Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2012.02.48

Giovanni Parmeggiani, Eforo di Cuma: studi di storiografia greca. Studi di storia, 14.   Bologna:  Pàtron editore, 2011.  Pp. 805.  ISBN 9788855531108.  €66.00 (pb).  



Reviewed by Andrea Primo, Università di Pisa (andprimo@katamail.com)

Il volume di Parmeggiani si propone di indagare la personalità e l’opera di Eforo di Cuma nel tentativo di comprendere meglio la strutturazione e l’organizzazione delle sue Storie e il ruolo che egli ricoprì nella storiografia greca nel corso del IV secolo. Al fine di raggiungere questi obiettivi, Parmeggiani organizza il proprio discorso con estremo rigore guidando il lettore lungo un percorso coerente. Tale percorso presuppone un dialogo continuo, costante e serrato con le precedenti interpretazioni che su Eforo e sul suo metodo storiografico furono date a partire dal secolo diciannovesimo. Da qui nasce il tentativo di Parmeggiani di fornire al lettore una sorta di storia degli studi eforei che dà conto dei vari luoghi comuni relativi allo storico di Cuma, dal suo presunto discepolato presso Isocrate (insieme con Teopompo) all’uso che delle Storie eforee fece, circa tre secoli dopo, Diodoro nei libri XI-XVI della sua Biblioteca. In particolare va sottolineato che Parmeggiani si trova costretto a dialogare soprattutto con l’interpretazione che sui singoli frammenti fornì Felix Jacoby.

Il volume si apre con un’introduzione (p. 9-25) nella quale l’autore passa in rassegna, brevemente, la storia degli studi eforei mettendo in luce come sia sorto e si sia poi affermato un pregiudizio che vede in Eforo l’esponente di punta di una storiografia retorica, di impronta moralistica, cresciuta all’ombra del magistero di Isocrate. Quindi Parmeggiani suggerisce di valutare le testimonianze antiche su Eforo in connessione con il contesto dei brani citanti le singole testimonianze, mostrando come i testimonia antichi raccolti da Jacoby, quando decontestualizzati, possano essere travisati e suggerire al lettore un’immagine di Eforo non adeguata alla realtà testuale dei iudicia selecta jacobiani (cfr. p. 30-34). Infine, nell’ultima parte di questo primo capitolo, Parmeggiani sottolinea come Eforo fosse autore estremamente attento al versante metodologico e orgoglioso del suo progetto di costruire una storia universale che non rinunciava a ben rigidi parametri di rigore metodologico e di verità storica: si pensi all’agguerrita discussione filologica, riportata da Strabone XII, 3, 20-22, sui versi 855-856 del II libro dell’Iliade (p. 694-695) o ancora si pensi alle considerazioni di Parmeggiani su una vicinanza tra il metodo di Eforo e i concetti di scienza e ricerca scientifica negli Analitici primi di Aristotele (p. 706).

Nel secondo capitolo l’immagine di un Eforo attento all’aspetto metodologico e alla severa ricerca della verità viene confermata dall’indagine su ciò che sopravvive dei proemi eforei. In particolare Parmeggiani si concentra sui resti del proemio generale alle Storie (TT 7, 8 e FF 8, 31b) evidenziando come Eforo facesse riferimento ad alcuni temi tipici di una sede proemiale non rinunciando nel contempo a polemiche metodologiche. Eforo infatti metteva in risalto il carattere universale della sua opera e l’attenta cura profusa nella ricerca della verità e polemizzava con chi ricercava, sia in opere storiografiche sia in opere di diverso genere, la mythologia / philomythia senza darsi pensiero di quella philoponia che è, a parere di Eforo, ingrediente essenziale del lavoro di storico.

Nel terzo capitolo Parmeggiani prende in considerazione alcuni frammenti eforei (FF 8, 9, 109-111) contenenti gli interventi in materia di rigore scientifico nella conduzione della propria indagine storiografica: si tratta di osservazioni che partono dal precedente tucidideo e che risultano polemiche nei confronti di un logos storiografico influenzato da mousike e mythos (visti come elementi essenziali della poesia e di un sapere locale spettacolare ed encomiastico) ed"orientato strategicamente alla terpsis e all’explexis e perciò deviante da aletheia " (p. 146).

Nel capitolo quarto Parmeggiani discute di quel che resta del proemio generale delle Storie in connessione con alcuni punti cruciali della questione eforea negli studi moderni di storiografia greca: il presunto discepolato presso Isocrate insieme con Teopompo; il problema relativo a quanto resta di Eforo in Diodoro; la discontinuità rispetto al modello tucidideo, rispetto al quale Eforo innovava accettando, seppure criticamente, la dimensione del palaion accanto a quella del contemporaneo.

