Bryn Mawr Classical Review

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Bryn Mawr Classical Review 2014.03.21

Philippe Lafargue, Cléon: le guerrier d'Athéna. Scripta antiqua, 52.   Bordeaux:  Ausonius Éditions, 2013.  Pp. 354.  ISBN 9782356130846.  €25.00 (pb).  


Reviewed by Vittorio Saldutti, Università degli Studi di Bari (vittoriosaldutti@libero.it)

L’idea che anima questo volume emerge sin dalla sua organizzazione: nel tracciare la biografia di Cleone l’autore ha infatti scelto un percorso a ritroso, che comincia – dopo una necessaria premessa sulla natura delle fonti – dai suoi ultimi anni di vita, quelli in cui contese ai settori conservatori l’egemonia politica sulla città, per proseguire con il meno conosciuto periodo che precede la sua ascesa. Il motivo di tale scelta è dichiarato nell’introduzione generale (pp. 13-16), dove si sottolinea che l’azione del demagogo, resa poco intellegibile da una tradizione quasi totalmente ostile, può essere compresa e rivalutata solo se la si colloca nel contesto complessivo del conflitto con Sparta, con tutto ciò che esso comportò per Atene. Da questa considerazione nasce la decisione di invertire la normale sequenza cronologica.

Alla biografia del politico l’autore premette una storia della tradizione antica e moderna (pp. 19-35). Per quel che concerne le fonti antiche, vengono passati in rassegna i motivi che possono avere generato, già presso i contemporanei, un giudizio così fortemente e concordemente negativo. Sia nel caso di Tucidide che in quello di Aristofane l’attenzione è posta sulla possibilità che il ritratto a tinte fosche del politico, comune ai due, origini dal risentimento personale suscitato in entrambi i casi da azioni giudiziarie intentate dal demagogo. Sebbene una simile spiegazione non vada scartata, Lafargue arriva alla condivisibile conclusione secondo cui si tratterebbe piuttosto, in Aristofane e Tucidide, di un contrasto con Cleone di ordine generale, politico e culturale: le loro narrazioni sarebbero poi divenute la matrice di tutta la tradizione successiva.

Meno convincente è la svalutazione che lo studioso fa di questa tradizione – cosa che spiega il suo ridotto impiego nel corso del libro – basata sulla convinzione che le fonti recenziori, a partire da quelle di IV sec. a.C., non hanno fatto altro che replicare quanto già elaborato alla fine del V sec. a.C. Tale giudizio (dal quale sono esclusi gli scolii ad Aristofane, di cui lo studioso fa abbondante uso nel corso del volume) muove dalla constatazione che non solo i contemporanei, ma anche gli autori di epoca posteriore esprimono un giudizio assolutamente ostile a Cleone. Un rilievo che non tiene adeguatamente conto, secondo chi scrive, che una medesima conclusione può essere raggiunta anche muovendo da differenti punti di vista, come avviene per autori come Teopompo e Idomeneo di Lampsaco, che concentrano la loro attenzione sulla fase di formazione della biografia umana e politica di Cleone, trascurata dalle fonti a lui contemporanee, ma esprimono un giudizio ugualmente negativo, sebbene diversamente argomentato.

Della disamina sugli studi moderni dedicati a Cleone va segnalata la sezione relativa agli studi francesi a cavallo della grande rivoluzione. Al contrario colpisce il sostanziale silenzio sugli studi tedeschi del XIX secolo, mancando del tutto il nome di Johann Droysen (fondamentali le prefazioni alle commedie nell’edizione di Aristofane da lui curata), e risultando troppo cursori i riferimenti ai lavori di Julius Beloch ed Eduard Meyer. Meritevoli di qualche rigo in più, soprattutto nella prospettiva perseguita dall’autore, sono gli studi anglosassoni della seconda metà del secolo scorso, che si sono mossi in buona parte verso una complessiva riconsiderazione delle scelte del politico, sia di politica interna che estera.

