Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2012.05.07

Donald. F. Mackreth, Brooches in Late Iron Age and Roman Britain (2 vols.).   Oxford; Oakville, CT:  Oxbow Books, 2011.  Pp. vii, 282; 155 p. of plates, CD-ROM.  ISBN 9781842174111.  $140.00.  



Reviewed by Maurizio Buora, Societ� friulana di archeologia (mbuora@libero.it)

Quante sono le fibule antiche? Ricordo che molti anni fa se ne calcolava solo per la Germania romana un numero di circa centomila, appena in parte pubblicate. Per tutto il mondo antico credo che la cifra globale assommi a parecchie decine e più probabilmente centinaia di migliaia. Donald Mackreth ci offre in un’opera monumentale un censimento e un quadro ragionato per oltre 15 mila fibule della tarda età del ferro e dell’epoca romana, fino alle soglie dell’alto Medioevo, per la Britannia; esse sono tutte elencate nel CD annesso al volume.

Le fibule della Gran Bretagna sono note, dopo le seminali pubblicazioni di Robin George Collingwood degli anni Trenta, specialmente dagli anni Ottanta del secolo scorso, cui appartengono l’opera postuma di Rex Hull sulle fibule ad arco preromane (1987) e i numerosi studi di Richard Hattatt. Dal 2000 si sono distinte Ellen Swift, che ha ripreso la stessa tematica da diverse angolature, poi Justine Bayley e Samia Butley (2004), mentre certo altri stanno preparando nuovi e importanti lavori.

Donald Mackreth – che è citato tra i collaboratori di Michel Feugère per il volume sulle fibule del sud della Francia, apparso nel 1985,1—è noto nella letteratura specifica (con quasi ottanta titoli, a partire dal 1964), conosce molto bene la materia, e soprattutto ha visto, disegnato e studiato una parte consistente del materiale che nell’opera viene proposto.

L’opera è divisa in due volumi, dei quali il secondo contiene circa 2000 disegni, in 162 tavole. Spesso i disegni sono quelli effettuati dall’autore per altre pubblicazioni e in molti casi (ad es. per le fibule Aucissa) vengono qui riprodotte solo le fibule non edite in precedenza.

Nella premessa (Prologue, p. V) l’autore dichiara di essere stato iniziato allo studio delle fibule dai corsi di scavo tenuti da Graham Webster nel 1963. L’opera è quindi un “Lebenswerk”, una summa di quasi cinquant’anni di studio.

Nel primo volume il primo capitolo (pp.1-7) è dedicato alla datazione, alla tipologia e classificazione, alla selezione del materiale, alle illustrazioni; l’opera quindi si snoda per altri nove capitoli disposti in ordine cronologico. Dopo il tardo La Tène (cap. 2, “Britain and the Continent”), il capitolo 3 esamina “the Colchester Derivative”, il 4 “The Headstud and others” ; si prosegue con le varietà delle fibule a trombetta (cap. 5), le importazioni continentali e i loro influssi (cap. 6), “The Plate and Related, and Dragonesque” nel 7, poi le “Kniefibeln” e Almgren 101 (cap. 8), cui fa seguito la sequenza delle Crossbow al capitolo 9 e si conclude al 10 con le “Pennanulars”. Alla fine il capitolo 11 si occupa dell’utilizzo delle fibule, delle fibule militari, e quindi quelle per religione, marketing e denaro. Alcuni autori inglesi hanno proposto un loro completo o parziale sistema di classificazione, mentre Mackreth sceglie di ordinare il materiale secondo criteri tipologici—e per questo è costretto, giocoforza, ad adottare un sistema alfanumerico—che accolgono denominazioni in uso ; sorprendentemente, rinuncia per lo più anche a far ricorso alle classificazioni usuali (e ai termini che le contraddistinguono) invalse nell’uso internazionale. Nel motivare questa scelta (p. 2) sottolinea l’aspetto fondamentale dell’opera, che è rivolta a “new students” in quanto “book about brooches in Britain”. Questa enfatizzata britannicità costituisce, peraltro, un limite del volume. Ad esempio nella bibliografia sono pochi (appena 27) i titoli che riguardino territori esterni alla Gran Bretagna. Benché si dica (p. 258) che la bibliografia arriva fino al giugno 2000 (così che non è necessario citare le opere della Swift), alcuni lavori posteriori sono comunque inseriti in coda ( ad es. uno dello stesso Mackreth del 2009 e altri di altri autori del 2008 e 2009).

Di grande interesse la parte dedicata alle fibule e religione. In altri luoghi del “Continente” noi sappiamo che le fibule —eventualmente spezzate—furono offerte alla divinità nei santuari. Qui si considerano le fibule con immagini di divinità, ad es. Cernunnus da Thornborough, e quelle a forma di suola. La forma del piede e/o della suola è largamente comune in tutto il mondo romano e compare nei bolli laterizi, nei sigilli, negli anelli, e via dicendo. A volte non parrebbe perspicuo il legame tra fibule e luoghi di culto, ma il ritrovamento ad es. di 64 esemplari con cavallo e cavaliere a Sutton Cheney fa riflettere (p. 241).

Per quanto concerne il mercato l’A. osserva ( p. 242) che, prima del 125 circa, la distribuzione dei singoli tipi britannici era compresa in un’area ridotta. Si ipotizza che ove non esisteva moneta in abbondanza le fibule fossero come altri beni oggetto di baratto. Nei periodi più antichi non esistevano probabilmente officine come noi normalmente le intendiamo, ma le fibule sembrano essere state prodotte da artigiani itineranti.

