Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2014.04.58 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2014.04.58

Alain Blanchard, Ménandre, tome II: Le Héros; L'Arbitrage; La Tondue; La Fabula incerta du Caire. Collection des Universités de France. Série grecque, 495.   Paris:  Les Belles Lettres, 2013.  Pp. lxxi, 238.  ISBN 9782251005782.  €55.00 (pb).  


Reviewed by Giada Sorrentino, Albert-Ludwigs-Universität Freiburg (giada.sorrentino@adw.uni-heidelberg.de)

L’edizione menandrea della Collection des Universités de France si arricchisce del suo secondo tomo, dedicato alle commedie restituiteci dal papiro Cairensis (ad eccezione della Samia) e curato da Alain Blanchard.

L’opera si apre con un’introduzione generale (XI-XXXVIII) in cui l’autore, colmando un vuoto registrato nei precedenti volumi della collana, ricostruisce la vita, la produzione e la fortuna di Menandro. Al suo interno, novità rilevanti presenta la datazione di alcune commedie: accogliendo i risultati di recenti studi sulla cronologia delle opere menandree, Blanchard assegna all’anno 321 la Thais facendola divenire la prima commedia menandrea in luogo dell’Orgé, ritenuta invece vincitrice di un agone drammatico nel 315, e colloca la rappresentazione degli Epitrepontes nel 295.1 La rappresentazione degli Imbrioi è fissata al 301 sulla base del testo di P.Oxy. 1235 (Test. 52 K.-A.). In esso tuttavia si afferma che Menandro compose la commedia per presentarla alle Dionisie dell’anno dell’arcontato di Nicocle (appunto il 302/301), ma che la rappresentazione non avvenne a causa della tirannide di Lacare: la notizia avrebbe pertanto richiesto un’adeguata discussione, che invece manca.2 Le diverse tappe della fortuna di Menandro e della sua opera sono ripercorse in una quindicina di pagine la cui densità di informazione non va a scapito della piacevolezza della lettura. In modo sintetico vengono affrontate questioni di estrema importanza come quella delle ragioni e dei tempi della scomparsa delle opere menandree. Blanchard ritiene che questa, avvenuta tra il IX e il X sec., sia stata il frutto tardivo dell’opera di detrattori come l’atticista Frinico, che presentarono Menandro come uno dei rappresentanti più significativi della crisi politico-culturale cui Atene andò incontro dopo il V secolo, escludendolo perciò dal novero degli autori da imitare.

All’introduzione generale ne segue una al presente tomo, incentrata sul Cairensis (XXXIX-LI). In essa Blanchard dapprima ripercorre la storia della riscoperta e delle pubblicazioni del codice e in seguito ne illustra il contenuto e le particolarità formali senza limitarsi alla mera descrizione (condotta peraltro con precisione e chiarezza), ma tentando di risalire ai criteri che lo strutturano. Pur ammettendo l’impossibilità, allo stato attuale delle nostre conoscenze, di giungere ad alcuna certezza in proposito, Blanchard corre volentieri il “beau risque” (XLVI) di avanzare ipotesi sulla selezione di opere menandree contenute nel codice e sull’ordine in cui esse erano disposte. Perciò, considerando che quest’ultimo non era alfabetico né, probabilmente, cronologico, Blanchard immagina che il Cairensis fosse suddiviso per triadi di commedie simili per intreccio e personaggi: ad es. l’Heros e gli Epitrepontes avrebbero fatto parte di una triade caratterizzata dal fatto di mostrare madri vittime di violenza le cui pene cessano dopo un riconoscimento (XLVI n. 2).

Dopo la lista delle sigle e delle abbreviazioni e quella della bibliografia (LIII-LXXI), si passa alla trattazione delle singole commedie secondo l’ordine nel quale con ogni probabilità si succedevano all’interno del codice: all’Heros (3-20) seguono gli Epitrepontes (23-136), la Perikeiromene (139-198) e infine la Fabula Incerta (201-214). Com’è nella tradizione della collana, il testo di ogni commedia è preceduto da una “notice” introduttiva in cui Blanchard presenta ogni opera illustrando quanto si conosce dell’intrigo, della struttura e dei personaggi e discutendo ampiamente e spesso in modo originale le tematiche e gli interrogativi che la riguardano; inoltre, quando vi siano altri testimoni, li enumera e ne descrive le caratteristiche materiali, paleografiche e di contenuto. Il testo è stato stabilito, come affermato da Blanchard stesso, “sans grande prétention à l’originalité” (VIII), ma traendo profitto dai principali contributi alla sua restituzione. L’apparato, di tipo positivo, è ampio e dettagliato. La traduzione in francese a fronte è resa scorrevole dalla scelta di completare i periodi lacunosi il cui senso appaia ricostruibile dal contesto con i supplementi ritenuti più verosimili, contrassegnati in corsivo, ed è accompagnata da indicazioni didascaliche. Le note di commento poste in calce alla traduzione oppure in appendice al volume (215-233) costituiscono uno strumento utile e snello per la comprensione del testo e all’occorrenza presentano opportuni riferimenti bibliografici. Ricca è la bibliografia sul testo delle commedie.

