Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2017.04.43 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2017.04.43

Malcolm Davies, The Aethiopis: Neo-Neoanalysis Reanalyzed. Hellenic studies, 71.   Washington, DC:  Center for Hellenic Studies, trustees for Harvard University, 2016.  Pp. xii, 107.  ISBN 9780674088313.  $22.50 (pb).  


Reviewed by Giampiero Scafoglio, Université de Nice ‘Sophia Antipolis’; CNRS - CEPAM UMR 7264 (Giampiero.SCAFOGLIO@unice.fr)

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Sul ciclo epico greco ha pesato per secoli il pregiudizio aristotelico e alessandrino che lo ha relegato al margine dei poemi omerici e che ne ha determinato la perdita quasi completa. Il primato omerico, o piuttosto il fenomeno denominato ‘panomerismo’,1 ha oscurato fin quasi ai nostri giorni un bagaglio culturale di indiscusso valore documentario e non sempre insignificante sul piano narrativo ed estetico. La ‘riscoperta’ di questa parte importante della poesia arcaica è stata avviata dalle edizioni critiche pubblicate quasi contemporaneamente da Alberto Bernabé (Leipzig, 1987) e da Malcom Davies (Göttingen, 1988), dopo essere stata anticipata con straordinaria lungimiranza dagli studi di Albert Severyns, specialmente dalla sua preziosa edizione dei riassunti di Proclo (Paris, 1963). In questo solco si pone il piccolo e interessante libro di Malcom Davies sull’Aethiopis di Arctino: il poema risalente al VII secolo a.C. o forse addirittura alla fine dell’VIII, dedicato agli eventi successivi a quelli narrati nell’Iliade, segnatamente alle imprese di Achille contro le Amazzoni e gli Etiopi, fino alla sua morte e poco oltre (compreso il “giudizio delle armi” e il suicidio di Aiace) – ma sulla possibilità di delimitare l’esatta estensione della trama di questa e di altre opere arcaiche, basate sulla tradizione orale e passate per la fase aurale, si dovrebbe svolgere una seria discussione, già avviata ma non ancora adeguatamente sviluppata.

In prima istanza Davies si pone il problema di ‘giustificare’ lo spazio dedicato al poema quasi interamente perduto di Arctino (pp. IX-X); un problema che, a dire il vero, mi sembra inesistente: molti libri inutili sono stati scritti su autori di primo piano e su opere di grande estensione, come l’Iliade o l’Eneide, mentre studi pregevoli sono stati dedicati ai singoli inni omerici o all’Appendix Vergiliana. A chi obiettasse che gli inni omerici e i componimenti pseudovirgiliani sono almeno pervenuti fino a noi come testi leggibili (diversamente dal ciclo epico, di cui non restano che pochi brandelli) si può facilmente rispondere che lo studio di alcune opere è reso necessario, e ancora più interessante, proprio dalle condizioni frammentarie e dalle incertezze di ricostruzione e di interpretazione, che richiedono tutta l’attenzione e forse maggiori sforzi agli studiosi che coraggiosamente vi si cimentano. Dispiace perciò leggere le motivazioni ‘eteronome’ addotte da Davies (la possibilità che l’Aethiopis abbia influenzato l’Iliade e l’arte figurativa arcaica) per giustificare un libro che invece si giustifica da solo, considerando la portata dell’opera perduta (un poema epico derivante dal sostrato orale, portatore di un mito che è specchio del mondo greco arcaico; ma uno specchio diversamente posizionato, per così dire, rispetto all’epos omerico).

