contributi (Lateiner, Tompkins, Foster, Baron) trattano il reimpiego di caratteristiche proprie della poesia comica nella grande storiografia del V secolo (con qualche notevole digressione senofontea, per cui si veda il contributo di Lateiner, pp. 52-53). In questo senso la rassegna di temi che si presentano come punti di incontro fra storiografia e commedia, identificati e segnalati nell’introduzione in maniera chiara e, oserei dire, esemplare, non vengono affrontati in maniera sistematica, ma solo parzialmente evocati dai singoli contributi. Si potrebbe portare ad esempio quanto le curatrici rilevano a proposito del pubblico della commedia e della storiografia – un pubblico che si immagina reattivo, critico e attivamente impegnato (pp. 2-7): il tema non viene esaminato in maniera approfondita in nessuno degli articoli che compongono il volume. Si tratta, comunque, di un limite connesso con la genesi del volume, che ospita interventi puntuali su singoli aspetti della relazione fra storiografia e commedia e che, alla luce della sua essenza, non può presentarsi come una summa sul tema. In ogni caso, gli interventi sono tutti di ottimo livello.

Il contributo di Donald Lateiner, ‘Insults and Humiliations in Fifth-Century Historiography and Comedy’ (pp. 31-66), tratta della presenza nella storiografia di una caratteristica prettamente comica, il ricorso all’insulto, all’aggressione verbale e all’umiliazione, con particolare attenzione alle relazioni e alle contaminazioni fra i due generi. La presenza di un umorismo aggressivo si ritrova abbondantemente in Erodoto, che indugia volentieri nei suoi aneddoti sugli episodi di umiliazione e non esita a riferire insulti e oscenità, anche in virtù della sua propensione al dato antropologico ed etnografico. Di contro, Tucidide (non diversamente da quanto farà Senofonte dopo di lui) evita l’insulto volgare e la scurrilità, ma non è infrequente che i suoi personaggi ricorrano all’offesa e allo scherno (oneidos, loidoria, p. 47). L’autore individua la genesi di questo atteggiamento nella cultura greca della mascolinità, quale antidoto e alternativa alla vendetta, e nella lotta dei pari per l’affermazione sociale, ispirata alla logica dello zero-sum game (p. 58).

L’articolo di Mark C. Mash, ‘Humour, Ethnography, and Embassy: Herodotus, Histories 3.17-25 and Aristophanes, Acharnians 61-133’ (pp. 67-97), considera le affinità fra i lavori del poeta comico e lo storico a partire dal confronto tra la scena dell’ambasceria degli Ittiofagi (Hdt. 3.17-25) e una scena tratta dagli Acarnesi di Aristofane. L’autore sostiene che Aristofane compose la scena dell’ambasceria negli Acarnesi ispirandosi all’episodio dell’ambasceria degli Ittiofagi, in particolare per quanto concerne la ripresa di temi e motivi dell’originale erodoteo. La rielaborazione aristofanea, in effetti, usa lo stesso umorismo “etnico” impiegato da Erodoto nei confronti dei Persiani, rivolgendolo verso gli ambasciatori ateniesi, secondo il modulo dell’inversione tipico della commedia. A ragione Mash sostiene che elementi comuni alle due scene – i soggetti coinvolti, la critica ai beni artefatti, la manipolazione degli stereotipi di stampo etnografico, così come il ricorso all’inversione tipologica – non possono essere liquidati come prodotto dello stesso ambiente intellettuale, ma rispondono con buona probabilità a una ripresa volontaria di un motivo storiografico in commedia. La mancanza di evidenti affinità lessicali, che potrebbe togliere forza alla tesi di Mush, è plausibilmente ricondotta in parte alla fruizione orale dei logoi erodotei, e in parte alla tendenza, obbligata nella riscrittura comica, alla sintesi e alla rielaborazione del materiale: durante questi processi eventuali riprese lessicali possono essere cadute (p. 93). Non è irragionevole pensare, a questo proposito, che particolari esigenze metriche abbiano reso necessario un certo tasso di semplificazione e rielaborazione dell’originale erodoteo.