A queste osservazioni generali è opportuno far seguire la discussione di singoli aspetti della trattazione di ogni commedia in cui sembrano risiedere novità o problemi rilevanti.

A proposito del testo dell’Heros, Blanchard dispone i piccoli frammenti del Cairensis attribuiti generalmente alla commedia allo stesso modo di Sandbach e Austin e differentemente da Arnott.3 Inoltre, come già Webster4 annovera tra i frammenti dubbi (come fr. 11) il fr. adesp. 1022 K.-A. (proveniente da P.Oxy. 862), sulla base del fatto che i resti del frammento sembrano contenere l’annuncio della nascita di un figlio ad un personaggio di nome Fidia. Al v. 69 (al termine del quale nel testo si omette l’indicazione di un dicolon) l’apparato trascura di segnalare che nel codice τι era posto tra il vocativo γύναι ed uno spazio. Nella traduzione, al v. 1 del fr. 3 il neutro τὸ καλόν sarebbe stato reso più fedelmente da un sostantivo astratto (come “la virtù” o “l’onestà”) che da “l’homme de bien”.

Nell’introduzione agli Epitrepontes Blanchard si sofferma soprattutto sul “pathétique” (23), che a suo avviso ne rappresenta il carattere fondamentale ed è legato alla sofferenza della giovane Panfile per la violenza subìta. La vicenda è molto vicina a quella dell’Alope di Euripide, che Blanchard, come numerosi interpreti (cfr. 33 n. 2), ritiene uno dei modelli principali degli Epitrepontes: tenta perciò di individuare, oltre agli elementi di prossimità tra le due vicende (dall’abuso contro una fanciulla bellissima al personaggio del padre di lei, in ambedue i casi “un être difficile” (35)), quelli che le differenziano, il più evidente dei quali è lo svolgimento di quella comica in un ambito quotidiano e cittadino regolato da leggi. Lo sfondo giuridico nel quale essa si sviluppa viene ricostruito sia per la scena dell’arbitrato sia riguardo alla situazione di Smicrine e Panfile. Nella presentazione dei personaggi lo spazio maggiore è dedicato a Smicrine, che Blanchard ritiene “vraiment le personnage principal de la pièce” (49) sminuendo a mio parere l’importanza di Carisio, dei suoi comportamenti e soprattutto del suo ravvedimento, non riducibile ad un suo ‘rubare la scena’ (227 n. 5) al personaggio del vecchio. Una maggiore considerazione per il ruolo di Carisio si accorda meglio con la bella osservazione di Blanchard sulla corrispondenza rivelata dai comportamenti dei due κύριοι di Panfile (quello presente e quello passato) nel metterne a rischio la felicità.

Per le lezioni e i supplementi scelti il testo degli Epitrepontes deve molto a quello stabilito da Furley5 nella sua ottima edizione, ma accoglie talora i suggerimenti di altri studiosi (come al v. 576, sanato secondo la proposta di Austin).6 Nella collocazione dei frammenti Blanchard mostra invece in genere maggiore prudenza rispetto ai precedenti editori: a parte quelli situabili con certezza (come il fr. 1 K.-Th., ormai identificato come l’incipit della commedia), tutti i frammenti di tradizione indiretta sono posti tra quelli “aliunde nota”, benché per ognuno di essi venga ipotizzata o discussa una collocazione; analogamente, la maggior parte dei resti trasmessici da papiri è riunita nella sezione dei “Fragmenta papyrologica nondum inserta” (eccetto quelli del P.Oxy. 4936, inseriti nelle prime due scene).7 Questa è la prima edizione degli Epitrepontes che tiene conto del contributo dei frammenti di papiri del Michigan pubblicati da Cornelia Römer nel 20128 per la ricostruzione dei vv. 692-702 della presente edizione e dei vv. 786-823. Il testo pubblicato coincide quasi perfettamente con quello della Römer, ma i frammenti lasciano ancora spazio alle congetture, come dimostra un recentissimo articolo di Furley9 contenente per essi numerose proposte di diversa integrazione. Per il v. 270 in apparato non viene indicata la lezione del codice, che per un passo così problematico sotto l’aspetto testuale sarebbe stato opportuno riportare a fini di chiarezza.

Nelle note, un errore compiuto da Blanchard (220 n. 8), come già da Furley (123), riguarda il contenuto del passo del commento al De interpretatione di Aristotele cui dobbiamo i versi 1-3 della commedia (4.5 p. XXII). Secondo entrambi gli studiosi questi vi compaiono come illustrazione del fatto che l’amore svanisce rapidamente. In realtà, l’anonimo commentatore li cita a proposito di tutt’altro: presentando un tipo di domanda (l’ἐρωτηματικός), osserva che ad esso “rapida segue la risposta”, come nel passo menandreo.