Con il quinto capitolo giungiamo alla sezione del libro di Parmeggiani (capitoli V-VIII) più densa di osservazioni stimolanti e originali, sia su punti specifici dell’opera eforea, sia a più ampio raggio in relazione al ruolo delle Storie nella storia della storiografia greca. Si tratta infatti della sezione relativa ai contenuti dei singoli libri delle Storie, ciascuno dei quali viene preso in considerazione da Parmeggiani nel dettaglio. Il quinto capitolo è relativo alla prima decade delle Storie. Preliminarmente Parmeggiani affronta il tema dell’oikonomia dell’opera storiografica di Eforo esaminando la strutturazione e l’organizzazione che lo storico aveva dato alle sue Storie: Parmeggiani parte da T 11 (Diodoro V, 1, 4) relativo al cosiddetto criterio kata genos a proposito del quale la letteratura moderna è incorsa in equivoci esegetici. A tale proposito Parmeggiani si chiede "se l’espressione kata genos non qualifichi l’operazione di Eforo semplicemente come un dare ordine alla materia finalizzato a rendere coerente il contenuto di ogni libro con il suo presupposto tematico (cioè con l’argomento stabilito in sede proemiale: cfr. T 10)" (p. 160). Inoltre Parmeggiani mette in evidenza come l’oikonomia eforea consisteva nella coesistenza di criteri differenti nella sistemazione del materiale confluito nelle Storie (cronologico, geografico, tematico), in un’estrema flessibilità atta a favorire l’interrelazione tra questi diversi criteri e il loro mutuo sostenersi. Ciò dovrebbe far superare gli schemi moderni secondo cui i primi cinque libri (la cosiddetta prokataskeue) sarebbero stati suddivisibili in due sezioni: i primi tre (relativi al ritorno degli Eraclidi, alla formazione degli stati greci e alla prima colonizzazione microasiatica) dedicati ad argomenti storico-archeologici, mentre i libri IV-V, dediti a una descrizione generale dell’oikoumene e a una rassegna sulle politeiai, avrebbero contenuto materiale geografico. Nel prosieguo del quinto capitolo Parmeggiani analizza i frammenti appartenenti ai libri successivi aventi come argomento l’arco cronologico che va dalla piena età arcaica fino alla fine della seconda guerra persiana, dal sesto libro (relativo alla Sparta licurghea e alla sua ascesa) fino al decimo libro, che narrava la spedizione di Serse (anche se non è possibile dire se la battaglia di Micale del 479 fosse contenuta nel decimo libro oppure nel libro XI: p. 346).

Prima di affrontare il blocco narrativo costituito dai libri XI-XXX (relativo agli eventi dal 480/479 ca. all’assedio di Perinto del 341 a. C.), Parmeggiani si occupa del "classico assunto" (p. 349) secondo cui Diodoro avrebbe attinto il materiale confluito nei libri XI-XVI della sua Biblioteca proprio alle Storie eforee. Alla questione è dedicato l’intero capitolo sesto. Dall’analisi di Parmeggiani emerge che Diodoro ha concultato le Storie eforee, anche se andrebbe rigettato il pregiudizio della Quellenforschung ottocentesca che vedeva in Diodoro un semplice epitomatore di Eforo. Diodoro ricorre a Eforo, ma non va considerato come un "fedele trascrittore dei contenuti di una sola fonte" (p. 392).

Seguono due capitoli (VII e VIII) dedicati all’esame dei frammenti relativi alla seconda e terza decade delle Storie. In particolare va segnalato che la trattazione dei frammenti appartenenti al libro XXX include anche il problema dell’apporto di Demofilo alla stesura dell’ultimo libro delle Storie: il medesimo Demofilo infatti avrebbe dichiarato nel proemio al libro XXX che il suo lavoro si proponeva appunto di completare le Storie del padre (p. 590-592).

Come ben si può intuire, i capitoli V e VII-VIII, vista anche la prospettiva universalistica delle Storie eforee, affrontano molteplici tematiche di storia greca: si tratta di capitoli ricchi di osservazioni puntuali inerenti i singoli frammenti eforei. In questa sede preme segnalare, ancorché in breve, le osservazioni di Parmeggiani riguardo a tre aspetti delle Storie distinti, eppure tra loro connessi e soprattutto utili a comprendere tanto il metodo eforeo, quanto i criteri di indagine dello stesso Parmeggiani.

