Bryn Mawr Classical Review

BMCR 2014.04.24 on the BMCR blog

Bryn Mawr Classical Review 2014.04.24

Paolo Accattino, Michele Curnis, Aristotele, La Politica, Libro III. Aristotele. La Politica, 3.   Roma:  "L'Erma" di Bretschneider, 2013.  Pp. 273.  ISBN 9788882659219.  €100.00.  


Reviewed by Federico Zuolo, University of Pavia (federico.zuolo@unipv.it)

[The Table of Contents is listed below.]

Il volume, che qui si presenta e che porta le firme di due curatori (Paolo Accattino per l’introduzione, la traduzione italiana e il commento; Michele Curnis per il testo greco, gli apparati critici e le note testuali), è il terzo tomo della nuova edizione della Politica di Aristotele diretta da Lucio Bertelli e da Mauro Moggi. In questa edizione ogni volume è curato da studiosi diversi per quanto riguarda la parte tematica, mentre la curatela di Michele Curnis per quel che concerne gli aspetti filologici assicura l’unitarietà delle scelte testuali e critiche.

Il discorso portato avanti da Aristotele all’interno del III libro della Politica si articola in quattro grandi blocchi tematici: le nozioni di costituzione, città e cittadino; i criteri in base ai quali distinguere e classificare i diversi tipi di costituzione; le qualità pertinenti alla gestione politica e i titoli legittimi per governare la città; le varie forme di regalità e, quindi, il serrato confronto dialettico con Platone volto a presentare come eccezionale l’adozione di una regalità assoluta.

Su ciascuna di queste quattro sezioni il contributo offerto da Accattino si rivela esaustivo e puntuale, ma anche mirabilmente chiaro nell’esposizione e, quindi, di grande utilità per comprendere a fondo il ragionamento di Aristotele e i numerosissimi (e spesso impliciti) riferimenti che il filosofo fa ai predecessori e, tra questi, soprattutto a Platone. È questo, per esempio, il caso dei capitoli conclusivi del libro, all’interno dei quali Aristotele affronta il tema della basileia assoluta, che Platone nel Politico sembra considerare come l’unica forma corretta di costituzione. Al riguardo, però, l’argomentazione dello Stagirita presenta un andamento talmente tortuoso da risultare a prima vista bizzarro (p. 240). Ed è proprio in situazioni come queste che si possono più immediatamente apprezzare gli interventi esplicativi di Accattino e la profonda conoscenza da questi posseduta riguardo alle opere di Platone e di Aristotele. Se è vero che ad una prima lettura della sezione in questione il ragionamento aristotelico può apparire in qualche modo poco lineare, è altrettanto vero che uno studio come quello condotto nel presente volume riesce a ricostruire il ragionamento del filosofo in maniera tale da chiarire le posizioni assunte da questi e da dimostrare la coerenza interna di una trattazione che si sviluppa per diversi capitoli e attraverso diverse diramazioni argomentative.

Relativamente al tema specifico, Accattino mostra chiaramente che Aristotele si mostra d’accordo con Platone solo in linea di principio. Per lo Stagirita la regalità assoluta si può considerare come la soluzione istituzionale migliore soltanto se colui che detiene il potere è dotato di una virtù eccedente le virtù di tutti gli altri cittadini. Tuttavia, dal momento che una siffatta condizione risulta soddisfatta in casi del tutto eccezionali, anche l’adozione di un governo assoluto di un singolo individuo non potrà che essere ammessa in casi straordinari e identificata come una opzione di natura altrettanto eccezionale, non certo normale come, invece, avrebbe teorizzato Platone (cfr., al riguardo, il cap. 11: pp. 97 s., 195 s.). Non c’è dubbio che le posizioni di Aristotele appaiano tanto più divergenti rispetto a quelle assunte da Platone quanto più il ragionamento del primo passa a prendere in esame la realtà effettiva e, quindi, il tipo di uomini che si trovano in una data città. Per lo Stagirita, infatti, una costituzione non può essere proposta senza tenere nella dovuta considerazione la realtà concreta di riferimento (17, 1288a 6 ss. a p. 139 e 140 con esaustivo commento a p. 237-238).

