Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2014.04.33 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2014.04.33

Joëlle Napoli, Évolution de la poliorcétique romaine sous la République jusqu'au milieu du IIe siècle avant J.-C. Collection Latomus, 340.   Bruxelles:  Éditions Latomus, 2013.  Pp. 239.  ISBN 9782870312873.  €45.00.  


Reviewed by Luca Pulcinelli, Università di Roma La Sapienza (luca.pulcinelli@tiscali.it)

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L’obiettivo principale dell’opera di Joëlle Napoli, già autrice di un ampio studio sulle fortificazioni lineari romane,1 è quello di seguire l’evoluzione delle strategie e tattiche di assedio adottate dai Romani in età repubblicana, in particolare nel periodo compreso tra gli inizi del V e la metà del II secolo a.C. Tale importante argomento, come osservato dall’autrice, non ha ricevuto finora una trattazione complessiva e sistematica,2 oscurato dalla ricchezza e complessità della contemporanea poliorcetica greca, ma è stato affrontato solo marginalmente negli studi sulla guerra e sull’esercito nel mondo romano. Un problema fondamentale, particolarmente sentito per le fasi più antiche, è dato dalla scarsità e incerta affidabilità delle fonti storiche a nostra disposizione, tra cui la principale è Livio. Solo con l’epoca delle guerre puniche la testimonianza di Polibio offre un sicuro punto di riferimento in materia.

Nello studio, i non abbondanti dati ricavabili dalle fonti storiche vengono esposti e commentati nei vari capitoli, secondo un ordine cronologico, approfondendo i temi dei mezzi e macchine impiegati negli assedi e delle strategie e tattiche messe in atto dai comandanti. In parallelo viene affrontato il dossier delle testimonianze archeologiche, fondamentale particolarmente per la comprensione delle fasi più antiche. L’autrice sottolinea chiaramente di non voler raccogliere un repertorio esaustivo dei resti monumentali riferibili ad opere di fortificazione, quanto piuttosto offrire una documentazione di supporto a quanto ricavabile dalla testimonianza degli autori antichi, privilegiando ove possibile i resti di cinte murarie effettivamente assediate dai Romani. Contrariamente alla maggioranza degli studiosi che si sono occupati di poliorcetica antica, infatti, Joëlle Napoli afferma di essere interessata a seguire non tanto l’influsso delle tattiche belliche sull’evoluzione dell’architettura militare, quanto piuttosto l’impatto delle fortificazioni stesse sulle tecniche di assedio.3 Infine, ogni capitolo è corredato da utili tabelle riassuntive che permettono al lettore di avere una rapida visione d’insieme dei dati raccolti.

Il capitolo I affronta la più antica fase di sviluppo della poliorcetica romana, corrispondente al periodo che va dall’inizio della repubblica fino al sacco di Roma da parte dei Galli. I principali problemi che caratterizzano il periodo sono la scarsa affidabilità delle fonti storiche, segnate da frequenti anacronismi, e la completa ignoranza riguardo alle reali tattiche utilizzate negli assedi, verosimilmente ancora assai rudimentali. Tra gli episodi più significativi che caratterizzano quest’epoca primeggia il lunghissimo assedio di Veio, dai contorni leggendari, ma anche quelli di Anzio (468 a.C.), Artena (404 a.C.), Anxur (406 e 400 a.C.). Già in questa prima fase, comunque, vengono evidenziati i due principali tipi di assedio praticati dai Romani, l’oppugnatio, ovvero assalto di viva forza, e l’obsidio, ovvero il blocco: la prima tattica, secondo l’analisi della studiosa, risulta decisamente la strategia più adottata, spesso come esito di uno scontro campale. Viene infine richiamata giustamente l’attenzione sul fatto che spesso in Livio i centri assediati siano ricordati come munitissimi ed imprendibili, giudizio che parrebbe in effetti un’indiretta ammissione di impotenza della ‘poliorcétique ex virtute’ praticata al tempo dai Romani.

Nel capitolo II viene affrontato il successivo periodo dell’espansione nell’Italia centrale e meridionale, fino al 293 a.C. Per tutta questa fase, che pure vede a partire soprattutto dalla seconda metà del IV secolo, con le guerre sannitiche, un notevole incremento nel numero degli assedi, l’autrice non sembra riscontrare sensibili innovazioni nelle tattiche adottate. Unici elementi di novità sembrano essere una maggiore mobilità e coordinazione dei movimenti di truppe nell’oppugnatio, con assalti simultanei, di sorpresa e di diversione che ampliavano in qualche modo le possibilità di scelta dei comandanti. Anche per quanto riguarda l’architettura militare non si ravvisano particolari elementi di novità, sebbene tra la fine del IV e gli inizi del III secolo a.C. inizino a diffondersi soluzioni più elaborate, quali torri sporgenti e porte ‘scee’ o a tenaglia.

