BMCR 2014.07.04

Entre archéologie et épigraphie: nouvelles perspectives sur l’armée romaine. Echo, 10

, , Entre archéologie et épigraphie: nouvelles perspectives sur l'armée romaine. Echo, 10. Frankfurt am Main; Bern: Peter Lang, 2013. xxvi, 253. ISBN 9783034314190. $48.95 (pb).

Table of Contents

I saggi compresi nel volume curato da Bertholet e Schmidt Heidenreich hanno come denominatore comune aspetti generali e locali che riguardano la vita dell’esercito romano imperiale, indagati in particolare attraverso l’epigrafia e l’archeologia (ma anche le fonti papirologiche sono ampiamente considerate).

All’origine della raccolta sono i contributi per una giornata di studio a tema svoltasi all’Université de Lausanne, dove studiosi dell’esercito romano di diversa provenienza hanno proposto agli studenti del programma EDOCSA (p. XXV) loro lavori recenti. Lo scopo del volume non è pertanto quello di offrire un percorso lineare di riflessioni: gli interventi si succedono raggruppati in un paio di sezioni (Aspetti generali, Aspetti regionali), precedute da una Premessa, da un Avant-propos e da bilancio storiografico. Vengono così via via illuminati aspetti concreti della vita e dell’organizzazione militare di alcuni corpi di truppa e di alcune aree dell’impero, senza che l’insieme assuma un profilo coerente. Il lettore deve dunque attendersi alcune novità, ma soprattutto puntualizzazioni, sintesi o lezioni di metodo.

La Premessa di M. Reddé è una riflessione sui limiti delle nostre informazioni sull’architettura militare. Nonostante il gran numero di scavi che hanno avuto come oggetto gli accampamenti, la conoscenza delle strutture e dei criteri che sovrintendevano alla loro realizzazione non può dirsi, per ragioni diverse, soddisfacente. Diversi fattori impediscono di averne una ‘visione globale’. Spesso, ad esempio, le campagne di scavo si sono concentrate su alcune settori (le porte, i principia, le terme) e molto meno sugli alloggi degli uomini di truppa e degli ufficiali, sugli ospedali da campo, sugli atelier di lavoro. La domanda che Reddé rivolge a se stesso e ai potenziali lettori al termine della sua rassegna è retorica: come si può ragionare sulla consistenza di un corpo di truppa se non si conosce la reale capienza degli spazi destinati ad ospitarne gli effettivi?

Il coordinatore del volume Ch. Schmidt-Heidenreich, oltre a contribuire nella sezione degli Aspetti regionali (vd. infra), s’incarica dell’Avant-propos, che fa da contraltare alla Prefazione: nonostante i buchi della ricerca e dell’analisi archeologica, è un dato di fatto che le nostre conoscenze dell’esercito romano e i metodi di studio sono notevolmente progrediti negli ultimi trent’anni nei quali l’attenzione, dalla tattica e dalla strategia, si è estesa a comprendere sempre più il ruolo dell’esercito nella vita economica, sociale, religiosa e culturale in senso ampio dell’Impero.

La sezione introduttiva offre un quadro degli studi che hanno riguardato le truppe ausiliarie e non poteva non essere affidato a chi ne è stato il massimo specialista, D. B. Saddington, purtroppo recentemente scomparso. Il quadro restituito, oltre che completo e dettagliato, è di rara lucidità, che colpisce in particolare in relazione a un argomento così multiforme e complesso come le vicende e la composizione delle forze ausiliarie nell’esercito romano.

La sezione ‘Aspetti generali’ è aperta dal contributo di P. Faure il quale si confronta con l’annosa questione (gran parte della bibliografia precedente è ricordata alle note 12 e 13 di p. 21) del numero di centurioni (5 o 6?) della prima coorte della legione romana imperiale. Per cercare di dare una risposta, a parte il dibattutissimo passo di Veg. Epit. 2, 8, 6-9, disponiamo delle fonti epigrafiche. Le uniche due iscrizioni che nella prima metà del III secolo ricordano il pilus posterior anche nella prima coorte sono entrambe relative alla legio II Parthica. L’ipotesi che Faure suggerisce è che “un pilus posterior è stato forse introdotto nella prima coorte della legione stanziata ad Albano al fine di sperimentare nuove soluzioni”.

