BMCR 2013.07.51

Inscriptions grecques d’Iran et d’Asie centrale

, Inscriptions grecques d'Iran et d'Asie centrale. Corpus inscriptionum Iranicarum, Part II: Inscriptions of the Seleucid and Parthian periods of eastern Iran and central Asia, Vol. I: Inscriptions in non-Iranian languages, 1. London: School of Oriental and African Studies, 2012. Pp. 326; 82 p. of plates. ISBN 9780728603974.

L’attenzione degli studiosi nei confronti della presenza greca nel plateau iranico e nell’Asia centrale (in particolare per il periodo da Alessandro Magno in poi) si sta caratterizzando negli ultimi anni da una serie di lavori che aiutano sensibilmente, se non sostanzialmente, a mettere in luce una realtà per molti aspetti complessa, non solo dal punto di vista politico ed evenemenziale e in cui, forse più che altrove, vi è bisogno di un lavoro d’équipe per coniugare saperi diversi e cogliere, in modo non parziale, intersezioni e interazioni culturali complesse. Il volume in oggetto, che si deve alle attente cure di Georges Rougemont, con importanti contributi di Paul Bernard, si inserisce perfettamente in questo filone, e ha origini lontane. Il progetto che qui vede la luce si deve infatti, in primo luogo, alla lunga e magistrale attività di Louis Robert (la cui ombra scientifica aleggia in quasi tutto il volume), proseguita poi da altri studiosi nel corso degli anni, fino alla redazione finale di questa corposa raccolta.

Il libro è pubblicato nell’ambito di una collana prestigiosa e importante quale il Corpus Inscriptionum Iranicarum, inserendosi nella sezione dedicata alle iscrizioni, soprattutto di lingue iraniche, di età seleucide e partica (Part II, che, nel piano dell’opera comprende sei volumi, divisi in numerosi tomi). Nella sua ‘Présentation’ Rougemont chiarisce subito i limiti della sua silloge, che deliberatamente riguarda solo l’Iran, l’Afghanistan, il nord-ovest del Pakistan, alcune ex repubbliche sovietiche dell’Asia Centrale (Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan)1, senza comprendere la Mesopotamia, il Golfo Persico (e le sue isole) e l’Armenia (a differenza della raccolta di Canali De Rossi).2 I testi in lingua greca raccolti sono dunque divisi per città e per regioni, partendo da Susa, per proseguire con Perside, Media, Partiene-Ircania, Drangiana, Aracosia, Gandhara, Battriana e Sogdania, con un’appendice di ‘Addenda’. La gran parte dei documenti comprende il periodo compreso tra il IV secolo a.C. e gli inizi del I secolo d.C., peraltro con qualche concessione all’età achemenide e a quella dei Kushan (ne sono escluse, deliberatamente, le poche iscrizioni sassanidi).

Se la silloge di Canali De Rossi, peraltro ampiamente citata e utilizzata, include, in modo estensivo (ed esemplificativo), anche la leggenda monetale dei re greco-battriani e indo-greci, Rougemont, attenendosi a una regola propria del Corpus Inscriptionum Iranicarum, si occupa di epigrafi su vari supporti scrittorii, comprendendo tuttavia anche testi su pergamena e su papiro (provenienti dalla Media e dalla Battriana; nrr. 73-74, 92-93, 131-32; cf. p. 7, con qualche incongruità nella numerazione); ne sono volutamente escluse, oltre alle leggende monetali, iscrizioni su timbri d’anfora e lettere greche (anche sotto forma di monogramma) stampate su mattoni.

La parte più consistente di documenti è offerta da Susa (nrr. 1-50; cf. nr. 50 bis), da Aï Khanum (nrr. 97-150) e, in generale, dalle regioni di Battriana e Sogdiana. La raccolta abbraccia le tipologie più disparate, con un’alternanza di testi anche di poche righe o parole ed altri davvero importanti se non fondamentali, sia propriamente documentari sia letterari. Basti pensare alle iscrizioni, provenienti da due località distinte della Media, riguardanti l’istituzione del culto di Laodice III, per volontà del marito Antioco III (nrr. 66, 68) ovvero agli editti nrr. 12-13 di Asvoka, nella versione greca (nr. 83; cf. nr. 82, traduzione greca di riassunto degli editti), da Kandahar; forse proveniente dalla stessa Kandahar è anche l’epitafio di Sophytos (nr. 84), recentemente edito3 e qui ripubblicato tenendo conto della discussione che ha sollevato tra gli studiosi. Tra gli ‘Addenda’ spicca la lettera, finora inedita, di un non precisato re Seleuco a Herophantos, ora in una collezione privata e proveniente forse dalla Drangiana (nr. 80 bis). Rougemont adduce buoni argomenti per l’identificazione con Seleuco II, piuttosto che con Seleuco III, discutendo (insieme a Bernard) tutti gli elementi di interesse, anche toponomastico, di questa epigrafe, peraltro gravemente mutila.