Proprio alla politica estera è dedicata la prima delle due parti in cui è suddiviso il libro, quella in cui il giudizio su Cleone matura dal bilancio della sua strategia militare alla luce di quella di Pericle. Il problema del rapporto tra i due, che l’autore mette a fuoco sin dall’inizio di questa sezione del lavoro (pp. 41-44), è inizialmente posto dalla tradizione che vuole il futuro demagogo, allora astro nascente della politica cittadina, avversario di Pericle nel suo crepuscolo. Idomeneo e Sozione (rispettivamente FGrHist 338 F 9 e F 13 Wehrli) fanno il nome di Cleone tra i possibili promotori dell’ondata di attacchi giudiziari che travolse l’alcmeonide e la sua cerchia all’indomani e immediatamente dopo lo scoppio della guerra. Lafargue pone l’accento sulle contraddizioni tra le fonti, ritenendo impossibile essere certi di un coinvolgimento di Cleone nei processi sulla base di queste testimonianze. Egli va anche oltre, ipotizzando, sulla scorta di un’intelligente ma non del tutto convincente lettura di Plut. Per. 33.7, che Cleone sia stato nei suoi anni giovanili sodale del grande stratego. Il conflitto che li vide contrapposti, testimoniato inequivocabilmente dal medesimo passo plutarcheo che riporta anche alcuni versi del comico Ermippo (F 47 K-A), viene derubricato a discussione interna al fronte democratico su aspetti secondari di gestione della strategia militare. Se è assolutamente lecito ritenere le fonti sui processi non fededegne e di conseguenza poco sicuro un coinvolgimento di Cleone, è molto più problematico avanzare l’ipotesi di un rapporto di amicizia politica tra lui e Pericle, apertamente contraddetto da alcune fonti e non testimoniato da nessun’altra.

Tale modo di procedere è particolarmente pericoloso, tanto più che questa ipotesi è il presupposto di parte delle successive argomentazioni, a cominciare dal giudizio sulla proposta avanzata da Cleone nell’assemblea chiamata a decidere sulla sorte dei ribelli mitilenesi (pp. 45-49). Lo studioso pensa che la mozione sostenuta dal demagogo sia in linea con quanto fatto da Pericle in precedenza: lo scarto è dovuto esclusivamente al mutato contesto in cui si tiene il confronto con Diodoto.

Allo stesso modo l’autore sostiene che la presa di Sfacteria, l’episodio più noto della biografia di Cleone, a cui viene dedicato il terzo capitolo (pp. 52-59), ben si inquadra nella strategia periclea dell’epiteichismos, e che la richiesta di rientrare in possesso dei territori e delle città perse con la pace del 446 – ritenuta dallo studioso accettabile nel contesto in cui si tiene il dibattito – non collide con il consiglio dello stesso Pericle di non provare ad espandere l’impero.

Nel capitolo seguente (pp. 61-70) viene affrontato il tema, centrale per la valutazione del personaggio, della amministrazione dell’impero nella fase di massimo consenso del politico in città. Dopo la cattura degli Spartiati a Sfacteria Cleone ottenne onori senza pari e conquistò un autorità tale da consentirgli di praticare fino in fondo la sua proposta politica: una ripresa dei lavori sull’Acropoli con la costruzione del tempio di Atena Nike; l’innalzamento del phoros; l’aumento da due a tre oboli dell’indennità per i giudici. In questi provvedimenti Lafargue non vede alcuna novità, ma solo la ripresa di quelle politiche che erano state proprie, alcuni decenni prima, del suo predecessore, rese ancora più necessarie dallo stato di guerra in cui si trovava la città.

La prima parte della monografia termina con l’analisi dell’ultima spedizione che vide Cleone impegnato nel Chersoneso contro Brasida (pp.71-81). Nel dibattito che ha visto divisi storici ed epigrafisti circa l’ampiezza dei suoi successi militari su questo fronte, l’autore preferisce, secondo un principio di prudenza, schierarsi con chi tende a non esagerarne le dimensioni, attenendosi, per quanto concerne il numero delle città riconquistate, al dettato tucidideo, contro cui muove, però, alcune osservazioni critiche relativamente alla narrazione della battaglia di Anfipoli, in cui trovarono la morte entrambi i comandanti. Questa conclusione viene raggiunta mettendo a confronto le narrazioni di Diodoro e di Tucidide, che raccontano differentemente lo svolgimento dello scontro e valuterebbero, a giudizio di Lafargue, in maniera antitetica la responsabilità di Cleone nella rotta ateniese. A tal riguardo occorre rilevare che lo studioso, pur analizzando complessivamente con cura le fonti e la bibliografia sulla battaglia, tende a banalizzare le obiezioni, spesso puntuali, mosse da più di uno studioso al testo diodoreo.