(1) Anzitutto bisogna segnalare le pagine inerenti al rapporto tra Eforo e gli altri storici greci, sia precedenti che successivi allo storico di Cuma. Oltre che sul rapporto con Diodoro (cui viene dedicato l’intero capitolo sesto), Parmeggiani si sofferma anche su quello con Erodoto e, soprattutto, Tucidide: Parmeggiani osserva che Eforo poteva distinguersi dai due illustri predecessori non tanto sui singoli dettagli della narrazione, quanto piuttosto nell’impostazione generale della narrazione sul piano della cronologizzazione degli eventi: per esempio Parmeggiani rileva a p. 410 che Eforo non faceva concludere i Medikà né con Micale, nè con Sesto, come faceva Erodoto, ma con la Pace di Callia del 449 a. C., estendendo così il periodo delle Guerre Persiane rispetto a Erodoto e spezzando il periodo della cosiddetta Pentekontaetia tracciato da Tucidide. Inoltre, a p. 446, Parmeggiani sottolinea che l’approccio eforeo alla Guerra del Peloponneso conduceva a una lettura tutt’affatto diversa rispetto al giudizio di Tucidide sull’inevitabilità della guerra: la maggiore attenzione per gli aspetti di politica interna ateniese porta infatti Eforo a supporre che la guerra in questione fosse evitabile. Importante è poi il dialogo che con Eforo instaura Polibio in occasione delle sue discussioni metodologiche. Nel corso dell’analisi dei passi polibiani interessati al rapporto con il precedente eforeo, Parmeggiani mette in luce, oltre alle analogie relative al rigore metodologico, anche le non trascurabili differenze tra i due, soprattutto in relazione al più ampio spettro di tematiche di Eforo (interessato a una prospettiva di Kulturgeschichte in connessione con l’apertura al palaion discussa sopra) rispetto alle Storie polibiane confinate al ristretto ambito politico-militare. A ciò si lega poi la maggiore "profondità diacronica" di Eforo rispetto a Polibio dovuta alla prospettiva universalistica del primo.

(2) in secondo luogo va rilevato l’interesse eforeo nei riguardi del materiale epigrafico. Vanno segnalate le osservazioni di Parmeggiani alle p. 653 dove l’autore parla di un uso nuovo, più maturo e consapevole, delle iscrizioni da parte di Eforo rispetto a Erodoto e Tucidide: partendo da F 122 a (= Strabone X, 3, 2-3, a proposito della syggeneia tra Etoli ed Elei), si parla di "utilizzo divenuto più sistematico, quasi ordinario, delle iscrizioni nell’inchiesta storica", come testimonia anche la discussione eforea sulla Pace di Callia (p. 404-410).

(3) Infine risulta interessante la tendenza a instaurare paralleli tra alcune figure della storia greca e illustri personaggi del tempo di Eforo: si pensi al parallelo tra Cipselo e Filippo II (p. 282), o tra la trattazione della figura di Eracle e ancora Filippo II (p. 618-619).

Nel complesso il volume di Parmeggiani apporta un netto avanzamento nella storia degli studi eforei, sia per la concezione generale su Eforo (e sulla storiografia di IV secolo, da rivalutare rispetto al V secolo: p. 732), sia per la copiosissima messe di passi discussi per contestualizzare i frammenti eforei presi in considerazione. È inevitabile tuttavia che chi scrive non sempre si trovi d’accordo con le posizioni dell’autore: Parmeggiani ritiene che il Daimaco (FGrHist 65) cui accenna Eusebio di Cesarea come vittima di un furto letterario da parte di Eforo (T 7 = Eusebio, Praep. Ev. X, 3) sia identificabile con il Daimaco autore di Indikà (FGrHist 716) e vissuto nel III sec. a. C.: Eforo verrebbe così, almeno in parte, scagionato dall’accusa di furto grazie proprio a questa identificazione. In verità l’esistenza di due scrittori di nome Daimaco (uno senior di IV secolo, l’altro di III secolo) è stata argomentata bene da Jacoby, FGrHist II C, p. 3-4 (criticato per questo da Parmeggiani) e soprattutto da F. F. Schwarz (in Festschrift Altheim, Berlin 1969, p. 292-304) e da Whitehead – Blyth (p. 70- 71 dell’edizione del De machinis di Athenaeus Mechanicus) che tengono conto di un passo rilevante come FGrHist 65 F 3 (= Ath. Mech., proem. 5 p. 45 ed. Whitehead - Blyth), in verità citato da Parmeggiani a p. 62 nt. 125 ma non discusso estesamente.

Si tratta evidentemente di un particolare che in nulla intacca il giudizio estremamente positivo sull’ottimo livello qualitativo del libro. Per tale ragione tanto più si deve recriminare per il fatto che la bibliografia, come chiarisce l’autore medesimo a p. 735, risulta aggiornata all’anno 2008. In effetti Parmeggiani si rifà sempre a un rigoroso metodo di indagine e raggiunge un’estrema accuratezza filologica che rende organico e coeso l’insieme del volume. Tutto ciò rende l’opera di Parmeggiani un sicuro punto di riferimento per gli studi futuri su Eforo e in generale sull’evoluzione della storiografia greca nel passaggio da V a IV secolo.

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