Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2017.05.40 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2017.05.40

Madalina Dana, Franck Prêteux (ed.), Identité régionale, identités civiques autour des Détroits des Dardanelles et du Bosphore (Ve siècle av. J.-C.—IIe siècle apr. J.-C.). Dialogues d'histoire ancienne. Supplément, 15.   Besançon:  Presses universitaires de Franche-Comté, 2016.  Pp. 311.  ISBN 9782848675435.  €28.00 (pb).  


Reviewed by Claudia Antonetti, Università Ca’ Foscari Venezia (cordinat@unive.it)

Table of Contents

Il volume che qui si recensisce è la pubblicazione degli atti di una giornata di studio organizzata da Madalina Dana e Franck Prêteux e finalizzata a indagare la plausibilità di una definizione identitaria regionale dello spazio gravitante sugli Stretti così come dell’individuazione di identità civiche al suo interno. Gli organizzatori, che sono anche i curatori del volume, nell’introduzione presentano in una chiara prospettiva storiografica il lavoro a più mani, moderando gli eccessi delle posizioni di segno post-coloniale, oggi dominanti, attraverso un forte richiamo ai contesti storico-geografico- culturali e indicando negli studi in diacronia sulla percezione e rappresentazione dello spazio e nella funzione insieme distintiva e integratrice di alcuni marker culturali locali la possibile risposta a un quesito di difficile soluzione: la “regione degli Stretti” (qui intesa in senso lato, non solo come Dardanelli e Bosforo, ma anche nelle propaggini a nord e a sud degli stessi) non è chiaramente delimitabile dal punto di vista geografico ed è politicamente frammentata; possono dunque i rapporti fra città e fra individui, le interconnessioni e gli scambi commerciali, economici e culturali darle visibilità tale da renderla distinguibile e apprezzabile sul piano identitario? Il “millenario sovrapporsi in area propontica di epicrazie e di mappe etnografiche diverse”—per adottare la bella definizione di Giuseppe Ragone1—aveva impressionato già Strabone (12 4.6), certamente un esperto della regione.

Le conclusioni di Alexandru Avram offrono una risposta articolata a questo interrogativo di fondo, focalizzando l’apporto dei singoli contributi secondo le prospettive dell’identità regionale e delle identità civiche, delle rappresentazioni e degli spunti nuovi che si profilano alla ricerca a partire da questo volume: egli sottolinea le diversità, più che le omologie, che scaturiscono dalla documentazione indagata dagli autori, e le ‘microzone’ identitarie che grazie ad esse emergono con chiarezza dal lavoro collettivo, il Bosforo (con Bisanzio in netta prevalenza), la Bitinia, la Propontide (con Cizico in grande evidenza), la Troade. Avram raccomanda anche di non privilegiare, nelle convenzioni geografiche e nelle mappe mentali che le ispirano, l’asse est-ovest della rappresentazione degli Stretti, ma di ricordarsi dell’importanza del collegamento nord-sud che essi garantiscono. Difficile dare una sintesi migliore della sua di un lavoro ben condotto, edito in modo ineccepibile, corredato di utili indici (dei luoghi, dei personaggi e delle cose notevoli) e dei riassunti in francese e inglese, ma ogni libro può essere attraversato secondo itinerari diversi e molteplici: i curatori hanno scelto di presentare i contributi secondo le scansioni dei ‘popoli e territori’, delle ‘produzioni artigianali e specificità regionali’ e delle ‘identità civiche e culturali’ ma tutto il volume in realtà è un percorso tra le identità e verso l’identità.

Non sono estranei a questa prospettiva di fondo nemmeno gli articoli di più stretto carattere archeologico o iconografico come quelli di Pierre Dupont e Michel Sève: il primo perché arriva, grazie ad indagini archeometriche, a identificare l’area di produzione della famosa classe ceramica arcaica della ‘Ionia del sud 3’ con un centro degli Stretti che dovrebbe essere Sesto e non più Mileto, aprendo dunque una prospettiva totalmente inedita sul regime degli scambi; il secondo perché stabilisce una chiara distinzione, all’interno delle numerose stele funerarie di epoca ellenistica e romana rinvenute nell’area degli Stretti, fra quelle della riva asiatica del tipo ‘Stockwerkstele’, ancora derivanti dai modelli greco-persiani di Daskyleion, e quelle della parte europea che si estende fino a Filippi, assai probabilmente influenzate da altri modelli culturali quali quelli importati dai coloni romani attraverso la Via Egnazia. È questo, delle stele funerarie, un terreno d’indagine particolarmente fruttuoso per studiare i transfert culturali, come dimostra il lavoro esemplare, e per certi versi affine, di Athanasios Rizakis e Iannis Touratsoglou sulla documentazione della Macedonia.2 Quanto complesso sia ancora oggi identificare i protagonisti, i circuiti, le ricadute degli scambi commerciali nell’area, in assenza di un’omogenea documentazione epigrafica e archeologica, è dimostrato con maestria da Franck Prêteux che trae profitto da ogni possibile indizio per tracciare un quadro economico dal quale emerge una diffusa ricchezza di risorse, gestite piuttosto ‘passivamente’—a causa delle oggettive difficoltà geo-politiche—dalle città costiere, mediante una diffusa attività di tassazione e di agevolazioni ai commercianti stranieri, mentre in epoca tardo-ellenistica e romana i traffici e i profitti vengono drenati con forza soprattutto dalla Bitinia, da Cizico e ovviamente da Bisanzio.

