Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2014.06.26 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2014.06.26

Rosaria Vignolo Munson (ed.), Herodotus: Volume 1, Herodotus and the Narrative of the Past. Oxford readings in classical studies.   Oxford; New York:  Oxford University Press, 2013.  Pp. viii, 495.  ISBN 9780199587575.  $65.00 (pb).  


Reviewed by Giovanni Ingarao, Università degli Studi di Palermo, Westfälische Wilhelms-Universität Münster (ingarao@uni-muenster.de; giovanni.ingarao@unipa.it)

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Erodoto è uno dei pochi autori a cui sono stati dedicati due volumi delle Oxford Readings in Classical Studies. Com’è noto, lo scopo di tale meritevole operazione editoriale, è di fornire un utile strumento di lavoro a studenti e ricercatori, proponendo una selezione dei più importanti e influenti articoli su un’opera, un autore o un tema dell’antichità classica. R. V. Munson, che ha curato l’opera, spiega nell’introduzione (14-28) che nella ripartizione dei contributi nei due volumi ha seguito i due principali “generi narrativi” delle Storie (3): la narrazione degli eventi del passato (volume I) e la descrizione dei luoghi e dei popoli trattati nell’opera (volume II). Come rileva la studiosa stessa l’approccio diacronico (storiografico) e quello sincronico (etnografico/geografico) risultano però nel testo strettamente correlati tra loro: tale suddivisione non va dunque affrontata in modo troppo rigido (3-4). Dopo avere brevemente delineato e vagliato le notizie biografiche in nostro possesso sullo storico di Alicarnasso (4-14), Munson riserva l’ultima parte dell’introduzione ad una rassegna dei diversi approcci metodologici e dei contenuti degli articoli selezionati nel primo volume. I saggi raccolti e tradotti in inglese coprono un arco temporale che va dal 1955 al 2005 e affrontano svariati argomenti.

Il tema della prima sezione della raccolta “Antecedents, sources, credibility, and historiē” è il rapporto di Erodoto con le fonti e con gli autori a lui precedenti e contemporanei. Se l’articolo di R. Fowler “Herodotos and his contemporaries” (1996, rivisto dall’autore) approfondisce le relazioni tra lo storico di Alicarnasso e alcuni prosatori del V secolo a. C. (46-83), sottolineando il “long and mutually beneficial exchange of work” (56), il contributo di A. Momigliano “The Place of Herodotus in the history of historiography” (1958) dà invece risalto alle fonti orali e propone un’attenta analisi della ricezione delle Storie dall’antichità fino al Rinascimento (31-45). Francesco Petrarca (Rerum Memorandarum, IV. 25-26) fu, secondo lo studioso italiano, il primo in epoca moderna a rilevare la contraddizione insita nel duplice giudizio tradito dagli antichi su Erodoto, noto al contempo come il padre della storia e come narratore di favole (cfr. e. g. Cic. De Legibus I.1.5.: quamquam et apud Herodotum patrem historiae et apud Theopompum sunt innumerabiles fabulae). Secondo Momigliano i sospetti su Erodoto nacquero fin da subito – e le scelte metodologiche di Tucidide furono in questo molto influenti – per la novità e la difficoltà dell’opera che si era proposto di compiere combinando due tipi di ricerca: 1) indagine sulle guerre persiane, che si erano svolte una generazione prima; 2) viaggio in Oriente per raccogliere informazioni sul tempo passato e sulla storia recente dei popoli che vivevano in quelle regioni. Un’operazione che come dimostrano alcuni studi di orientalistica risulta in gran parte riuscita, e che sarebbe difficile “for any man at any time” (32), ma soprattutto per un autore che nel V secolo a. C. si confrontava con pochi documenti scritti e con lingue che non conosceva. Secondo lo studioso, Erodoto determinò nella ricerca storica la “preminenza delle fonti orali” che durò per secoli, fino a quando nel diciannovesimo secolo gli archivi divennero infine il principale e imprescindibile strumento dell’indagine storiografica (39).

Nella seconda parte dello studio “Herodotus and oral tradition” vengono riportati tre articoli che approfondiscono la difficile questione del rapporto di Erodoto con le tradizioni orali. Il contributo di Nino Luraghi “The stories before the Histories: Folktale and traditional narrative in Herodotus” (2005, tradotto e aggiornato dall’autore) analizza e connette tra loro i risultati ottenuti in proposito da alcuni studiosi indipendentemente l’uno dall’altro (87-112). Sono esempi di una “stratigraphic investigation” del testo erodoteo (98), che fa emergere tracce di una “preesistente tradizione di narrativa orale” (87). Piuttosto sorprendente risulta il fatto che nei casi in cui sembra lecito asserire che siamo di fronte a una “raccolta” o “rimaneggiamento” di storie già esistenti, Erodoto non dica nulla sulle fonti a cui ha attinto: i cosiddetti “Epichorioi-Zitate” solo raramente sono connessi a storie di questo tipo (110-112). L’esame di alcune tradizioni locali sembra inoltre dimostrare che la tendenza dell’autore a stabilire una corrispondenza tra il luogo da cui una determinata storia proviene e quello in cui essa si svolge risulta del tutto artificiosa (111).

