Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2012.01.15

Stephanie-Gerrit Bruer, Detlef Rößler (ed.), Festschrift für Max Kunze: "... die Augen ein wenig zu öffnen". Der Blick auf die antike Kunst von der Renaissance bis heute.   Mainz:  Verlag Franz Philipp Rutzen, 2011.  Pp. 320.  ISBN 9783447064330.  €78.00.  



Reviewed by Claudio Franzoni, Liceo-Ginnasio Statale "Rinaldo Corso", Correggio (claudiofranzoni@libero.it)

[Authors and article titles listed below.]

I contributi del volume coincidono quasi interamente con quelli presentati nel convegno berlinese (8-10 ottobre 2009) dedicato a Max Kunze e sono incentrati sulle tematiche frequentate dallo studioso: la ricezione e lo studio dell’antico dal Rinascimento fino alla contemporaneità, con particolare attenzione all’opera di Winckelmann: è dello studioso di Stendal la frase sul desiderio di far “aprire un poco gli occhi” sull’arte antica, cui si accenna nel titolo del volume. I contributi sono preceduti da una Laudatio (V. Gramlich) e da alcuni indirizzi di saluto (K. Schmotz, M. Puhle, A. H. Borbein).

Markus Käfer e Albrecht Rissler dialogano a distanza ravvicinata in due saggi accomunati dal tema della linea; nel primo si esamina la grande attenzione che Winckelmann ebbe per il disegno, a cominciare dalla frequentazione e dallo studio con Adam Friedrich Oeser; ben lungi dal rimanere una questione solamente tecnica, il disegno viene inteso soprattutto come strumento filosofico, funzionale cioè all’analisi della bellezza. Rissler affronta invece il disegno dal punto di vista pedagogico, sottolineando l’importanza della linea nel primo approccio al disegno da parte dei bambini di ogni epoca, come dimostra il celebre dipinto di Giovan Francesco Caroto (fig. 3); ben più complesso – e anche in questo caso vengono richiamati esempi dall’antichità in poi (Goethe compreso) – il superamento della linea e la resa grafica della tridimensionalità.

Volker Riedel si interroga sul rapporto tra interessi antiquari e studi umanistici in Lessing; se è evidente che questi ultimi furono prevalenti, è anche vero che non mancarono puntuali approfondimenti antiquari, ad esempio la datazione del Laocoonte o della Tabula Isiaca di Torino, l’interpretazione del Gladiatore Borghese, messo in relazione al Cabria descritto da Cornelio Nepote. Sullo sfondo della discussione c’è naturalmente la complessa dialettica, per forza di cose riguardante lo stesso Winckelmann, tra l’osservazione diretta delle opere d’arte e l’astrazione filosofica.

Detlef Rößler prende in esame la relazione tra il pensiero estetico di Winckelmann e quello di Christian Ludwig von Hagedorn, partendo dagli scritti di quest’ultimo, in particolare la Lettre à un amateur de la Peinture (1755), le Betrachtungen über die Mahlerey (1762) e i Briefe über die Kunst (1797). È sul rispettivo peso della Natura e dell’Antico nel processo della creazione artistica che si riscontrano evidenti divergenze nelle posizioni dei due pensatori. Per Hagedorn infatti “das erste Vorbild aber bleibt in allem die schöne Natur”.

Il brevissimo articolo di Jürgen Dummer è tutto incentrato sulla presenza di riferimenti alle Eikones di Filostrato nell’opera di Winckelmann.

Thomas Fröhlich analizza l’attività di Winckelmann come Commissario delle Antichità a Roma, a partire dal 1763; rispetto ai suoi predecessori in questo ruolo nel Settecento, l’interesse dello studioso tedesco per gli scavi, i resti monumentali e la topografia fu, tutto sommato, modesto; molto maggiore, come prevedibile, l’attenzione per le opere d’arte, il che non impedì che in questo periodo fossero esportati all’estero anche pezzi di notevole qualità artistica, come quelli destinati alla collezione di Johann Ludwig von Wallmoden.