Ora, se condivisibile è l’interesse che l’eccezionale documentazione relativa alla legio II Parthica e ai suoi due accampamenti suscita, è però anche vero che, proprio per la sua particolare ricchezza, essa può provocare immagini distorte della realtà. A mio avviso l’ipotesi dell’introduzione del pilus posterior anche nella prima coorte delle legioni in una fase precedente la spedizione orientale di Severo Alessandro rimane la più sostenibile. Faure dà eccessivo rilievo alle due iscrizioni e in particolare al nuovo documento (peraltro, come si dice, già parzialmente edito). Troppo pesante l’Annexe di quasi 40 pagine (e tutt’altro che indispensabile, dal momento che mancano quasi del tutto i rinvii a esso all’interno del testo) che raccoglie le iscrizioni e i papiri tra la fine del II e la prima metà del III secolo nei quali si fa menzione dei titoli delle centurie o dei centurioni. Il contributo si chiude con l’auspicio che la legio II Parthica sia presto oggetto di studi approfonditi, in particolare di storia sociale e culturale. È tuttavia francamente difficile, in particolare per l’attuale congiuntura internazionale, prevedere che gli scavi dell’accampamento di Apamea possano riprendere e concludersi a breve. Quanto a quello di Albano, da più di un quinquennio esso è oggetto d’indagini a tutto campo (storico, archeologico, topografico, epigrafico) da parte di un’equipe italo-tedesca.1

Oggetto dell’intervento di O. Stoll è la religione degli eserciti di Roma: l’autore prova a restituire l’immagine di un ‘sistema complesso’ per il quale è bene evitare il ricorso a categorie generalizzanti. Se si eccettuano gli obblighi previsti dal calendario festivo e dal culto imperiale, la religione dei soldati di Roma si esplica nelle forme più diverse: dai culti tradizionali dello Stato romano, a quelli di divinità particolarmente venerate dai soldati o specifiche delle unità militari e delle loro suddivisioni (le ‘Regimenttraditionen’); fino a quelle indigene, acquisite nei luoghi di stanza o trasferite dai soldati nei loro spostamenti. Il percorso si snoda con ricchezza di esempi tratti da tutte le legioni, dalla Britannia e le Hispaniae all’Egitto e la Siria. Particolarmente stimolanti le considerazioni sui culti dei soldati che indirettamente c’informano su ‘specifici contenuti della teologia locale’, come nel caso dei proskynemata o delle dediche dei soldati della legio III Gallica in Siria. Prevale l’immagine di un soldato agente non soltanto di acculturazione, quanto di allargamento dell’area di diffusione dei culti (p. 94), dove i civili si mescolano ai militari, aiutando a comprendere “wie eng nach beiden Seiten komplexe Beziehungsgeflechte entstanden, die zeigen, dass «Militärgeschichte» in der antike für die Provinzen . . . im Grunde «Provinzgeschichte» bedeutete”.

La sezione ‘Aspetti regionali’ è aperta dal contributo di N. Gex sui laterculi dei castra praetoria. L’intento dell’autore è di meglio comprendere la natura di questi documenti e d’individuarne la collocazione originaria. “Registri ufficiali di soldati congedati” (Nelis-Clement) si trovano anche in alcuni grandi accampamenti legionari sul Danubio, nell’Africa del nord, in Egitto e in Siria. A Roma gli equites singulares Augusti e i vigili fanno dediche di congedo, con caratteristiche proprie. I latercoli dei castra praetoria ricordano insieme pretoriani e urbaniciani e, dice Gex, fino all’epoca severiana sono incisi su lastre di marmo — e non su basi di statue (p. 124) — destinate dunque ad essere affisse al muro, così come le tavole di bronzo. Tale distinzione pare per la verità arrischiata: in primo luogo, perché i laterculi sono tutti frammentari ed è impossibile dirsi sicuri che, nello schema originario, non fossero preceduti da una dedica; il fatto poi che siano incisi su lastre non esclude che queste fossero destinate a rivestire (forse i fianchi di) basi, proprio secondo lo stesso principio dei ‘latercoli’ dei vigili e, forse, di quello suburbano della legio II Parthica 2 che lo stesso Gex più avanti ricorda.