Un’altra premessa posta da Davies (pp. 1-2) è il rifiuto (senza però una vera confutazione) dell’originaria esistenza di due canti distinti, dedicati rispettivamente alla lotta di Achille con le Amazoni e alla guerra con gli Etiopi: “there is simply no ancient evidence for any such multiplicity of sources for our poem”, né vale l’argomento dell’analogia con l’Odissea (formata da Telemachia, evocazione dei morti, viaggio di ritorno). Tuttavia Davies sa che una testimonianza antica non priva di credibilità (Suid. 251 Adler, s.v. Ὅμηρος = Aeth. T 2 Davies) attribuisce a Omero un’opera intitolata Amazonia: l’esistenza di un canto originariamente autonomo con questo titolo è accettata perfino da uno studioso eccellente, ma tutt’altro che disponibile alle speculazioni analitiche, come Martin West (The Epic Cycle. A Commentary on the Lost Troy Epics, Oxford, 2013, p. 135); a meno che non si preferisca credere che si tratti di un altro poema, appartenente anch’esso al ciclo epico, ma diverso dall’Aethiopis, con cui avrebbe in comune però una parte della materia, come suggerisce Jonathan Burgess (The Tradition of the Trojan War in Homer and the Epic Cycle, Baltimore, 2001, p. 198). In quest’ultimo caso, si deve pur ammettere la precedente esistenza di un canto orale, o almeno di un tema mitico che è divenuto oggetto di uno o più canti orali, da cui deriverebbero sia l’Amazonia che la prima parte dell’Aethiopis. A mio avviso, è proprio questo il punto: bisogna spostare il discorso dal ‘poema’ inteso come testo scritto al ‘canto’ appartenente al sostrato culturale orale, nonché al ‘tema’ mitico che è oggetto del canto o di diversi canti. In questa prospettiva, mi pare difficile negare che l’Aethiopis potesse derivare da due ‘canti’ o da due ‘temi’ distinti: la tesi di un doppio titolo, che piace a Davies, non è inconciliabile con questa duplice origine dell’opera, appare anzi ben più credibile se ricondotta ai ‘canti’ o semplicemente ai ‘temi’ tramandati oralmente. L’analogia con l’Odissea è più importante di quanto sembri a Davies per la medesima ragione, cioè perché segnala non un legame tra due opere, ma un fenomeno culturale molto più ampio, che coinvolge anche l’Iliade e tutto il ciclo epico.

Sul problema dei rapporti tra l’Iliade e l’Aethiopis (pp. 3-24) Davies ripercorre lucidamente il dibattito critico, evidenziandone punti deboli e incongruenze, per addivenire infine alla posizione precisamente formulata da E.R. Dodds:

“certain of the motifs do look as if they had been invented for the Memnon story, but others, like the Funeral Games and the avenging of a friend, may well have been drawn by both poets from a dateless traditional stock”; d’altronde “in an oral tradition it is perfectly possible for two poems which belonged to the repertory of the same reciters to have influenced each other reciprocally, and to have continued to influence each other for a long period.”2
La stessa posizione è assunta contemporaneamente (pur con un atteggiamento titubante e quasi oscillante, da “work in progress”) da Bernard Fenik, (Typical Battle Scenes in the Iliad: Studies in the Narrative Techniques of Homeric Battle Description, Wiesbaden, 1968, pp. 235-236 e passim).3

Per quanto riguarda l’influenza esercitata dall’Aethiopis sull’arte figurativa arcaica (pp. 25-43) Davies riesamina i singoli temi: la “Kerostasia/Psychostasia”, il combattimento tra Achille e Memnone, il cadavere di quest’ultimo tra le braccia di Eos, ancora il suo (presunto) cadavere trasportato dal Sonno e dalla Morte. A buon diritto, Davies rifiuta una corrispondenza fedele tra le singole scene dell’opera perduta e le rappresentazioni vascolari, che spesso tendono a concentrare diversi momenti del racconto in un’unica immagine, introducono elementi ‘simbolici’ (e.g. la presenza di Teti ed Eos al fianco di Achille e Memnone che combattono) o rispondono a esigenze squisitamente visive (colmare lo spazio, armonizzare il numero e la posizione dei personaggi, etc.).

Sull’immagine ricorrente del cadavere trasportato dal Sonno e dalla Morte, Davies smentisce l’identificazione con Memnone, che non gli sembra adeguatamente documentata e che sarebbe incoerente con l’immortalità concessa al guerriero da Zeus per intercessione della madre: il corpo in questione sarebbe quindi quello di Sarpedone (pp. 36-43). Non intendo entrare nel merito del problema; devo però dissentire dalla presunta incoerenza tra le suddette personificazioni e l’immortalità di Memnone. Infatti l’immortalità ottenuta da Eos e Teti per i rispettivi figli, se presa alla lettera o paragonata alla vita eterna delle divinità, sarebbe ugualmente in contrasto con i riti funebri celebrati (presumibilmente nel lutto e nella tristezza collettiva) per il defunto Achille, secondo il riassunto di Proclo (198-199 Severyns). Non bisogna dimenticare che, nella poesia arcaica, si riscontrano tracce evidenti di una riflessione sulla mortalità come caratteristica strutturale della condizione umana e sull’aspirazione all’immortalità: la testimonianza più importante è l’Inno omerico ad Afrodite. Il privilegio accordato a Memnone e ad Achille va probabilmente interpretato come un’immortalità ‘relativa’, forse non meramente simbolica (al modo del culto eroico devoluto a personaggi defunti, come riconoscimento dei loro speciali meriti), ma neppure pienamente realizzata: un’immortalità che implica comunque una separazione definitiva dal mondo umano e che, per questa ragione, non è molto diversa dalla morte, almeno dal punto di vista degli uomini. D’altra parte, non mi sentirei di escludere nemmeno che i due episodi riferiti da Proclo in merito all’immortalità concessa a Memnone e ad Achille risalgano a una fase successiva nella composizione ‘stratificata’ dell’Aethiopis (mentre la scena del cadavere trasportato dal Sonno e dalla Morte potrebbe appartenere a una fase precedente): se così fosse, l’incoerenza con i funerali e col compianto non sorprenderebbe. In ogni caso, anche la morte di Sarpedone nell’Iliade risulta alquanto problematica e forse finanche ‘contigua’ a qualche forma di immortalità (non a caso, si è pensato che sia modellata sulla morte di Memnone nell’Aethiopis).4