Nel suo breve contributo Stephanie-Gerrit Bruer mette in luce il rapporto tra gli studi di carattere archeologico di Heyne e la raccolta di calchi dalla statuaria classica che egli fece allestire proponendosi di fornire agli studiosi un supporto valido sotto il profilo didattico e scientifico.

Adolf H. Borbein si concentra sulle celebri descrizioni di statue antiche che Winckelmann impostò ora “sui valori ideali”, ora “sull’arte”. Karl Philipp Moritz si distinse da questo modello sia operativamente sia a livello teorico, proponendosi di descrivere le opere d’arte come unità coerenti in sé, nelle quali le diverse parti si armonizzavano in un tutto organico.

Renate Johne ripercorre rapidamente l’opera di Albrecht Dürer per cercare di giustificare il parallelo – peraltro consueto nel Rinascimento – tra Apelle e l’artista moderno proposto nel 1518 da Ulrich von Hutten.

Nel suo breve articolo Volker Heenes descrive le tappe più importanti della cartografia cinquecentesca riguardante Roma antica.

Ingo Herklotz pubblica quattro lettere scritte tra 1607 e 1611 da Carlo Bascapè, vescovo di Novara, ad Antonio Bosio, esponente già allora rinomato della nascente archeologia cristiana; al centro della breve ma importante corrispondenza ci sono l’interesse per gli scavi effettuati nelle catacombe romane agli inizi del Seicento e la parallela ricerca di reliquie di santi martiri da parte di ambienti della Chiesa cattolica. Con grande competenza Herklotz commenta le lettere e le inserisce nel loro contesto, con una particolare attenzione all’aspetto metodologico degli studi di Antonio Bosio e dei suoi contemporanei.

Stephan G. Schmid passa in rassegna analisi stilistiche e relative datazioni del gruppo di Marsia e dell’“Arrotino”; rilevato che la prima testimonianza di un collegamento tra le due statue si trova in Leonardo Agostini, l’autore propone di individuare nel Paesaggio con Apollo e Marsia di Claude Lorrain (Mosca, Puschkin Mus.), verso il 1640, l’indizio che già in precedenza si era pensato a un legame tra le due statue antiche. Le analogie tra queste ultime e le figure del dipinto sono innegabili, ma vanno anche rilevate le differenze (lo Scita nella statua è accovacciato, nel quadro è inginocchiato).

L’argomento del breve saggio di Mathias René Hofter è la presenza della letteratura e della filosofia antica nello Spectator, il giornale inglese uscito per la prima volta nel 1711 a cura di Joseph Addison, in particolare a proposito delle discussioni relative a problemi di estetica.

Marcello Barbanera si propone di osservare il cambiamento nella descrizione grafica dei monumenti antichi, dai disegnatori del Grand Tour settecentesco a Giambattista Piranesi, le cui incisioni non hanno solo un valore artistico, ma anche archeologico e topografico; come osservò, del resto, già Antonio Nibby (1792-1839), la cui importanza nella storia dell’archeologia classica viene giustamente richiamata da Barbanera.

Salvatore Pisani affronta il tema della politica culturale dei Borbone a proposito dei reperti di Pompei ed Ercolano e osserva come essi riuscirono a trasformare gli arredi domestici pompeiani in una sorta di “marchio di lusso”; una prova di questa operazione è senz’altro la serie di oggetti che Ferdinando IV inviò a Giuseppina Bonaparte e la sistemazione che la consorte di Napoleone diede ad essi nel castello di Malmaison.

Dunja Zobel-Klein descrive la scoperta (1755), le vicende collezionistiche e la pubblicazione (Le antichità di Ercolano, 1760) dell’affresco pompeiano con Apollo e le Muse; l’opera fu ben nota agli studiosi, da Winckelmann (sono sue le parole scelte da Zobel-Klein per il sottotitolo) a G. B. Visconti, che se ne valse per l’interpretazione e il restauro delle Muse del Museo Pio-Clementino. L’affresco ben presto reso noto anche in pubblicazioni tedesche, francesi e italiane tra la fine del XVIII e l’inizio del XIX secolo, influenzò anche Angelika Kauffmann che indirettamente lo cita in due sue opere.

