Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2017.01.28 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2017.01.28

Walter Lapini, L’Epistola a Erodoto e il Bios di Epicuro in Diogene Laerzio: note testuali, esegetiche e metodologiche. Pleiadi, 20.   Roma:  Edizioni di Storia e Letteratura, 2015.  Pp. xxiv, 282.  ISBN 9788863728279.  €38.00 (pb).  


Reviewed by Sergio Audano, Centro di Studi sulla Fortuna dell’Antico “Emanuele Narducci” – Sestri Levante (sergioaudano@libero.it)

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Si può entrare nel laboratorio di un filologo testuale? E soprattutto, accanto al necessario armamentario teorico, è possibile analizzare nel concreto la “cassetta degli attrezzi” necessaria per tentare di dare senso a un testo giunto in condizioni problematiche? Walter Lapini ha dedicato molta della sua produzione scientifica a interrogare i testi nel modo più corretto, sollevando spesso cruciali riflessioni metodologiche (come ha giustamente notato José C. Baracat nella sua recensione al precedente volume di Lapini: BMCR 2015.04.45), e propone, mediante questo volume, una concreta risposta attraverso l’analisi filologica della tormentata Epistola a Erodoto epicurea (aprendo anche importanti spunti di riflessioni sul testo del X libro di Diogene Laerzio che delle lettere del filosofo del Giardino è notoriamente il testimone).

Quali sono, dunque, gli “attrezzi” del buon filologo? In primo luogo la conoscenza solida della lingua e dello stile dell’autore che si sta studiando. Può sembrare persino una banalità, ma così, purtroppo, non è. E i filologi dovrebbero ben sapere che le parole sono pietre, in grado, anche per minime differenze, di creare problemi enormi: « la differenza stava in uno iota » disse Voltaire nel suo Trattato sulla tolleranza a proposito della feroce polemica tra l’omoiousia degli ariani e l’omousia degli ortodossi, che divise drammaticamente, anche col carico di persecuzioni e di morti, il mondo cristiano. Ovviamente i refusi sono sempre possibili, ma oggi si assiste a un generale superamento dei limiti fisiologici, quasi che la puntualità nella lingua risultasse un ostacolo da rimuovere, una pedanteria per pochi eruditi sepolti dalle loro carte polverose.

A ciò si aggiunga (Lapini lo ha più volte denunciato anche in pubblici interventi) come lo studio delle lingue classiche, a partire da quello scolastico, stia subendo un attacco concentrico in tutta Europa. Sono recentissime, ad esempio, le dure prese di posizione della comunità accademica francese contro il tentativo di rendere definitivamente opzionali il loro insegnamento, mentre in Italia si ventila di “riformare” l’esame di stato, ridimensionando lo spazio tradizionalmente assegnato alla versione dal greco (o dal latino). E sono sempre più numerosi gli studenti di filosofia o di storia antiche che si accostano solo a testi in traduzione, senza nemmeno disporre delle elementari conoscenze necessarie per fruire, almeno parzialmente, dell’originale.

Ma se il possesso della lingua è il requisito imprescindibile, Lapini, come argomenta nella Premessa a p. XII (per poi ritornare con maggior decisione sul punto, in una sorta di Ringkomposition, a conclusione del libro, alle pp. 234-235), insiste anche sull’atteggiamento critico che il filologo deve conservare di fronte all’oggetto del proprio studio. La classica diatriba tra conservatori e innovatori assume oggi una valenza diversa rispetto al combattuto dibattito tra Ottocento e Novecento, in particolare per quanto riguarda la fazione conservatrice che associa il formale rispetto dell’autorità dei codici a « una più antica e quasi dimenticata sottomissione al ne varietur di edizioni considerate importanti ». Si applica troppo spesso un principio di autorità che in più di caso impedisce di cogliere la reale problematicità di un passo. Si farebbe, tuttavia, torto a Lapini e al suo pensiero se volessimo inquadrare le sue riflessioni metodologiche come un manifesto dell’interventismo sic et simpliciter. Al contrario, proprio un sano utilizzo degli strumenti filologici, alieno da pregiudizi e da condizionamenti psicologici, induce a una distinta valutazione caso per caso di ogni singolo problema testuale, diverso per genesi, per grado di criticità, per strategie di intervento. Più volte lo studioso si pone una domanda che, presa in sé, potrebbe avere del paradossale, ma che invece dovrebbe costituire un solido principio di metodo che ogni editore dovrebbe far proprio: quando si interviene su un testo, tanto in forma congetturale (quindi distanziandosi dalla paradosi) quanto con criteri più conservativi, l’autore, o qualsiasi lettore a lui contemporaneo, avrebbe compreso realmente il greco (o il latino, ma il principio vale per ogni lingua) che ne scaturisce? Gli studiosi moderni rispondono a logiche (o, meglio, a “sistemi” per usare il termine a cui Lapini ricorre più volte) che sono ovviamente diverse da quelle degli autori antichi (mossi da altri principi estetici o “creativi”); non di rado anche gli interventi dei filologi moderni, anche quelli di gran vaglia, possono risultare viziati anche da veri e propri luoghi comuni, rispetto all’attenta e minuziosa analisi linguistica (si vedano, in particolare, le pp. 185- 188, in cui Lapini polemizza appunto contro alcune di queste opinioni ormai penetrate nella vulgata critica, come il supposto carattere informale delle Epistole: si veda, ad esempio, la perentoria affermazione a p. 186: « Non credo che le epistole filosofiche di Epicuro fossero ‘informali’ »).