Davies svolge poi un commento puntuale e rigoroso ai riassunti di Proclo (pp. 45-81) e ai tre frammenti superstiti del poema (pp. 83-95), uno dei quali egli considera però spurio: segnatamente il finale alternativo dell’Iliade (tramandato dallo scolio T ad Il. XXIV, 804a) che mira a creare un raccordo con l’Aethiopis, annunciando l’arrivo della “Amazzone, figlia di Ares”. Davies ricorda giustamente che questo passo non costituisce l’incipit del poema di Arctino, come in passato si è spesso sostenuto, ma solamente una variante testuale dell’Iliade. D’altro canto, non si tratta del finale originale del poema omerico, che non sarebbe arrivato “so close to total disappearance, preserved from oblivion by the slender thread of a uaria lectio”. Queste premesse mi sembrano assolutamente corrette; non condivido tuttavia la conclusione tratta da Davies: “if the distich belongs neither to the Iliad nor to the Aethiopis there is litle scope for speculation”. Credo piuttosto che, alla luce della ‘gradualità’ e della ‘fluidità’ che ha caratterizzato la composizione del ciclo epico e, almeno in una prima fase (la fase cosiddetta di auralità), anche i poemi omerici, si possa sostenere legittimamente che quel frammento non appartenga stricto sensu all’Iliade né all’Aethiopis, eppure appartenga in qualche modo a entrambe le opere.

Il dissenso su questi e su altri punti, che non posso sviscerare qui,5 non mi impedisce di salutare il piccolo libro di Davies come un lavoro pregevole che, proprio come i resti del poema a cui è dedicato, vale molto più della sua estensione. Tanto più dispiace notare un uso troppo selettivo della bibliografia, esclusivamente in lingua inglese e tedesca, con la sola eccezione degli ineludibili contributi di Albert Severyns: sorprende invece di non trovare mai citato uno tra i massimi studiosi del ciclo epico, Alberto Bernabé; a cui molti altri nomi e contributi inspiegabilmente ignorati si potrebbero aggiungere. Credo e spero di poter escludere un atteggiamento pregiudiziale di ‘snobbismo’ intellettuale, ma penso comunque che uno studioso del calibro di Davies non dovrebbe sottrarsi al confronto.


Notes:


1.   La definizione è coniata da B. Gentili, Poesia e pubblico nella Grecia antica. Da Omero al V secolo, Milano, 2006, p. 98.
2.   “Homer”, in Fifty Years (and twelve) of Classical Scholarship, ed. M. Platnauer, New York, 1968, pp. 1-13, 31-34, in particolare 12.
3.   Cf. I. Holmberg, “The Creation of the Ancient Greek Epic Cycle”, Oral Tradition 13, 1998, pp. 456-478; G. Scafoglio, “La questione ciclica”, RPh 78, 2004, pp. 289-310. Purtroppo, per motivi cronologici, Davies non ha potuto vedere il volume collettivo “Studies on the Greek Epic Cycle” (Philologia Antiqua 7-8, Pisa; Roma, 2014-2015), dove molto si dice sul ciclo epico in generale e anche sull’Aethiopis in particolare.
4.   Cf. C. Delattre, “Entre mortalité et immortalité : l’exemple de Sarpédon dans l’Iliade”, RPh 80, 2006, pp. 259-271.
5.   Sul “giudizio delle armi” e sul suicidio di Aiace nell’Aethiopis, ma anche nell’Ilias parva e negli accenni retrospettivi presenti nell’Odissea, mi limito a richiamare il mio libro Ajax. Un héros qui vient de loin, di prossima pubblicazione nella collana “Classical and Byzantine Monograph” (Hakkert, Amsterdam).

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