Alcune poleis ricorrono come protagoniste negli approcci pur diversi degli autori del volume; fra queste senz’altro Bisanzio, la cui ricca documentazione epigrafica di epoca imperiale sulle associazioni civiche e cultuali è oggetto di uno studio accurato sui mystai e i thiasitai di Dioniso da parte di Adrian Robu che non trascura di estendere la sua ricerca, molto opportunamente, alle comunità della chora, dove il richiamo identitario è duplice, epicorio (misio in un bell’esempio portato dall’A.) e cittadino. Il rapporto di Bisanzio con la sua chora e con tutta la regione deve essere immaginato oggi in modo assai meno meccanico che in passato. È quanto emerge dalle sofisticate indagini onomastiche di Dan Dana che offrono risultati di tutto rilievo: la componente di origine bitinica è molto forte, superiore a quella trace, un quadro radicalmente diverso da quello di Cizico, l’altra grande protagonista di questi studi, dove la presenza dell’elemento epicorio è più varia e più complessa, con nomi di origine misia, bitinica, trace, frigia.

L’invito fatto dagli organizzatori a seguire i processi in diacronia è stato raccolto da tutti i partecipanti all’iniziativa e ha portato, in alcune occasioni, a risultati nuovi: è il caso dello studio di Stéphane Lebreton sulle rappresentazioni della regione degli Stretti presso gli Antichi. L’A. individua un momento di rottura in questa tradizione intorno al 200 d.C., quando per due volte le sorti dell’impero romano si giocano nell’area che viene vista per la prima volta come il passaggio naturale dall’Europa all’Asia, il fulcro delle comunicazioni e dunque il primo baluardo da difendere. Assunta a “luogo di memoria negli annali dell’impero”, Bisanzio acquisisce un valore strategico ben prima di diventarne la capitale.

E passiamo ora ai contributi nei quali più chiaramente il tema identitario è posto al centro dell’analisi. Lo studio di Alexandre Baralis sulla presenza coloniale eolica nella vasta area che va dal nord dell’Egeo alla Propontide al sud del Mar Nero – un’area nella quale rari sono gli scavi archeologici sistematici – focalizza l’indagine sulla rete degli scambi dalla fine del X sec. a.C. all’epoca arcaica e arriva a conclusioni importanti: dal secondo terzo dell’VIII secolo sono operanti due network, il primo guidato dagli Eubei con Parii e Andrii al seguito, il secondo realizzato dagli Eoli, già presenti nelle isole a nord-ovest dell’Egeo, che s’installano a Tenedo, sulla costa occidentale della Troade, nel nord del Chersoneso tracico, a Samotracia e alla foce dell’Ebro. L’A. riduce considerevolmente, fin quasi a negarla, la presenza fenicia nell’area: il suo contributo alla storia archeologica di questo comparto territoriale è indubbiamente innovativo; qualche perplessità permane sull’approccio storico (cf. 37-41 e passim), ad esempio sull’assunzione acritica della tradizione della migrazione eolica in Asia Minore dopo decenni di riflessioni sul tema che in taluni casi hanno portato a un ridimensionamento radicale della tradizione stessa, non solo dal punto di vista cronologico,3 o ancora, sulla lettura non mediata del resoconto erodoteo sull’ ‘ethnicity’ dell’Asia Minore (1.149-151), oggi non più proponibile senza un adeguato approfondimento critico.4 Al periodo da Alessandro Magno fino ad Antioco III in relazione alla città di Ilio e al santuario di Atena Iliaca è dedicato il lavoro di William Pillot che giustamente individua nel caso preso in esame un “buon laboratorio d’osservazione dell’identità civica e della cultura regionale nella regione degli Stretti”. Stupisce che l’A., nell’apprezzabile ricostruzione storica dei rapporti fra Ilio, i Diadochi e gli Epigoni, non si confronti con l’articolo di Franca Landucci Gattinoni del 20055 che verteva esattamente sullo stesso tema, arrivando a conclusioni spesso non divergenti. Decisamente convincenti sono le osservazioni sul funzionamento, la composizione etnica e l’estensione geografica del koinon di Atena Iliaca che rappresentano un contributo positivo al dibattito attuale sulla funzione dei consorzi sacrali interpoleici e interregionali del mondo greco fra territorialità, ethnicity e politica.6 Alla ‘storiografia degli Stretti’ ha dato voce in questo volume Madalina Dana che ha saputo tracciare ben più di una rassegna sugli autori nati e operanti nell’area (logografi, storici di Filippo, alessandrografi, autori di Troika, Hellenika e Lokalgeschichte, commentatori di Omero, geografi, periegeti, etnografi, filosofi, scienziati, eruditi), dimostrando una volta di più quanto fruttuosa sia l’indagine sulla storia culturale per riconoscere e apprezzare le costruzioni identitarie dell’Antichità nel loro divenire storico. Fra i molti risultati del lavoro di M. Dana si segnalano l’emergere di quattro ‘microzone’ di particolare interesse storiografico (il Bosforo,7 la Bitinia, la Propontide e la Troade) e il favore per alcuni temi generali come la saga argonautica, i Bythiniaka e, com’era prevedibile, la tradizione omerica. A quest’ultima fa riferimento anche il bel lavoro di François de Polignac che, partendo dal caso del Kynosema (il ‘monumento del cane’) del Chersoneso tracico, analizza tutta una serie di analoghi (e omonimi) monumenti marittimi caratterizzati dalla funzione ‘segnaletica’, dal controllo dei passaggi e dalla relazione privilegiata con le divinità ‘phosphoroi’. Il contributo è significativo sul piano generale della conoscenza della mentalità antica dei Greci per la chiara distinzione che introduce fra spazio e paesaggio e per la molteplice prospettiva metodologica e percettiva nella quale la definizione di ‘paesaggio’ (qui marittimo) può essere declinata: “horizon d’expérience immédiate et linéaire, horizon de savoir partagé donnant sens simultanément à un ensemble de lieux séparés mais formant système dans le cadre régional, horizon d’attente d’un paysage ‘en creux’ (250)”. A queste conclusioni dell’A. accosterei volentieri, in prospettiva semiotica, l’interessante definizione di Krzysztof Pomian (Che cos’è la storia? Milano 2001, capitolo 5) della storia culturale come storia dei ‘semiofori’.