Evidentemente, nel caso specifico, come in tanti altri casi simili, la differenza tra discepolo e maestro è in gran parte giocata sul criterio della effettiva praticabilità e della concreta realizzazione di una idea politica: spesso, come viene ribadito in diversi passaggi dell’introduzione e del commento al III libro della Politica, Aristotele misura sul piano della empeiria ciò che Platone propone indipendentemente (e a prescindere) dal confronto con la storia e, in generale, il primo – diversamente dal secondo – si premura di stemperare e rimodulare la nozione stessa di competenza politica necessaria per adire una carica di governo, non senza aver prima messo in discussione la nozione di techne proposta dal maestro e, nella fattispecie, l’assimilazione tra sapere tecnico e competenza politica da quest’ultimo ribadita nel Politico. Per Platone, infatti, se è vero che per ogni dominio pratico e teoretico rilevante esistono pochissimi individui competenti, sarà altrettanto vero che relativamente alla politica, che rappresenta “la suprema tecnica d’uso” e che richiede un sapere altamente specialistico (p. 15), gli esperti saranno talmente pochi che nella migliore delle ipotesi difficilmente capiterà di individuarne più d’uno; pertanto, una volta individuato ed eletto il tecnico, le competenze degli altri non potranno che essere considerate come delle mere pratiche strumentali incapaci di valutare la bontà dell’operato del vero esperto. Per Aristotele, invece, in ognuno di questi dominii si possono individuare diverse figure dotate – ciascuna – di competenze tali che si presentano come rilevanti anche se si dovesse trattare di competenze di basso livello; di conseguenza, pur ammettendo che i possessori delle più alte cariche di governo debbano necessariamente essere gli aristoi, non è da escludere che anche coloro che non sono aristoi possano comunque giocare un ruolo nella gestione politica a patto che questo ruolo risulti essere commisurato alle capacità e alle competenze possedute da ogni singolo individuo coinvolto.

Tra i meriti da riconoscere al volume, un posto di rilievo va sicuramente assegnato a quelle sezioni in cui viene chiarito, enfatizzato e valorizzato l’insieme complesso degli strati logici e argomentativi nei quali si articola il discorso aristotelico. Se, in estrema sintesi, possiamo dire che il primo libro della Politica, affrontando temi socio- antropologici, presenta una impostazione tale da funzionare come una sorta di premessa agli argomenti trattati nel corso dell’opera; e se nel secondo libro Aristotele entra nel vivo del discorso sulle costituzioni passando in rassegna e analizzando – non senza avanzare obiezioni e critiche – le politeiai teoriche e quelle in vigore in alcune città, nel terzo libro si dispiega appieno tutta la “multidimensionalità” dell’analisi aristotelica. Qui, l’attenzione per i contesti specifici risulta coniugata e costantemente accompagnato da uno sguardo generale a ciò che è per natura; l’approccio descrittivo risulta saldamente intrecciato ai diversi interventi non solo di carattere normativo, ma anche interpretativo. Né è difficile individuare quella sensibilità tipicamente aristotelica per “il dirsi in molti modi” di diverse nozioni fondamentali. Al riguardo, si può citare come esempio il caso in cui Aristotele indaga la “vera” natura della oligarchia e della democrazia e a proposito del quale l’autore del commento non manca di fornirci una analisi chiara e convincente. Anche su questo tema si registrano alcune assonanze con Platone; ma il livello di elaborazione del discorso aristotelico si presenta senz’altro più elevato e, di sicuro, più completo e meglio argomentato. Per lo Stagirita, dunque, “vi è oligarchia quando sono signori del governo coloro che posseggono le sostanze e democrazia quando, viceversa, lo siano coloro che non dispongono di grandi sostanze, ma sono poveri” (8, 1279b 17 ss.). Evidentemente, l’essenza delle due forme di governo è da individuare non tanto nell’essere rispettivamente un governo di pochi e uno di molti, quanto piuttosto nell’essere un governo dei ricchi, nel caso dell’oligarchia, e un governo dei poveri, nel caso della democrazia. Che, poi, il governo dei ricchi sia anche quello dei pochi e che il governo dei poveri sia anche quello dei molti, dipende solo dal fatto che queste proprietà sono da intendere come “accidenti di per sé” dei due regimi e non come parte della loro essenza (p. 185). Come giustamente rileva Accattino, l’innovazione principale di questo tipo di lettura proposto con grande convinzione da Aristotele consiste senza dubbio nel fatto che il filosofo, per classificare le costituzioni, provi a impostare tutto il discorso utilizzando (ed eleggendo come migliore e più pertinente) un criterio non di tipo numerico/formale – come, invece, aveva precedentemente provato a fare –, ma di tipo per così dire “sostanziale”: ciò che conta maggiormente è stabilire non tanto il numero dei governanti, quanto il loro status economico- sociale, poiché è questo che determina ciò in vista del quale una certa forma di governo si esprime e procede.