Chiudono il volume indici dettagliati (delle parole latine e di quelle greche, degli antroponimi iranici, quest’ultimo a cura di Philip Huyse), concordanze con le altre edizioni dei testi nonché con i numeri d’inventario museali, una tabella per illustrare il sistema di traslitterazione dal russo, tavola delle illustrazioni e ben 82 tavole, con foto, facsimile e cartine illustrative (della regione e di alcune singole località). Manca una bibliografia finale: questa è comunque ampiamente compensata dai lavori citati nelle abbreviazioni (cf. pp. 17-18) e da un ampio e quasi sempre esaustivo apparato bibliografico presente nel lemma relativo a ciascuna iscrizione (il che peraltro comporta inevitabili ripetizioni nelle citazioni, che comunque non appesantiscono affatto la lettura).

Credo che sarebbe davvero limitante classificare l’opera unicamente tra le raccolte d’iscrizioni, in questo caso di carattere macroregionale, anche se, inevitabilmente, sarà questo il suo destino, in termini di catalogazione bibliografica. In accordo con la migliore tradizione epigrafica francese, questo volume è infatti molto di più di una raccolta di iscrizioni, anche se la parte propriamente epigrafico-paleografica costituisce il punto di partenza dell’analisi. Si tratta infatti di una silloge che, partendo dalla documentazione epigrafica, assomma, direttamente o indirettamente, un’ampia gamma di fonti, che vanno ben al di là del ristretto ambito epigrafico greco e nel cui studio è combinata l’opera dei classicisti con quella di altri studiosi. Bisogna dunque davvero ringraziare Rougemont per essere stato in grado di approntare un’opera così impegnativa e, direi, imprescindibile, avvalendosi del sostegno e dell’apporto di numerosi colleghi e collaboratori, a cominciare da Bernard. A questo secondo studioso, infatti, si devono importanti e illuminanti interventi, spesso sotto forma di note aggiuntive, che costituiscono quasi dei veri e propri piccoli saggi a parte.

A suo modo, il volume costituisce perciò davvero una storia dell’Ellenismo, lato sensu, nelle regioni orientali, su base epigrafica. Questa non potrà essere trascurata da chi vorrà, in futuro, indagare in modo sistematico, soprattutto dal punto di vista culturale (data la labilità della storia evenemenziale in molti di quegli ambiti), sull’espansione greca e sul rapporto dei successori di Alessandro, in particolare i Seleucidi, con le emergenti monarchie e realtà politico-militari di quelle aree. Il commento a molti testi, infatti, offre un aggiornato status quaestionis e, molto spesso, rappresenta un contributo alla ricerca significativo e innovativo.

Ciò non toglie, evidentemente, che di alcuni documenti si sia voluta mantenere una interpretazione ‘conservativa’ o addirittura agnostica, anche laddove sono state avviate importanti discussioni critiche. Nell’impossibilità di offrire un esame dettagliato, mi limiterò forzatamente solo ad alcune osservazioni su alcuni punti a mio avviso di un certo interesse.

Ad es., ampio spazio è riservato ad Aï Khanum e, tra l’altro, alle iscrizioni di Clearco, identificato con Clearco di Soli da Robert, con le massime dei Sette sapienti fatte incidere nel temenos di Cinea (nr. 97). È un’identificazione contestata da più parti (Narain, Lerner), nel quadro di una revisione cronologica in senso ‘ribassista’ della fondazione del sito. Rougemont, trincerandosi cautelativamente dietro le sue competenze di epigrafista greco, ma utilizzando anche i dati archeologici, ritiene possibile che Aï Khanum sia stata impiantata tra il regno di Alessandro e quello di Antioco I, non recependo però l’identificazione di Clearco con il filosofo peripatetico. Accoglie comunque l’ipotesi che davvero Cinea sia l’ecista della città e che proprio per questo abbia ricevuto colà timai eroiche. Un’accettazione che dovrebbe comunque tener conto, in uno sguardo comparativo, delle dinamiche cultuali del primo Ellenismo nelle fondazioni di città, sia sotto Alessandro sia sotto i diadochi e i loro immediati successori (come Antioco I), oltre al rimando al caso, peraltro dubbio e discusso, di Anfipoli in Thuc. 5.11.1, evocato da Rougemont.4