Ai vv. 397-398 pur stampando, come Furley, οἷόν τε …;, da intendere come domanda retorica (“È possibile mettere in salvo i beni di un orfanello?”), Blanchard traduce il periodo rendendo οἷον un esclamativo (“Quelle affaire c’est de sauver les biens d’un orphelin!”).

Nell’introduzione alla Perikeiromene (139-159), dopo aver ricostruito la trama, che ritiene caratterizzata da un “pathétique masculin” (139) per la centralità del personaggio di Polemone e del suo sentimento amoroso, Blanchard indaga i legami della commedia con la filosofia e la tragedia. Dapprima riflette sulla προπέτεια di Polemone, che essendo priva di premeditazione può considerarsi un ἀτύχημα, mentre in seguito ravvisa interessanti analogie sul piano dell’intreccio tra la commedia e l’Ifigenia in Tauride, accostate già in un affresco di Efeso del II sec. d. C., indicando l’opera euripidea come il modello tragico della commedia.

A proposito del v. 282 l’apparato non chiarisce quale sia il testo del Cairensis, mentre per il v. 1021 non accenna al fatto che secondo diversi studiosi (come Sandbach) la nota personae apposta sul margine sinistro si riferiva a Glicera.

Nella traduzione, la frase del v. 527 dovrebbe avere un soggetto di terza persona plurale. La traduzione del v. 748 sembra adattarsi maggiormente al testo di Sandbach che a quello adottato.

Nell’introduzione alla Fabula Incerta (201-205), per la quale nessuna identificazione è ritenuta soddisfacente, Blanchard enumera i frammenti che sono stati da alcuni studiosi (come Arnott) assegnati a quest’opera (PSI 1176, P.Oxy. 429, 2533 e 4409), affermando che non si hanno informazioni sufficienti per pubblicarli insieme ai circa 70 versi del Cairensis.

Numerosi sono i refusi, che risultano particolarmente fastidiosi quando occorrono nel testo delle commedie.10

I rilievi mossi non intendono comunque sminuire il valore che questo volume ha per la conoscenza delle commedie menandree edite e del loro principale testimone.


Notes:


1.   La datazione di Orgé e Thais segue P. Iversen, “Menander’s Thaïs: ‘Hac primum iuvenum lascivos lusit amores’”, CQ 61 (2011), 186-191, quella degli Epitrepontes E.W. Handley, “The Date of Menander’s Epitrepontes”, ZPE 178 (2011), 51-53.
2.   La notizia viene ampiamente discussa da L. O’Sullivan, “History from comic hypotheses: Stratocles, Lachares and P.Oxy. 1235”, GRBS 49 (2009), 53-79.
3.   I nomi di questi autori non seguiti da precisazioni si riferiscono rispettivamente a F.H. Sandbach, Menandri reliquiae selectae, Oxford2 1990, C. Austin, Menander, Eleven Plays, Cambridge 2013, W.G. Arnott, Menander, voll. I-III, Cambridge Mass./London 1979-2000.
4.   T.B.L. Webster, An introduction to Menander, Manchester 1974, 148 n. 1.
5.   Questo nome senza ulteriori indicazioni si riferisce a W.D. Furley, Menander, Epitrepontes, London 2009.
6.   C. Austin, “Varia Menandrea”, ZPE 175 (2010), 9-14.
7.   Seguendo E.W. Handley, “Menander, Epitrepontes”, in: The Oxyrhynchus Papyri, vol. 73, London 2009, 25-31.
8.   C. Römer, “New Fragments of Act IV, Epitrepontes 786–823 Sandbach (P.Mich. 4752 A, B and C)”, ZPE 182 (2012) 112–120; ead., “A New Fragment of End of Act III, Epitrepontes 690–701 Sandbach (P.Mich. 4805)”, ZPE 183 (2012) 33–36.
9.   W.D. Furley, “Pamphile Regains Her Voice: on the Newly Published Fragments of Menander’s Epitrepontes”, ZPE 185 (2013), 82-90.
10.   Ne cito e. g. alcuni preceduti dal numero della pagina: XXIII παιδιόν per παιδίον; XXXIV in der letzten per in den letzten; XLIII reliquia per reliquiae; 16 ἒχει per ἔχει; 35 v. 716 per v. 714; 51 μάρτημα per ἁμάρτημα; 70 E. Nünlist per R. Nünlist; 74 CAG 3.5 per 4.5, Μενάδρου per Μενάδρωι, ἔναρχος per ἔναγχος; 79 γ’ per γ’, ταῦτὰ per ταῦτα, νύκ[κ]τος per νυ[κ]τός; 81 πειρᾶν per πείραν, οὔθεις per οὐθείς, Σμικρὶνη per Σμικρίνη; 82 διπλάσιά per διπλάσια; 86 ἐπόιεις per ἐποίεις, ἐπόιουν per ἐποίουν, εποουν C riferito al v. 284 anziché al v. 274; 172 τόπον per ἄτοπον; 192 ?95 per ?951; 219 ψαλτρία anziché ψάλτρια; 228 5. per 1.

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