Non potendo, per ragioni di spazio, continuare a dar conto nel dettaglio del grande lavoro compiuto da Accattino, ci limitiamo a chiudere questa recensione ripercorrendo, rapidamente, alcune delle considerazioni più dirimenti avanzate da Accattino a proposito della collocazione di Politica III rispetto agli altri libri che compongono l’opera. Prima di procedere in questo senso, però, è giusto e doveroso riconoscere i meriti di Michele Curnis che si è occupato dell’edizione critica, fornendo ai lettori una ampia messe di dati per pervenire alla ricostruzione di un testo che anche da questo punto di vista presenta tutta una serie di difficoltà sulle quali non è il caso di insistere in questa sede.

Come è noto, diversi studiosi si sono confrontati sulla questione del rapporto intercorrente soprattutto tra il III della Politica e i libri in cui Aristotele tratta della migliore costituzione (VII-VIII). Nel 1923, Werner Jaeger ipotizzò che il libro III facesse parte, insieme al II e alla coppia VII-VIII, di una “Urpolitik” dai tratti marcatamente platonici e che solo successivamente fossero stati aggiunti i libri IV-VI di carattere più squisitamente empirico e realistico e, quindi, anche il I, anch’esso databile al periodo più recente (ca. 334-323). Sebbene questa tesi abbia ricevuto diverse repliche e l’interpretazione in chiave platonica sia ormai poco plausibile, il volume di Accattino-Curnis ha il merito di fornire alcune osservazioni inequivocabili per mettere definitivamente in discussione la validità di ogni ipotesi volta a negare la profonda unità testuale della Politica. Accattino ribadisce che i libri VII-VIII non possono essere considerati come la diretta continuazione del III perché il programma enunciato nelle ultime linee di III 18 non corrisponde perfettamente alla migliore costituzione delineata nel VII e nell’VIII: l’aristocrazia considerata come la costituzione migliore alla fine del libro III presenta caratteristiche diverse dalla costituzione aristocratica a cui Aristotele fa riferimento nei libri VII-VIII. Quella dei libri finali della Politica è, infatti, una comunità di simili ed eguali per condizione e virtù p. 21); l’aristocrazia del libro III, invece, sembra essere meno esigente e ristretta. Qui, Aristotele si premura di delineare una forma di aristocrazia in cui troviamo la condivisione di un interesse comune tra governanti e governati; nei libri VII e VIII, invece, chi è escluso dall’accesso alle cariche politiche non fa nemmeno parte della cittadinanza e il suo interesse non è preso nemmeno in considerazione. Al contrario, vi sono buone ragioni per considerare come conseguenti e linearmente collegati i temi trattati da Aristotele nei libri III e IV. In quest’ultimo, infatti, si riprendono e si sviluppano idee già tratteggiate nel libro III; resta invariata l’attenzione per le condizioni socio- economiche delle componenti della città e continua ad essere adottato come criterio per l’individuazione dei regimi politici non tanto il numero di coloro che accedono al potere, quanto lo status economico e sociale di questi. Anche l’approccio con la materia che il filosofo mette in atto nel libro III presenta più assonanze con il tipo di indagine condotto nel IV, ma anche nel V e nel VI. In questo senso punta, per esempio, l’attenzione mostrata dallo Stagirita per la realtà e per le condizioni date anche quando il discorso (soprattutto nel IV libro) verte sulla migliore costituzione, che, diversamente da quella descritta negli ultimi libri della Politica, è da considerare come la “migliore” per il maggior numero delle città e non certo la “migliore” in senso assoluto.

In conclusione, dunque, se è vero che – come dice Accattino – il III della Politica è un “libro di problemi e di difficoltà da risolvere” (p. 11), è anche vero che il lavoro condotto dai curatori del presente volume si rivela perfettamente in grado di gestire nel migliore dei modi la complessità di uno dei libri meno facili di tutta la Politica e di dar conto della fitta e multiforme rete di riferimenti intra-testuali, inter-testuali ed extra-testuali che il testo propone.

Table of Contents

Introduzione al libro III – p. 7
Bibliografia – p. 27
Sigle e abbreviazioni usate negli apparati critici – p. 41
Testo e traduzione – p. 57
Commento – p. 145
Note testuali – p. 245
Appendix coniecturarum – p. 263
Indici – p. 269
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