Erhard Hirsch mette a fuoco la figura del principe Leopold Friedrich Franz von Anhalt-Dessau e i suoi rapporti col mondo della cultura, in modo speciale con le idee di Winckelmann; le iniziative architettoniche da lui promosse, in particolare a Wörlitz con Friedrich Wilhelm von Erdmannsdorff, rappresentano perfettamente questa stagione culturale e costituiscono uno snodo fondamentale della cultura neoclassica in Germania e in Europa.

Klaus Parlasca traccia una breve, ma efficace storia della ricezione della statua-cubo di Petamenophis (Louvre A 92), dalla fortuna in età tardorinascimentale e barocca – quando veniva considerata un canopo – fino alle riprese in età neoclassica, compreso un servizio di porcellana viennese della fine del XVIII secolo.

Brigitte Schmitz spiega come, grazie a Winckelmann e soprattuto a Lessing, l’immagine antica dell’erote nudo e alato che spegne una fiaccola verso terra sia stata considerata di fatto la personificazione della morte; non a caso anche Johann Gottfried Herder cita espressamente questa iconografia nei versi in morte di Lessing. L’autrice presenta inoltre diversi esempi della ricezione di questo motivo nella scultura europea tra la fine del Settecento e gli inizi dell’Ottocento.

Ulrich von Heinz si sofferma sulla presenza di calchi in gesso dall’antico nella residenza berlinese di Wilhelm von Humboldt da poco sistemata da Schinkel (1820-1824); si tratta soprattutto di pezzi della collezione Ludovisi, ma vi sono anche rilievi dal fregio ionico del Partenone e anche un calco del Mercurio seduto di Thorvaldsen. L’intento dell’autore è di dimostrare come la scelta e la disposizione dei gessi dell’Antikensaal non fosse dettata da un intento decorativo, ma servisse a visualizzare pensiero filosofico e idea di cultura umanistica del padrone di casa.

Soffermandosi minuziosamente su una serie di opere delle raccolte berlinesi Astrid Fendt dimostra come nel corso del XIX secolo non fosse raro il ricorso a integrazioni in gesso di statue antiche, specialmente quando sussistessero incertezze interpretative e dubbi sull’esatta ricostruzione delle sculture stesse. Gli artisti coinvolti furono Ch. D. Rauch, F. Tieck, ma anche E. Wolff ed E. Lürssen. Particolarmente interessante il piede che quest’ultimo scultore adattò in gesso alla “Berliner Tänzerin” (1883): esso venne rimosso agli inizi del ‘900 per poi essere ricollocato (in marmo) nel 2001.

Henning Wrede offre una ricca illustrazione dei tempi, dei luoghi e delle istituzioni presso cui sorgono, nella Germania del XIX secolo, le collezioni pubbliche di calchi di scultura classica; accompagnandola con quattro appendici documentarie, presenta inoltre una minuziosa ricostruzione dell’azione statale – in particolare l’attività di una commissione (1874-1880) – e un resoconto del dibattito ad essa collegato intorno ai metodi di pulitura e di conservazione dei gessi conservati nei vari musei.

Pascal Weitmann ricostruisce, con una grande abbondanza di dati, la storia dell’uso didattico delle diapositive, soffermandosi in particolare sulla loro adozione nell’insegnamento dell’archeologia classica e della storia dell’arte in Germania dalla seconda metà del XIX secolo in poi; l’autore analizza, valendosi di una cospicua messe di dati tecnici, l’affermazione dell’informatica in questo campo, riflettendo sulle problematiche della proiezione digitale e collegandole agli attuali profili epistemologici dell’archeologia classica e della storia dell’arte.