Benché Tucidide abbia fatto ricorso assai raramente all’umorismo e, più in generale, ai toni comici, una delle peculiarità della commedia, l’ambivalenza semantica, è presente in molti passi dell’opera. Il saggio di Daniel P. Tompkins, ‘The Death of Nicias: No Laughing Matter’ (pp. 99-128) si sofferma, a questo proposito, sull’analisi di alcuni motivi presenti nel celebre necrologio di Nicia, ponendo l’accento sul carattere ambiguo della narrazione tucididea. In particolare, l’uso di termini apparentemente positivi per descrivere Nicia e la sua parabola politica come axios, dystychia, areté, rivela in realtà significati multipli, non sempre identificabili a una prima lettura. Nonostante il giudizio di Tucidide su Nicia sia sostanzialmente positivo e le sue parole siano prive di intenti polemici, l’ambiguità nasconderebbe, a detta di Tompkins, una velata critica nei confronti del generale ateniese. A Nicia Tucidide rimprovererebbe la ricerca tanto caparbia quanto smodata della virtù, l’eccessivo e ostinato attaccamento all’immagine di uomo integerrimo e di convinto assertore del merito sulla fortuna: per conservare questa immagine di sé lo stratego talvolta antepone la virtù individuale all’utile collettivo. Inoltre, il rifiuto di affidarsi alla buona sorte è in stridente contrasto con la fama di uomo fortunato che gli riconoscono perfino alcuni suoi avversari e con la sua stessa fine: Nicia, infatti, termina i suoi giorni nella disgrazia, vittima della sorte avversa. Questa conflittualità è ben riconoscibile nella caratterizzazione tucididea del personaggio, resa mediante l’impiego di un lessico dalla spiccata caratterizzazione comica, implicante duplicità, ambiguità, ambivalente polisemia.

La ripresa di elementi comici da parte di Tucidide, tuttavia, non si affida soltanto all’ambivalenza lessicale. L’articolo di Edith Foster, ‘Aristophanes’ Cleon and Post-Peloponnesian War Athenians: Denunciations in Thucydides’ (pp. 129-152), esplora, a questo proposito, il recupero nell’opera tucididea di temi e strategie proprie della caratterizzazione del demagogo Cleone nei Cavalieri di Aristofane. Il punto di partenza del lavoro di Foster è la volontà di contestare la tesi, largamente prevalente negli studi, secondo cui le affinità nella caratterizzazione di Cleone riscontrabili in Tucidide e in Aristofane siano frutto del biasimo condiviso nei confronti del demagogo. Le due rappresentazioni, benché simili nella sostanza, appartengono in realtà a contesti profondamente differenti. Aristofane, che mette in scena i Cavalieri nel 424, quando Cleone, vittorioso a Pilo, viene celebrato con grandi onori, punta il dito contro la corruzione del generale e ne richiede la condanna. Tucidide, invece, si trova a trattare di Cleone nel dopoguerra, quando l’opinione pubblica ateniese inizia a riflettere sui motivi della sconfitta e sulle responsabilità dei demagoghi. Lo storico, dunque, nel tentativo di offrire un contributo alla valutazione critica di uno dei protagonisti della guerra archidamica, recupera il ritratto del demagogo tratteggiato da Aristofane, non solo perché si trova in perfetta sintonia con quel giudizio, ma anche perché riconosce alla commedia lo statuto di fonte storica, anticipando, di fatto, una tendenza propria della storiografia di IV secolo.