Gli altri due contributi prescelti da Munson traggono spunto dai lavori di alcuni antropologi (e soprattutto di Jan Vansina) che hanno analizzato la trasmissione orale di tradizioni storiche in alcune culture africane. Se J. A. S. Evans in “Oral Tradition in Herodotus” (1980) rileva stimolanti punti di contatto tra “la storia orale africana” e la narrazione erodotea sia nella costruzione delle cronologie sia nelle forme di trasmissione (e di distorsione) della conoscenza storica (113-123), H. I. Flower in “Herodotus and Delphic traditions about Croesus” (1991) indaga con un approccio comparativo il rapporto di Erodoto con le eventuali fonti orali tramandate a proposito delle vicende di Creso (124-153). Secondo la studiosa le diverse tradizioni sul re lidio sembrano essere strettamente legate ai suoi ricchi doni al santuario di Delfi: è dunque probabile che i racconti trasmessi dai sacerdoti e dalle guide del santuario siano sopravvissuti proprio perché associati a tali “magnificent objects” (153).

Il terzo nucleo della raccolta “Causation, patterning, and the meaning of history” si apre con l’articolo di H. R. Immerwahr “Aspects of historical causation in Herodotus” (1956), uno dei più significativi contributi sulla causalità erodotea (157-193). Secondo lo studioso, Erodoto aveva già individuato su un piano prettamente umano la distinzione (poi sviluppata da Tucidide) tra cause profonde e cause immediate (190), e quest’ultime avrebbero nelle Storie una duplice funzione: 1) spiegare le azioni dei singoli individui (163); 2) sviluppare “some kind of a rational system for the connection of events” (158). L’analisi delle diverse forme di causalità presenti nell’opera induce Immerwahr a rilevare che se la causalità è uno dei mezzi di cui lo storico di Alicarnasso si serve per osservare “the complex relatedness” della realtà storica (190), essa riesce però solo parzialmente a spiegare la complessità del reale, che sfugge ad una piena comprensione razionale (192).

Nel secondo contributo di questa sezione “Herodotean historiographical patterning: ‘The Constitutional Debate’” (1984) D. Lateiner prende spunto proprio da alcune considerazioni avanzate in precedenza da H. R. Immerwahr in Form and Thought in Herodotus (Cleveland, 1966). Lo studioso tedesco aveva sostenuto che nelle Storie ricorrono frequentemente dei “patterns” che ripropongono nel corso dell’opera determinati elementi tematici e motivi narrativi. Seguendo tale “approccio strutturale” (194) Lateiner si propone di esaminare un nodo cruciale del testo (194- 211): il cosiddetto “dibattito costituzionale” che si svolge tra sette nobili persiani all’indomani della caduta dei Magi usurpatori (III, 80-82). Allargando la prospettiva all’intera opera, lo studioso ritrova anche in altre parti delle Storie gli argomenti politici illustrati in questo episodio: “Structures ... occur and reoccurr in the text in order to guide the reader through the maze of data and in order to provide signposts for the interpretative meaning to be drawn from the text” (196).

L’ultimo articolo della sezione “Herodotean kings and historical inquiry” (1994) si sofferma infine su un altro “pattern”, quello del “king inquirer”: alcuni re barbari sono protagonisti di misurazioni, esplorazioni ed esperimenti, che ricordano molto da vicino le ricerche dello stesso Erodoto. Secondo M. R. Christ in tali occasioni l’autore non solo approfondisce “the character of autocrats” (212), ma al contempo “rivede” nelle inchieste dei sovrani la sua stessa historiē, distorta e piegata a fini materialistici (212-250).

La quarta parte della raccolta “Narratology” consta di un unico testo di I. J. F. de Jong “Narratological aspects of the Histories of Herodotus” (1999, rivisto e aggiornato dall’autrice). Già Roland Barthes, uno dei padri della narratologia, aveva intuito che la storiografia sarebbe stata uno dei futuri campi d’indagine di tale branca della critica letteraria (1966) e la studiosa olandese applica in modo convincente alcune tecniche narratologiche alle Storie di Erodoto (253-291). De Jong si concentra su tre elementi: il narratore; la struttura dell’opera; e le forme di “foreshadowing” e di “suspense” esaminate in particolare nell’episodio di Atys e Adrasto (I. 34-45). L’analisi dimostra che Erodoto conosceva bene e adattò ai suoi “scopi storiografici” le tecniche narrative già utilizzate nei poemi omerici, sviluppandole ulteriormente o distanziandosi da esse (253). Emergono inoltre interessanti punti di contatto con alcuni testi ippocratici (264-267).