Riguardo a due importanti iscrizioni di Susa, in stretta connessione tra loro (nrr. 11-12) pubblicate negli anni Trenta del secolo scorso da F. Cumont, l’editore, uniformandosi a quella che ormai è divenuta la communis opinio, ritiene che Phraatis nel primo testo sia non un funzionario (?) partico, come pensava a suo tempo Cumont, bensì un aggettivo femminile in unione con polis; si tratterebbe di una personificazione della città chiamata Phraata, nuovo ed effimero nome di Susa (l’uso di Phraatis sarebbe dovuto a una ‘licenza poetica’). Comunque sia, nella lunga discussione che segue, peraltro quasi completamente condivisibile, è passata in subordine (p. 53) l’importanza di queste epigrafi per il problema del culto del sovrano sotto i Parti, tanto più da parte della comunità greca di Susa/Phraata. I termini usati nelle due iscrizioni per Fraate IV, pur attraverso il filtro poetico e nonostante i problemi di lettura e di interpretazione, possono offrire elementi a riguardo e, forse, anche nuove interpretazioni sulla percezione, anche sotto gli Arsacidi, dell’ecumene, divisa in due con i Romani come ammesso anche da certa pubblicistica di matrice classica.5

Nel complesso il volume si presenta molto accurato nell’esposizione, nelle scelte redazionali e nelle citazioni testuali e bibliografiche. Per quanto ho potuto scorgere, poche e trascurabili sono le mende (peraltro ‘fisiologiche’ in una pubblicazione di siffatta portata); ad es., p. 133: B. Virgilio, Lancia, diademe et porpora (ma vd., ad es., p. 169: Lancia, diadema e porpora). Parimenti rare sono le integrazioni bibliografiche che si possono suggerire: ad es., p. 135, nota 422: nel commento al titolo onorifico adelphē di Laodice III, moglie di Antioco III, il rimando a Holleaux, per quanto importante, risulta senz’altro datato, se si considera la recente discussione sull’introduzione tra i Seleucidi della titolatura aulica, modellata, sia pure con adattamenti, su quella tolemaica, e, in particolare, degli appellativi ‘affettivi’, con Antioco I – accettando una datazione alta della redazione di OGIS 219 – e soprattutto in seguito, da Antioco III in poi.6

In conclusione, si ribadisce l’estrema rilevanza del volume sia per per gli antichisti sia gli orientalisti (ammesso che abbia davvero ancora un senso tale rigida distinzione). Ci si augura solo che, vista la sede editoriale, prestigiosa ma forse non inserita in modo ‘agguerrito’ nei canali commerciali del mercato librario, possa godere di un’adeguata distribuzione e pronta diffusione nella comunità scientifica.

Notes

1. Un’eccezione, più apparente che reale, è il decreto di Antiochia di Perside del 205 a.C. in risposta ad un’ambasciata della città di Magnesia sul Meandro, conservato in origine nella città ionica (nr. 53; cf. nrr. 51-52).

2. F. Canali De Rossi, Iscrizioni dello Estremo Oriente Greco. Un repertorio. Inschriften griechischer Städte aus Kleinasien. Bd 65, Bonn 2004.

3. Vd. P. Bernard – G.-J. Pinault – G. Rougemont, ‘Deux nouvelles inscriptions grecques de l’Asie centrale’, JS, 2004, pp. 227–356, partic. pp. 229-332.

4. P. 202, n. 703; cf. p. 205. Per una riconsiderazione del problema, assai discusso negli ultimi anni, cf. ora M. Mari, ‘Amphipolis between Athens and Sparta. A Philological and Historical Commentary on Tuc. V 11, 1’, MedAnt, 15 (2012), pp. 327-353 (con la bibliografia ivi riportata).

5. Cf. F. Muccioli, ‘Il problema del culto del sovrano nella regalità arsacide: appunti per una discussione,’ Orbis Parthicus. Studies in Memory of Professor Jósef Wolski (Electrum, 15), Kraków 2009, pp. 83-104, partic. pp. 89- 90, 98.

6. Basti il rimando a H.M. Cotton – M. Wörrle, Seleukos IV to Heliodoros. ‘A New Dossier of Royal Correspondence from Israel’, ZPE, 159 (2007), pp. 191-205 (pubblicazione a cui sono seguiti diversi interventi critici, soprattutto nella stessa rivista); B. Dreyer, ‘Wie man ein «Verwandter» des Königs wird – Karrieren und Hierarchie am Hofe von Antiochos III.’, New Studies on the Seleucids (Electrum, 18), Kraków 2011, pp. 97-114.