È necessario tenere presenti preliminarmente queste riflessioni per poter comprendere al meglio questo libro dottissimo e complesso, che non a caso coniuga dialetticamente critica del testo, esegesi e metodo. Lapini, a p. XI, afferma di volersi occupare essenzialmente della costituzione del testo della difficile e spinosissima lettera epicurea a Erodoto, precisando che « la componente esegetica non mancherà, ma sarà finalizzata unicamente a tale obiettivo », senza la pretesa, come ulteriormente si preciserà a p. XIX, di essere un running commentary. L’esegesi si propone, dunque, in primo luogo come esito di una discussione approfondita di lingua e stile: è la loro analisi serrata, a seguito di un attento e minuzioso processo logico, a determinare, pur al netto di loci che restano indubbiamente problematici, l’interpretazione del testo. Questo porta Lapini a doversi confrontare con la grande filiera degli studiosi di Epicuro, da Usener, a Bailey, a Bignone, a Diano, ad Arrighetti, senza però trascurare i contemporanei (in particolare Francesco Verde, autore di una meditata edizione commentata della Lettera a Erodoto). Non mancano, inoltre, gli spunti polemici dello studioso contro certi approcci, per così dire, più “disinvolti”, in cui l’incomprensione del senso, spesso derivata da scarsa conoscenza linguistica, si manifesta in maniera evidente con gravi e diffusi fraintendimenti (per tacere di interpretazioni già in origine tendenziose, per ragioni ideologiche o confessionali, che sono arbitrariamente attribuite a testi che dicono tutt’altro, con evidenti propositi manipolatori).

Passiamo ora a una presentazione più puntuale del volume, anche se non sarà possibile dar conto delle numerose proposte che Lapini suggerisce al testo epicureo (e laerziano). Il libro si articola, dopo la già menzionata Premessa metodologica (pp. XI-XVI) e le documentate Avvertenze (pp. XVII-XX), in tre sezioni: le Note sull’Epistola a Erodoto (pp. 3-117), le Note sul Bios laerziano di Epicuro (pp. 119-173) e per terzo Su alcuni idola della critica epicurea (pp. 175-235).

Le prime due sezioni hanno una struttura di fatto analoga: il testo è sezionato per capitoli, molto di frequente con apparato (semplice, ma completo nei dati essenziali: si veda la gustosa polemica contro gli apparati sovrabbondanti di sigle inutilmente ermetiche alla n. 9 di p. 178), e a seguire (ma solo per la prima sezione) la classica traduzione di Graziano Arrighetti, talora con qualche adattamento. Ogni pericope è analizzata in dettaglio sul piano testuale: Lapini sottopone a un vaglio serratissimo le interpretazioni proposte, che vengono analizzate soprattutto nella loro coerenza tra dettato linguistico ed esegesi vera o presunta del testo. Come detto prima, sono numerosissimi gli interventi dello studioso: in qualche caso, più raro, alla selva di congetture che troppo spesso gravitano sulla lettera epicurea Lapini preferisce un meditato ritorno alla paradosi, ma il « supporto testuale » non è mai, agli occhi del nostro autore, un feticcio assoluto tale da impedire, ovviamente sul fondamento della lingua e dello stile, nuovi interventi. « Le congetture si fanno proprio per contrastare l’autorità dei codici », così scrive Lapini, sulla scia di un’osservazione di Bruno Chiesa, a p. XV, anche se l’asserzione, dal vago sapore bentleyano, va presa, a mio avviso, non alla lettera, ma come intelligente provocazione verso atteggiamenti eccessivamente (e talora alla Housman stupidamente) conservativi. Si vedano nel concreto alcuni specimina di questa metodologia: si prenda il cap. 45 (pp. 29-37), in cui Epicuro, sulla scia di Democrito, riflette sulla funzione causale degli atomi. Lapini polemizza, garbatamente, ma con decisione, con le conclusioni di P.-M. Morel, il quale arriva a proiettare sugli atomi una priorità ontologica, che rischia di assegnar loro una componente attiva e produttiva. Si veda, in particolare, la discussione di 45 b1-2: οὐ γὰρ κατανήλωνται αἱ τοιαῦται ἄτομοι, ἐξ ὧν ἂν γένοιτο κόσμος ὑφ’ ὧν ἂν ποιηθείη. A Morel, che rischiava di ricavare da ὑφ’ ὧν di 45 b(2) « l’idea di un determinismo temperato, smussato » (p. 34), Lapini replica rivendicando al sintagma, con l’ausilio di numerosi paralleli epicurei (si veda l’elenco delle attestazioni dalle tre epistole di ὑπό « con valore agentivo ed efficientivo » a p. 35), la funzione logica di complemento d’agente, traducendo a p. 29: « non vengono esauriti infatti tali atomi, dai quali ha origine o viene costituito un mondo » (a differenza del « per effetto di » adottato da Morel per la sua esegesi, ma senza adeguato riscontro linguistico e sintattico).