Il titolo del breve saggio di Peter Arlt prende spunto da una videoinstallazione di Sabine C. Sauermilch (2001) che ruota attorno al motivo della creazione dell’uomo da parte di Prometeo; gli altri artisti citati a proposito di alcuni aspetti della ricezione dell’antico nella seconda metà del Novecento sono Roy Lichtenstein, Rudolf Hausner, Björn Weckström, Pavel Schmidt.

Renate Reschke osserva alcuni aspetti della discesa di Apollo nella cultura di massa: nomi (e immagini più o meno coerenti) che si adattano a negozi, singoli prodotti, hotel, parcheggi, t-shirt, cappellini, pubblicità; uno dei vertici è certamente il coperchio di WC della fig. 9, presentato in commercio come immagine di “Zeus und Apollo”: in realtà non si tratta di Apollo, ma del ritratto di Antinoo che Bartolomeo Cavaceppi montò su una statua non pertinente oggi a Berlino; quanto allo “Zeus” accanto, a giudicare dalla foto si tratta di un ritratto imperiale, si direbbe Marco Aurelio. Dopo la ricca rassegna di esempi, l’autrice presenta diverse riflessioni sulle ragioni, le modalità e gli effetti con cui l’odierna cultura di massa si impadronisce di elementi della cultura classica. Quanto a “cattivo gusto” o “kitsch”, può anche darsi che si tratti di categorie invecchiate, ma l’analisi dei meccanismi della cultura di massa non basta se non è accompagnata anche da un giudizio di valore.

Gérard Seiterle descrive, con una serie di esempi, la propria vivace attività di didattica museale in campo archeologico; nella seconda parte dell’articolo, l’autore ritorna su alcune proprie proposte – ora sulle tecniche della ceramica attica a figure rosse, ora su singoli problemi iconografici (in particolare l’Artemide di Efeso) – riproponendole con l’aggiunta di altri dettagli.

Dopo una breve storia della formazione dell’Antikensammlung dei Reiss-Engelhorn-Museen di Mannheim (REM), Claudia Braun illustra criteri e scelte espositive della raccolta, orientata a un più stretto contatto col pubblico odierno. In particolare vengono presentate le ricostruzioni – mediante materiali moderni o in forma multimediale – di alcuni momenti chiave della vita degli antichi, come un tempio di Apollo (e addirittura la messa in scena del funzionamento di un oracolo) o un simposio. Opportunamente l’autrice fa osservare che nel museo di Mannheim il ricorso a ricostruzioni risale già al XVIII sec., come provato anche da una testimonianza di Wilhelm von Humboldt (1789).

Michael J. Klein affronta il tema del presunto cenotafio di Druso Maggiore presso Mainz e illustra le interpretazioni succedutesi dal XVI sec. in poi della cosidetta “Eichelstein” tuttora esistente; Johann Huttich fu il primo a collegarla a Druso, ipotesi non accolta da Hermannus Piscator, che invece prese per buone improbabili descrizioni medioevali di un “Drusiloch” a pianta triangolare.

Ernst-Joachim Waschke rilegge le valenze politiche della figura di David nella “Wiener Reichskrone” e nella celebre statua michelangiolesca alla luce del testo biblico.

Renate Patzschke offre uno sguardo generale sulle culture del Perù precolombiano e presenta le ricerche effettuate nella valle di Casma tra 1992 e 2008, in particolare nel sito di Sechín Bajo; illustra, e in parte ricostruisce, i resti monumentali di tre edifici appartenenti a un complesso religioso attivo sin dal IV millennio a. C., si sofferma sui frammenti di un fregio forse raffigurante una processione sacra e sui graffiti dell’edificio 1.

Il volume, rilegato, si presenta con una veste grafica senz’altro pregevole; in generale la qualità delle riproduzioni fotografiche è buona, come è elegante la loro impaginazione. I contributi sono senz’altro coerenti con il campo di interessi e di studi di Max Kunze; per quanto non sempre omogenei tra loro (a cominciare dalle rispettive dimensioni), i saggi mantengono in generale un livello di apprezzabile rigore e qualità.