Per la conoscenza del cruciale periodo della prima guerra punica, oggetto del capitolo III, si può disporre della precisa testimonianza di Polibio. Il dato principale che caratterizza questa fase è l’introduzione delle macchine da guerra e delle artiglierie a torsione nella tattica militare romana,4 anche grazie all’alleanza con Siracusa. L’introduzione delle tattiche di tipo ellenistico comporta inoltre una più stretta coordinazione tra oppugnatio e obsidio e un più frequente ricorso a trinceramenti, controvallazioni e lavori di mina: esemplari risultano in proposito gli assedi di Lilibeo (250-241 a.C.) e di Agrigento (262-261 a.C.). Si deve tuttavia notare come in questa fase di ‘apprendistato’ i risultati ottenuti dai Romani contro le piazzeforti cartaginesi siano ancora piuttosto deludenti, specie se paragonati a quelli ottenuti da Pirro pochi decenni prima e da Dionisio I e dai Cartaginesi già tra la fine del V e gli inizi del IV secolo a.C. Le contromisure messe in atto dagli assediati appaiono però piuttosto semplici e più legate all’ideazione di stratagemmi ed astuzie piuttosto che all’uso di specifiche macchine, in linea con le prescrizioni di Enea Tattico.

Il capitolo IV è interamente dedicato alla seconda guerra punica: il conflitto, che comportò un numero particolarmente elevato di assedi, costituisce un altro importante momento di svolta nell’evoluzione della poliorcetica di età repubblicana. I Romani infatti, soprattutto dopo le vittorie su Siracusa (212 a.C.), Taranto e Cartagena (209 a.C.), sono sistematicamente dotati di tutte le macchine d’assedio e d’artiglieria diffuse al tempo, e sono ormai in grado di affrontare prove particolarmente dure e complesse, come l’assedio di Siracusa, ma anche di sviluppare tattiche complesse, comportanti assalti coordinati, diversioni, estesi trinceramenti e opere d’assedio, come a Utica (204-203 a.C.). Ancora in quest’epoca le difese degli assediati risultano sostanzialmente semplici: sistematico è il ricorso alle sortite, eventualmente coordinate con l’arrivo di rinforzi esterni, mentre solo alcune piazzeforti di primaria importanza sembrano disporre di artiglierie e di altre macchine da contrapporre agli attacchi degli assedianti, come quelle celebri realizzate da Archimede a difesa di Siracusa. Il perfezionamento dell’architettura militare è certamente all’origine dei non pochi assedi di lunga durata e del ricorso ad astuzie e tradimenti, tuttavia la frequenza degli assalti di viva forza sembra indicare come fossero ancora numerosi i centri dotati di fortificazioni di scarsa efficienza.

Nel capitolo V vengono infine affrontati gli eventi delle guerre macedoniche e della guerra siriaca, corrispondenti alla prima metà del II secolo a.C., ovvero il momento cruciale del confronto tra i Romani e quelli che al tempo erano considerati i più avanzati conoscitori della poliorcetica. In primo luogo si deve notare che i Romani sono ormai provvisti costantemente di macchine da guerra ed artiglierie, sebbene appaia chiaro come preferiscano ove possibile lasciare l’uso di queste ultime ai loro alleati greci, la cui superiorità in materia doveva essere dunque evidente e riconosciuta. I Romani tuttavia risultano ormai pienamente partecipi delle tattiche della poliorcetica ellenistica, padroneggiando l’uso di arieti e altre macchine, nonché la realizzazione di controvallazioni ed altre opere d’assedio (Oreo, 199 a.C.; Ambracia, 189 a.C.; Cassandrea, 169 a.C.). Va osservato comunque come, sia da parte dei Romani sia dei loro avversari, si persegua una sostanziale economia di mezzi e di tempo, concentrando gli sforzi solamente contro le piazzeforti strategicamente più significative. Nella difesa dei centri assediati, ormai generalmente muniti di fortificazioni di notevole efficacia (torri disposte con regolarità, tracciati a denti di sega, porte a camera interna o a percorso obbligato), un ruolo di primo piano è svolto da sortite e violenti contrattacchi, mentre l’uso delle artiglierie e di altre macchine risulta sorprendentemente marginale, apparentemente molto al di sotto delle prescrizioni dei trattatisti.