Come è naturale aspettarsi, grande attenzione è dedicata alle trasformazioni e agli influssi successivi all’occupazione romana sulle varie tribù e nelle diverse aree. La comparsa delle fibule continentali sembra potersi datare nella seconda metà del I sec. a. C., epoca cui appartiene la decina di fibule del tipo Alesia qui pubblicate. Molte fibule tuttavia sono residuali, e tipi del periodo tardorepubblicano o della prima età imperiale sono stati rinvenuti in contesti tardi anche del III e perfino del IV sec. d. C. Certamente l’opera è una pubblicazione fondamentale per poter conoscere il complesso delle fibule della Gran Bretagna. Peraltro la sua attenzione dichiarata verso il patrimonio britannico e il punto di vista troppo “britannocentrico” non consentono di apprezzare a pieno le importazioni di tipi continentali, ovvero di quelli che non furono imitati e resi perciò “ British”. E’ il caso ad es. delle fibule a ginocchio in cui viene giustamente distinta la serie di varianti locali, ma per le quali non si coglie talora per gli esemplari allogeni—che ad es. vengono dall’area dell’Illirico (tav. 130, nn. 7522, 11795, 7546)—il chiaro messaggio della loro origine. Così la fibula ad ancora n. 6288 a tav. 104, che è un tipo illirico datato al II sec. d. C.,2 ci riporta alla tematica, attualmente molto in voga, della mobilità delle persone.

La dichiarata rinuncia a considerare le fibule della Britannia in una più ampia prospettiva europea e non meramente insulare, produce alcuni limiti nel libro. Essi riguardano ad es. la cronologia, che altrove per alcuni tipi è ben nota e consolidata. Qualche esempio. Le fibule nn. 6254 e 6290 appartengono al tipo A 70/73 a-b e si datano dall’età flavia all’età adrianea. La fibula n. 6281 (tav. 104) appartiene al tipo Garbsch 236 g (tarda età flavia fino a Marco Aurelio). La fibula n. 11032 (tav. 117) è una classica “Tutulusfibel” di origine continentale, forse dalla Francia nordorientale, ma diffusa dall’età flavia al 150 circa anche in altre aree dell’impero romano corrispondente al tipo Feugère 25 a = Ettlinger 50. Una identica si trova a Vienne.3 Essa andrebbe spostata vicino alle sue colleghe, alla tav. 108. Parimenti continentale risulta la fibula a svastica n. 1134 di Pl. 115.

Dal confronto con fibule continentali trarrebbe vantaggio anche la definizione del tipo. E’ il caso del n. 7878, dal Galles, che viene considerato come un fiasco (“flagon”) mentre il confronto con un esemplare (simile) del Titelberg e con altri due, identici, da Porolissum pare indicare che si tratti di un’anfora, ma soprattutto che il tipo è importato in Britannia.4 La fibula a colomba (Pl. 126, 14445) considerata a p. 184 “a product of the Bifurcated Terminal school” sembra invece del tutto identica a esemplari che provengono da Carnuntum, forse fabbricati in quella zona della Pannonia.5 E si potrebbe continuare ancora.

Vorrei segnalare un esemplare straordinario in oro da Erichstanbrae (ai confini dell’impero), ora al museo di Los Angeles, che reca l’iscrizione VOT XX e quindi si riferisce esattamente alla celebrazione dei vicennalia di Diocleziano, avvenuta a Roma il 20 novembre del 303. La preziosa tecnica di decorazione rivela una manifattura probabilmente urbana, forse nella sede della zecca, se non eseguita da qualche barbaricarius a Reims o a Treviri. Una indagine su vasta scala avrebbe permesso di inquadrare il pezzo in una serie di prodotti eccezionali attestati anche in altri siti dell’impero e quindi di offrire al lettore maggiori elementi per la sua comprensione.

In ogni caso il volume si presenta anche per lo studioso continentale come un’opera imprescindibile, ricca di ampio e ben presentato materiale, da tenere in grande considerazione, sia pure nei limiti che abbiamo sopra indicato. Il CD annesso offre una serie incredibile di dati, preziosi per lo studio. Sperabilmente per i “new students” cui essa si rivolge, la pubblicazione sarà occasione di approfondimento e di ulteriore ricerca.


Notes:


1.   M. Feugère, Les fibules en Gaule Méridionale de la conquête à la fin du Ve siècle après J.C., 12e supplément à la “Revue Archéologique de Narbonnaise”, Paris 1985.
2.   Su cui da ultimo S. Cociş, Fibulele din Dacia romana – The Brooches from Roman Dacia, Cluj-Napoca 2004, tipo 20b2b2 e segg.
3.   Feugère 1985, n. 1862.
4.   M. Feugère, “Figuratives: nouvelles formes de fibules skeuomorphes, antropomorphes et zoomorphes d'époque romaine”, Instrumentum 30 (déc. 2009), 34-38; Cociş 2004, Pl. CIV, 1471-1472.
5.   H. Winter, “Römische Vogelfibeln von Österreichischen Fundstellen aus Privatbesitz”, Römisches Österreich. Jahreshefte d. österr. Gesellschaft f. Arch., 13/14 (1985-1986), 323-369.

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