Quanto alla localizzazione, azzardato quanto suggestivo è provare a individuarla all’interno (o nelle immediate vicinanze) dei castra praetoria : un recente lavoro ha evidenziato la concentrazione di una parte di essi dall’area delle Terme di Traiano, presso la sede (o una delle sedi) della prefettura urbana; e di molti altri dalla zona dell’Esquilino. 3

Il breve intervento di P. Le Roux ha lo scopo di sottolineare gli innegabili progressi delle indagini d’archeologia militare in Spagna, delle quali tuttavia vengono evidenziati alcuni limiti. Il dossier epigrafico continua ad arricchirsi e riguarda sia truppe stazionate in Spagna che soldati originari dell’ Hispania ma in servizio altrove; utile e illuminante il quadro bibliografico.

Ch. Schmidt Heidenreich propone un saggio sulla documentazione epigrafica del campo ausiliario di Böckingen (Germania inferior), oggetto a suo tempo dell’expertise discusso presso l’Universitè de Lausanne nel 2006. L’accampamento ospitò più unità e, in particolare, la cohors I Helvetiorum. La sua scarna documentazione epigrafica (poco più di una decina di altari) si distribuisce, come a suo tempo già notato da Stoll, tra campus, terme e statio dei beneficiari dove “gli universi religiosi dei soldati e dei civili si mescolano senza veramente incontrarsi”.

Più che un modello di metodo, il contributo di M. Popescu costituisce un’utile summa delle ricerche archeologiche negli accampamenti militari romani nelle tre Dacie. L’A. preferisce parlare di costruzioni ‘di militari’ nella Dacia romana, comprendendo in questa definizione, oltre a campi e fortezze, anche edifici e infrastrutture che videro la partecipazione dei soldati (strade, ponti ecc.). Più di 2/3 delle iscrizioni delle Dacie proviene da contesti militari (iscrizioni, diplomi, tegole e mattoni bollati): Popescu passa in rassegna a volo d’uccello non solo i campi maggiori ( Apulum, Potaissa, Drobeta), ma anche quelli minori, rintracciando ovunque la mano dei soldati nell’architettura interna e limitrofa ai campi, dedicando attenzione ai culti praticati dai soldati e dai veterani. Più rare le tracce epigrafiche di presenze militari nelle aree rurali e nelle miniere.

J.-P. Laporte si occupa di due stele rinvenute nel territorio rurale della Mauretania Caesariensis, che attestano comportamenti molto diversi da parte di due ex soldati: come monumento sepolcrale, il primo adotta il modello locale della stele aniconica e per un testo bilingue; il secondo per una stele con un sistema complesso di decorazione su tre registri sovrapposti d’ispirazione greco-romana e per un testo latino. La differenza si potrebbe spiegare con la progressiva romanizzazione della regione.

Due piccole note prima di concludere: tutt’altro che certo che l’iscrizione CIL, VI 899 (p. 81 nt. 7) ricordi un exercitus Aquileiensis.4 Le note 3 e 4 a p. 114 sono forse scambiate o contengono citazioni errate.

Il volume è corredato da due indici, quello delle fonti (letterarie, epigrafiche, papirologiche) e quello dei nomi e degli argomenti. Assai eterogeneo sia per l’estensione degli interventi che per il rigore metodologico, il volume rimane un utile punto di partenza per chi vuole esplorare le complesse problematiche che lo studio dell’esercito romano pone.

Notes

1. Presentate e aggiornate a più riprese da S. Aglietti e A. W. Busch, ad esempio in Von der Kaiservilla zu den castra. Das Lager der legio II Parthica in Albano Laziale und seine Vorgängerbebauung – ein Vorbericht zu den Projektarbeiten in 2009, in Kölner und Bonner Archaeologica 1, 2011, pp. 87-94; e gli interventi negli incontri periodici Lazio e Sabina 7, 2011, pp. 259-267 e 8, 2012, pp. 255-264.

2. Sul cosidetto ‘praetorium’, C. Ricci, Legionis II Parthicae praetorium’, in Lexicon Topographicum Urbi Romae Suburbium, III, G-L, Roma 2005.

3. S. De Martini, “Un nuovo latercolo militare dal cantiere del Colle Oppio”, in Aquila legionis 15, 2012, pp. 29-41.

4. Si accetta così l’ipotesi di M. P. Speidel, “The Army at Aquileia, the Moesiaci Legion, and the Shield Emblens in the Notitia Dignitatum“, ora in Roman Army Studies 2 (Mavors 8), Stuttgart 1992, pp. 414-418. Diversa la lettura di Mommsen; si veda ora anche C. Ricci, Protendere per protegere. “Considerazioni sul carattere della presenza militare ad Aquileia tra Massimino e Costantino” in AAAdr 78, 2014, part. pp. 181 s.