Come la prima parte del lavoro si basa fondamentalmente su Tucidide, così la seconda, che ha per argomento la collocazione di Cleone nel contesto sociale ateniese, prende le mosse dalla descrizione del politico che si ricava dagli attacchi mossi nei suoi confronti da Aristofane. L’intento dello studioso è di decostruire lo stereotipo del politico corrotto che la commedia e le altre testimonianze da essa dipendenti hanno restituito. Di queste fa parte lo scolio ai Cavalieri che fa risalire la fortuna del demagogo al possesso di una concia (44b), in base al quale Hermann Lind (Der Gerber Kleon in den “Rittern” des Aristophanes, 1991) ha teorizzato uno scontro personale con il poeta, portavoce di quanti erano infastiditi dalle esalazioni nauseabonde che provenivano dalla bottega. Lafargue contesta a buon diritto questa riduttiva ricostruzione prima di procedere al confronto – è il primo a farlo – delle due opposte ricostruzioni dell’albero genealogico di Cleone proposte da John Davies e Francois Bourriot, da cui dipende l’individuazione della sua posizione sociale. La preferenza accordata, in base a puntuali argomenti, all’ipotesi avanzata dallo studioso britannico, secondo cui il politico proveniva da una ricca famiglia pienamente inserita nell’élite cittadina, consente di avanzare l’ipotesi, per la verità sostenuta solo da confronti con la realtà economica del IV sec. a.C., che il capopopolo derivasse solo una parte del suo benessere da attività artigianali, prese a pretesto dal comico per muovere un attacco che avrebbe avuto altre motivazioni. Queste sono individuate più avanti nel testo (pp. 125-135), quando l’autore analizza le testimonianze relative allo scontro tra Cleone e i cavalieri, in particolare alcuni frammenti teopompei (FGrHist 115 FF 93 e 94). L’intera ricostruzione dell’episodio viene descritta da Lafargue come il frutto di un’errata interpretazione da parte delle fonti tralatrici del testo dello storico chiota, che si sarebbe limitato a registrare ancora una volta le critiche della commedia nei confronti del demagogo. L’autore, preferendo ancora una volta una contorta lettura del testo di Aristofane alla fonte storica di IV sec. a.C., ipotizza che il contrasto sia l’esito di una truffa sulla qualità degli equipaggiamenti in pelle della cavalleria ingigantita ad arte dal commediografo che sosteneva, nel quadro di una città che si divide con sempre maggiore frequenza in opposte fazioni, quella avversa al demagogo.

Nel ben costruito settimo capitolo (pp. 111-123) vengono passati in rassegna i diversi topoi comici, spesso privi di fondamento, tramite i quali viene costruita l’immagine negativa di Cleone. L’unico aspetto non del tutto persuasivo di queste pagine riguarda il modo di parlare in pubblico del politico. L’autore ridimensiona il valore delle testimonianze i cui esso era descritto come sguaiato, scomposto e aggressivo, totalmente differente da quello tradizionale, e impiega il testo tucidideo come prova delle sue capacità retoriche, tuttavia Tucidide semplicemente non commenta il modo di presentarsi in pubblico di Cleone, ma espone solo il contenuto della sua proposta politica.

Nell’ultimo capitolo della seconda parte l’autore utilizza la testimonianza della Costituzione degli Ateniesi aristotelica (28,2-3) per negare validità a quegli studi che hanno posto l’accento sugli aspetti innovativi dell’azione politica di Cleone (pp. 139-148). Il riferimento è al fondamentale lavoro di Walter Connor (The new politicians of fifth-century Athens, 1971, seconda edizione 1992), la cui tesi centrale costituisce il bersaglio dell’intero volume che qui si recensisce. È proprio questo esplicito antagonismo l’aspetto di maggiore debolezza della ricerca, orientata più a costruire il controcanto ad un’ipotesi moderna che una critica puntuale delle fonti antiche. Sono trascorsi oltre quarant’anni dalla pubblicazione della monografia dello studioso americano e da allora non sono mancati i punti di vista di chi ne ha messo in discussione l’impianto generale e singoli aspetti: ciò ha prodotto una centralità della dicotomia innovazione/continuità che ha ingabbiato l’interpretazione storica della figura di Cleone. “Dimenticare” Connor e leggere le fonti liberandosi dall’esigenza di doverle selezionare tra quelle funzionali a sostenere o contestarne la chiave di lettura è indispensabile per evitare il pericolo, in cui sono spesso caduti quanti, incluso Lafargue (pp. 151-155), hanno utilizzato questo metodo, di valutare il valore di Cleone alla luce di quanto fatto da Pericle.

Da un punto di vista editoriale nel volume si individuano pochi refusi, ma la lettura è resa talvolta disagevole dalla scelta di collocare le note, che rappresentano metà del lavoro e in cui viene sviluppata una parte importante delle argomentazioni, alla fine del testo.

In conclusione, il volume raggiunge l’obiettivo di fornire una sintesi degli studi più importanti degli ultimi decenni su Cleone, ma fallisce nel tentativo di presentare un convincente punto di vista alternativo sulla sua figura.

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