Notes:


1.   G. Ragone, “Corografia senza autopsia: Strabone e l’Eolide, in Strabone e l’Asia Minore”, a cura di A.M. Biraschi - G. Salmeri, Edizioni Scientifiche Italiane (Napoli 2000) 286.
2.   A.D. Rizakis & I. Touratsoglou, “In Search of Identities: A Preliminary Report on the Visual and Textual Context of the Funerary Monuments of Roman Macedonia”, in Beyond Boundaries. Connecting Visual Cultures in the Provinces of Ancient Rome, ed. by S.E. Alcock, M. Egri, J.F.D. Frakers, (Los Angeles: Getty Publications, 2016) 120-136.
3.   Basterà citare i seguenti lavori collettivi: Eoli ed Eolide tra madrepatria e colonie, a cura di A. Mele - M. L. Napolitano - A. Visconti, Luciano Editore: Napoli 2005 e L’Éolide dans l’ombre de Pergame Ve- Ier siècles a.C., éd. par Ivana Savalli-Lestrade, Topoi Suppl. 14, 2016.
4.   Cf. G. Ragone, “Μηδαμοὺς μὴ πλέονας ἐσδέξασθαι ἐς τὸ ἱρόν. ‘Numerus clausus’ e auto-identificazione ‘etnica’ dei Greci d’Asia (Eoli, Ioni, Dori)”, in Forme sovrapoleiche e interpoleiche di organizzazione nel modo antico. Atti del Convegno Internazionale (Lecce, 17- 20 settembre 2008), a cura di M. Lombardo - F. Frisone, (Galatina 2008), 406- 421 e M. Polito, “Autorappresentazione e rappresentazione erodotea degli Ioni d’Asia (1.142 ss.)”, Erga-Logoi 4(2), 2016, 157-181.
5.   F. Landucci Gattinoni, “Diadochi ed Epigoni nell’Asia Minore di Strabone: Ilio e la Troade”, GeogrAnt 14-15, 2005-6, 15-29.
6.   Dibattito ottimamente interpretato da F. Lefèvre, “Identités grecques et sanctuaires communs”, AWE 15, 2016, 1-24.
7.   Il lavoro di S. Belfiore, Il Periplo del Ponto Eusino di Arriano e altri testi sul mar Nero e il Bosforo: spazio geografico, mito e dominio ai confini dell'Impero romano. Memoria dell’Istituto Veneto di Scienze Lettere e Arti, (Venezia 2009) stranamente non è preso in considerazione in questo, come negli altri pur aggiornati contributi del volume.

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