La terza parte offre, invece, un repertorio di riflessioni critiche, suddiviso in dieci sezioni, su cui è opportuna qualche, seppur veloce, riflessione. Alle pp. 175-182, Lapini rivendica la grandezza di Usener, pur a fronte di alcune “intemperanze” giudicate non necessarie. Non sarei, tuttavia, così drastico nel giudizio contro i critici successivi che avrebbero « abbassato gli standard di lettura » (p. 181). Non si tratta solamente del pure esistente meccanismo psicologico, per il quale ogni studioso vuole aggiungere alle congetture precedenti qualcosa di proprio, magari col fine di « mostrare la propria bravura » (p. 182), ma del fatto che il Novecento ha affinato (ovviamente non sempre con risultati uguali) l’approccio storico al testo e alle sue modalità di tradizione. Ovviamente di questo Lapini è ben consapevole (si veda il più volte ripetuto tributo verso l’edizione di Arrighetti, a p. 194 definita « il più serio e più riuscito freno all’interventismo di Usener ») e ogni proposta è accompagnata da un nutrito manipolo di esempi. Questi ultimi sono, però, sempre di base concretamente linguistica e sintattica, non fondati su vaghe analogie lessicali, spesso di uso comune: non a caso lo studioso polemizza duramente, alle pp. 202-204, contro gli eccessi del « locosimilismo » (p. 202). Molto interessante è la riflessione (nella sezione Philosophisierung, pp. 205- 210) contro la tendenza, nei testi filosofici, a caricare necessariamente di valenza “tecnica” ogni lessema potenzialmente inquadrabile nel lessico filosofico. Non sono pochi i casi, secondo lo studioso, nei quali l’occorrenza, al contrario, rientra più semplicemente all’interno dell’uso comune. Oltre ad esempi specifici dalla lettera epicurea (ad esempio la valenza di πίστις nel cap. 63, di cui Lapini, a differenza di Verde, non riscontra nessuna specificità epicurea), si propone a p. 205 un esempio da Clemente Alessandrino (Strom. 2.23.3-4 = fr. 526 Usener), in cui si testimonia la contrarietà di Democrito ed Epicuro verso il matrimonio e la procreazione. Lapini polemizza contro l’esegesi, in questo passo, di ἀναγχαῖον avanzata nel 1971 da Alberto Grilli,1 il quale assegnava al termine una precisa valenza tecnica, ritenendo al contrario che si tratti di un utilizzo « in senso corrente ». Sul punto specifico mi sentirei di dissentire: la lettura di Grilli mi pare corretta, in quanto inserita in una più ampia riflessione sulla polemica antiedonistica della tarda Accademia. In questo contesto il lessema ἀναγχαῖον, da parte di Epicuro e della sua scuola, era usato tecnicamente per indicare quella parte dei φυσικά senza i quali non si raggiunge il piacere catastematico. Ciò non toglie che Lapini abbia perfettamente ragione sulla necessità di una valutazione caso per caso.

Un’ampia Bibliografia (pp. 237-267), oltre all’Indice dei nomi moderni (pp. 269-277), chiude un libro importante che rivendica con orgoglio la centralità della lingua nella prassi critica ed esegetica e propone importanti riflessioni metodologiche, valide e opportune non solo per gli studiosi di Epicuro, ma per ogni filologo classico.


Notes:


1.   A. Grilli, “Epicuro e il matrimonio (D.L. X, 119)”, Rivista Critica di Storia della Filosofia 26: 52.

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