INDICE

M. Käfer e A. Rissler, ‘Die Linie überwinden’
V. Riedel, ‘“Was kömmt hier auf das selbst Sehen an?” Zum Widerstreit des Antiquarischen und des Ästhetischen bei Lessing’
D. Rößler, ‘ “Im Ganzen muß die Natur der Kunst weichen”: Winckelmann und Christian Ludwig von Hagedorn’
J. Dummer, ‘Die Ekphrasis als Quelle für Winckelmanns Geschichte der Kunst
Th. Fröhlich, ‘Winckelmann als Commissario delle Antichità’
S.-G. Bruer, ‘Heynes Archäologie-Vorlesung und die Schwierigkeiten der Veranschaulichung von Winckelmanns Kunsttheorie’
A. H. Borbein, ‘Über die rechte Art, “die Augen zu öffnen”: Karl Philipp Moritz zu Winckelmanns Statuenbeschreibungen’
R. Johne, Albrecht Dürer “Der Apelles unserer Zeit”
V. Heenes, ‘Kartographische Darstellungen des Alten Rom im 16. Jahrhundert’
I. Herklotz, ‘Antonio Bosio und Carlo Bascapè: Reliquiensuche und Katakombenforschung im 17. Jahrhundert’
S. G. Schmid, ‘Zur Verbreitung und Aufnahme ,neuer‘ Bilder im Barock: Claude Lorrain und der hängende Marsyas’
M. R. Hofter, ‘Die Antike im “Massenmedium”: Joseph Addison’
M. Barbanera, ‘Die römischen Ruinen mit neuen Augen betrachten G. B. Piranesi und die Geburt der modernen Topographie’
S. Pisani, ‘ “Luxusmarke” Pompeji’
D. Zobel-Klein, ‘Die Rezeption der ‘Herculaner’ Musen in Stichwerken und bei Angelika Kauffmann, “die gemalten Musen nebst dem Apollo, welche in dem zweyten Bande der Herculanischen Gemälde gestochen sind” ’
E. Hirsch, ‘Umschlagplatz Dessau-Wörlitz, Medium der Verbreitung Winckelmannschen Gedankenguts in Mitteleuropa’
K. Parlasca, ‘Vom “Würfelhocker” zum klassizistischen Porzellan: Ein ägyptisches Kunstwerk zwischen graphischer Kopie und Verballhornung’
B. Schmitz, ‘Antikenrezeption aus “zweiter Hand”: Wie ein antiker Erot die klassizistische Grabmalsikonographie bereicherte’
U. von Heinz, ‘Humboldts Gipse’
A. Fendt, ‘Provisorium und Experiment Gipsergänzungen an antiken Statuen im 19. Jahrhundert’
H. Wrede, ‘Das Material und das Tränken klassischer Skulpturenabgüsse als mediale Probleme Preußens, des Deutschen Reiches und der nordatlantischen Staaten’
P. Weitmann, ‘Die Doppelprojektion: Von der Sichtbarmachung einer Kunstauffassung bis zum Untergang vor dem beamer’
P. Arlt, ‘Prometheus in der Behindertentöpferei: Neue Medien und Antikerezeption in der Kunst des 20.-21. Jahrhunderts’
R. Reschke, ‘Apollon. Vom Olymp in den Pop- und Werbehimmel: Zur Karriere eines Gottes zwischen Medien, Kommerz und Alltagskultur’
G. Seiterle, ‘Als Vermittler und Forscher. Die Frage nach eigenen hinterlassenen Spuren’
C. Braun, ‘Zeitreise in die Antike: Zu den Erfahrungen mit der neuen Präsentation der Antikensammlung in den Reiss-Engelhorn-Museen’
M. J. Klein, ‘Drusus d. Ä. und seine Denkmäler in Publikationen des 16. bis 18. Jahrhunderts’
E.-J. Waschke, ‘Der biblische David als Leitfigur zur Deutung politischer Macht in der europäischen Geschichte’
R. Patzschke, ‘Sechín Bajo, der älteste Kultbau Perus’
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