Lo studio di Joëlle Napoli, che ha il pregio di prendere in considerazione una documentazione quanto più possibile ampia, non limitandosi come consueto ai casi più eclatanti, restituisce un’immagine certamente più complessa e contraddittoria dello sviluppo della poliorcetica nei primi secoli dell’età repubblicana. Il principale risultato cui giunge la studiosa, ovvero l’assoluta preminenza nella tattica romana dell’assalto di viva forza, forse eccessivamente estremizzato, contrasta con le opinioni più diffuse e richiederebbe alcuni approfondimenti ulteriori, in particolare sulla reale consistenza delle fortificazioni espugnate in tal modo.5 Un secondo aspetto che, sulla base degli studi di Yvon Garlan, avrebbe potuto essere proficuamente sviluppato è il rapporto della poliorcetica con l’evoluzione dell’ordinamento militare romano, soprattutto in confronto con l’organizzazione degli eserciti ellenistici.6 Anche il ritardo e l’apparente difficoltà nell’introduzione delle macchine belliche nella tattica romana, in particolare per quanto riguarda le artiglierie, sembrerebbero collegati non solo a differenti tradizioni militari, ma anche ad un più generale problema di differenza di livello tecnologico e scientifico.7 Di estrema importanza appare infine l’osservazione della sostanziale assenza di macchine e artiglierie tra le armi impiegate dagli assediati ancora nella prima metà del II secolo a.C. (p. 155): il dato appare decisamente interessante e forma un singolare contrasto non solo con quanto consigliato nei trattati del tempo, ma anche con le evidenze archeologiche (pp. 162-163). Anche in questo caso l’autrice ha il merito di aver evidenziato una situazione contraddittoria, che sarebbe stimolante analizzare in maniera più approfondita.

In conclusione, non pochi sono gli elementi d’interesse evidenziati dall’autrice, purtroppo solo in parte sviluppati in maniera esaustiva. Va notato inoltre come una bibliografia limitata e non sempre aggiornata costituisca senza dubbio il maggior punto debole dell’opera.8


Notes:


1.   J. Napoli, Recherches sur les fortifications linéaires romaines, Rome 1997.
2.   Vanno però citati almeno P. B. Kern, Ancient siege warfare, Bloomington 1999, pp. 251-285; R. Sáez Abad, Artilleria y poliorcética en el mundo grecorromano, Madrid 2005; P. Sabin, H. Van Wees, M. Whitby (edd.), The Cambridge History of Greek and Roman warfare. I. Greece, the Hellenistic World and the Rise of Rome, Cambridge 2007, pp. 447-460.
3.   Si deve notare però come tale anomala scelta finisca per limitare, forse in maniera ingiustificata, la quantità delle informazioni ricavabili dallo studio delle antiche cinte murarie. Inoltre, in tal modo si nega il vivo e costante rapporto dialettico tra architettura militare e poliorcetica: rapporto ben chiaro ai trattatisti antichi ed analizzato da Y. Garlan, Recherches de poliorcétique grecque, Paris 1974, p. 268, che evidenzia al contrario un ritardo sensibile delle fortificazioni rispetto alle innovazioni introdotte nella strategia militare.
4.   L’autrice riporta giustamente al tempo della guerra contro Taranto e della spedizione di Pirro, nel primo quarto del III secolo a.C., l’introduzione delle macchine da guerra e delle artiglierie nel mondo romano. Alcune osservazioni di carattere archeologico (V. Benvenuti, The introduction of artillery in the Roman world: hypothesis for a chronological definition based on the Cosa town wall, in MAAR, 47, 2002, pp. 199-207; F. Russo, L’artiglieria delle legioni romane, Roma 2004, pp. 85-119) potrebbero aggiungere elementi per la definizione di questo complesso problema.
5.   P. Fontaine, Cités et enceintes de l’Ombrie antique, Bruxelles 1990, pp. 45-48 osserva al contrario come nel IV secolo a.C. i Romani evitino di attaccare direttamente le grandi città etrusche, all’interno di una strategia piuttosto cauta e simile a quella adottata in Grecia fino al tempo della guerra del Peloponneso. La facilità con cui sembrano venir conquistati diversi siti deve forse essere imputata alla scarsa efficacia delle loro difese.
6.   M. M. Sage, The Republican Roman Army. A Sourcebook, New York 2008, in particolare pp. 276-277.
7.   In questo senso L. Russo, La rivoluzione dimenticata, Milano 2006, in particolare pp. 271-277.
8.   Limitatamente alla sola Italia centro-meridionale sarebbe stato utile fare riferimento almeno a M. Miller, Befestigungsanlagen in Italien vom 8. bis 3. Jahrhundert vor Christus, Hamburg 1995; L. Quilici, S. Quilici Gigli (edd.), Fortificazioni antiche in Italia. Età repubblicana, Roma 2001; H. Tréziny, Aspects des fortifications urbaines de la Grande-Grèce dans la deuxieme moitié du IV s. av. J.-C., in Atti del XLIII Convegno di studi sulla Magna Grecia, Taranto 2004, pp. 595-631; R. Sconfienza, Fortificazioni tardo classiche e ellenistiche in Magna Grecia, Oxford 2005; La città murata in Etruria, Atti del XXV Convegno di studi etruschi ed italici, Pisa-Roma 2008; O. De Cazanove, Civita di Tricarico I, Rome 2008; Quarto Seminario internazionale di studi sulle mura poligonali, Alatri 2012.

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