I contributi della penultima sezione “The uses of history” indagano i riverberi delle vicende politiche contemporanee nell’indagine erodotea del passato. Molti studiosi, basandosi soprattutto sui passi in cui viene esaltato il contributo decisivo di Atene nelle guerre persiane e sul celebre excursus sugli Alcmeonidi (VI, 121-131), hanno tacciato Erodoto di parzialità, sostenendo la sua piena adesione agli ideali periclei. H. Strasburger, nel fondamentale articolo “Herodotus and Periclean Athens” (1955), con un attento studio del testo dimostra invece che il giudizio erodoteo sulla politica ateniese dell’epoca è più complesso e profondo (295-320). In particolare le fosche previsioni di Ippia sui giorni in cui i Corinzi “sarebbero stati molestati dagli Ateniesi”, poste significativamente dopo il discorso di Socle di Corinto contro la restaurazione della tirannide ad Atene, risuonano in modo molto minaccioso (V, 93). Se la liberazione dai tiranni fece crescere Atene (V, 66), che ebbe in seguito un ruolo decisivo nella lotta contro il nemico persiano, al contempo sembra quasi che una tale potenza minacci la stabilità futura della Grecia (VI, 98).

Il testo di C. Fornara “Herodotus’ perspective” (estrapolato da Herodotus: An Interpretative Essay, Oxford, 1971) indaga il “tacito dialogo” (323) di Erodoto con i suoi contemporanei, soffermandosi sulle rappresentazioni di due figure storiche complesse: Temistocle e Pausania (321-333). Lo studioso americano, proponendo una contrapposizione (ormai superata) tra “Erodoto l’artista” che compone “esclusivamente” per i propri contemporanei e Tucidide lo “storico scientifico” che scrive per le generazioni future (322-323), focalizza la propria analisi soprattutto sugli elementi sottintesi alla narrazione (allusioni, paradossi, ironie). Erodoto nel racconto delle vicende dei due condottieri greci lascerebbe a suo avviso molto al “non-detto”, aspettandosi come i contemporanei autori tragici un’attenta partecipazione del suo pubblico (332). P. A. Stadter in “Herodotus and the Athenian archē” (1992), infine, pone in rilievo tre argomenti della narrazione erodotea (la violazione dei confini geografici, l’imposizione del phoros e l’asservimento della Ionia), che sembrano instaurare dei paralleli tra l’espansionismo orientale e la politica aggressiva ateniese all’indomani delle guerre persiane (334-356).

L’ultima sezione della raccolta Look at his end è dedicata alla parte finale dell’opera. L’articolo di D. Boedeker “Protesilaos and the end of Herodotus’ Histories” (1988, leggermente rivisto dall’autrice) affronta la feroce uccisione del governatore persiano del Chersoneso Artaicte (IX, 116-120) che con l’assenso dello stratega ateniese Santippo viene punito per avere violato il santuario di Protesilao ad Eleunte (359-378). Erodoto racconta che dopo essere stato condotto “sul promontorio dove Serse aveva aggiogato lo stretto” (IX, 120) e inchiodato ad una tavola, Artaicte viene costretto ad assistere all’uccisione per lapidazione del figlio incolpevole. La connessione tra l’ultimo persiano ucciso nella spedizione di Serse e la “misteriosa figura” mitica di Protesilao, il primo greco ad essere ucciso nella guerra di Troia (Iliade, II, 700-702), e il riferimento particolarmente emblematico al luogo esatto dell’uccisione non sembrano essere casuali: un collegamento simbolico viene instaurato tra le due più grandi “invasioni intercontinentali” (378).

C. Dewald in “Wanton kings, pickled heroes, and gnomic founding fathers: Strategies of meaning at the end of Herodotus’s Histories” (1997) tratta infine l’annosa questione della presunta incompletezza delle Storie (379- 401). Sebbene non sembri esserci una vera e propria conclusione dell’opera, un esame degli ultimi capitoli (IX, 105-122) induce la studiosa a considerare la fine delle Storie una scelta consapevole dell’autore, che rimanda ad altri “patterns” riscontrati precedentemente nella narrazione (380).

Come emerge da questa breve analisi, nella quale si è cercato di dare maggiore risalto ai contributi più innovativi e significativi di ogni sezione individuata da Munson, la raccolta di saggi proposta è un valido ausilio per chi desideri accostarsi ad alcune questioni inerenti il rapporto di Erodoto con la “narrazione del passato”. La bibliografia finale è cospicua ed è accompagnata da un indice dei passi citati e da un indice generale.

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