Il lungo saggio di Rob Tordoff, ‘Memory and the Rhetoric of Soteria in Aristophanes’ Assembly Women’ (pp. 153-210), ha l’indiscutibile merito di inserirsi con buoni argomenti in quel filone di studi che si propone di rivalutare la presenza di riferimenti all’attualità nelle commedie dell’ultimo Aristofane. In particolare, il saggio si propone di spiegare i frequenti riferimenti al tema della soteria nelle Ecclesiazuse di Aristofane come echi del dibattito contemporaneo sul nuovo stato di emergenza che la città di Atene si trovava ad affrontare negli anni novanta del IV secolo. Nella ricostruzione di Tordoff la commedia, da datarsi alla primavera del 392/1, è posta in stretta relazione con l’orazione Sulla pace, di poco precedente, in cui Andocide riferisce al popolo di Atene i termini della pace negoziata con Sparta. L’orazione attesta l’ostilità dell’opinione pubblica ateniese nei confronti della pace con gli Spartani, motivata dal timore diffuso che contestualmente alla pace venissero riproposte le durissime condizioni di resa del 404 quando la città, costretta a sospendere la democrazia, sperimentò il regime oligarchico dei Trenta. Per tutta risposta, Andocide elenca tutte le occasioni in cui la pace con gli Spartani non ebbe ripercussioni sulla forma della costituzione e procurò non pochi benefici alla città. Le Ecclesiazuse rievocano i termini di questo dibattito in una maniera molto originale, che intreccia attualità e memoria, in un costante dialogo con gli eventi del 411, quando non a caso Aristofane compose le Tesmoforiazuse, la sua prima “commedia al femminile”. È nel contesto della riproposizione di fortunati slogans della propaganda oligarchica, legati al tema della salvezza della città, che Tordoff offre uno studio dettagliato del concetto di soteria nell’opera di Tucidide, con riferimento agli eventi del 411 (pp. 178-196) e al periodo successivo alla fine della guerra del Peloponneso (pp. 197-199). La tesi dell’autore è condivisibile e convincente. Va segnalato, tuttavia, che nella sua trattazione manca la discussione di studi già condotti in quella direzione e approdati allo stesso esito. Penso in particolare ai lavori di Cinzia Bearzot che, già nel 2013, ha mostrato non solo che la propaganda oligarchica nel 411 legò indissolubilmente il tema della soteria della città con la necessità di modificare l’assetto costituzionale, presentando la sospensione della democrazia come l’unico modo per gli Ateniesi di salvarsi, ma anche che lo stesso slogan fu ripreso e rovesciato dai democratici di Samo, che pur riconoscendo la necessità della soteria, la individuarono nella salvaguardia della politeia tradizionale di Atene.1

L’ultimo saggio ospitato nel volume ad opera di Christopher Baron, Comedy and History, Theory and Evidence in Duris of Samos (pp. 211-239), affronta il tema dell’uso della commedia come fonte storica da parte di Duride di Samo attraverso l’analisi di alcuni frammenti duridei e dei cover texts. Baron ritiene che Duride abbia segnato un punto di svolta nella composizione della scrittura storica, non tanto perché autore di un particolare modo di fare storia dai toni patetici – la cosiddetta tragic history – quanto a causa dell’impiego massiccio di opere letterarie, specie poetiche, elevate a fonti storiche. La scelta di Duride di includere materiale letterario nella narrazione storica deriva, secondo Baron, dal fatto che la poesia si rivela potenzialmente molto utile nel vivacizzare ed arricchire la narrazione, nell’apportare vividezza al resoconto, permettendo allo storico nel contempo di soffermarsi su descrizioni e dettagli. Duride, conclude Baron, adotta un metodo compositivo non dissimile nella sostanza da quello dello storico moderno, che, per documentare al meglio un evento storico, fa ricorso alle fonti letterarie, inaugurando un modo di procedere che conoscerà molta fortuna.

In conclusione, il volume, pur non rappresentando una trattazione sistematica delle relazioni fra commedia e storiografia, offre un contributo essenziale alla conoscenza e alla comprensione del tema attraverso relazioni originali nell’approccio e solide sotto il profilo del metodo adottato. Va dato merito, infine, agli autori di aver prospettato validi spunti di ricerca meritevoli di ulteriore studio e approfondimento.


Notes:


1.   Cinzia Bearzot, ‘Soteria oligarchica e soteria democratica tra 411 e 404’, in Xenia. Studi in onore di Lia Marino, a cura di Nicola Cusumano e Daniela Motta, Caltanissetta-Roma 2013, 113-122; Ead. Come si abbatte una democrazia? Tecniche di colpo di stato nell’Atene antica, (Roma; Bari 2013) (in particolare pp. 62-70).

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