Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2011.11.60

Amneris Roselli, Roberto Velardi (ed.), L'insegnamento delle technai nelle culture antiche: atti del convegno, Ercolano, 23-24 marzo 2009. AION. Quaderni, 15.   Pisa; Roma:  Fabrizio Serra editore, 2011.  Pp. 206, 16 p. of plates.  ISBN 9788862273190.  €68.00.  



Reviewed by Francesco Montone, Università degli Studi di Napoli ‘Federico II’ (francesco.montone@unina.it)

Il volume, pubblicato nei Quaderni di AION (Annali dell’Università degli Studi di Napoli ‘L’Orientale’), raccoglie le relazioni presentate al convegno ‘L’insegnamento delle technai nelle culture antiche’, svoltosi il 23 e 24 marzo 2009 nella sede del MAV, Museo Archeologico Virtuale di Ercolano. Il convegno ha messo a confronto specialisti di discipline diverse e di svariate tradizioni culturali sui metodi di trasmissione e di insegnamento dei saperi tecnici, scientifici e umanistici nel mondo antico.

Geoffrey E. R. Lloyd (‘Techne and Dao: observations on the concept of art, techniques and methods in ancient Greece and China’, pp. 13-22), dopo aver esaminato i concetti di epistēmē e technē nel mondo greco, cerca analogie e differenze con le concezioni culturali cinesi. In particolare ji indica l’abilità o la tecnica mostrata in una disciplina, fa può indicare sia la regola, la legge (il nomos greco), sia il metodo, la procedura (la methodos greca). Il vocabolo che più si avvicina al concetto greco di technē è Dao, ‘path, way, guide’ (p. 18), termine molto complesso, con cui, però, si indica anche l’insieme delle abilità che si dispiegano nelle attività umane.

Giuseppe Cambiano (‘Manuale tecnico e manuale scientifico: i casi di Euclide e di Erone’, pp. 23-36) analizza un manuale scientifico, gli Elementi di Euclide, ed uno tecnico, la Costruzione di automi di Erone (I sec. d. C.). Il testo di Euclide, in cui non sono citati predecessori, si mostra come codificazione di un sapere ‘fuori dal tempo’; questo tratto è accentuato dall’uso dell’impersonalità. Erone, invece, si ricollega all’autorevole Filone, per inserirsi all’interno di una tradizione, e ricorre spesso alla prima persona. Altro elemento peculiare del testo euclideo è la standardizzazione di formule, sintassi, termini. Nello scritto eroniano, invece, non compaiono definizioni né principi, ma soluzioni di problemi meccanici e talvolta anche geometrici. Il testo euclideo presenta contenuti di sapere ma subordinatamente informa su come si possono compiere certe operazioni. Erone, a sua volta, mostra come costruire degli oggetti, ma a volte si sofferma anche sulle loro componenti in termini geometrici. I due testi, quindi, perseguono differenti priorità, ma non appaiono radicalmente differenti.

Nel suo brillante articolo (‘Tecniche e politica tra Socrate e Protagora in Platone’, pp. 37-51), Cerri si propone di leggere un luogo dell’Apologia di Socrate (24 c 9- 25 c 4), in cui il sapiente interroga direttamente l’accusatore Meleto, alla luce della differente concezione politica che emerge nel Protagora (319 a 10 – 328 a 1) tra il sofista e Socrate. Nell’Apologia l’‘inchiesta’ di Socrate, che smaschera l’incompetenza di differenti categorie sociali, si rivela antidemocratica1 (i politici non conoscono la tecnica politica e sono eletti dai cittadini ateniesi, anch’essi a digiuno di questa scienza); nel Protagora Socrate ribadisce ironicamente che la prassi democratica ateniese sembra presupporre che la politica non sia una tecnica e non sia insegnabile. Protagora, attraverso il mito di Prometeo ed un lungo logos, si contrappone alla tesi socratica: il mito dimostra che tutti gli uomini sono stati dotati di senso di vergogna e di giustizia da Zeus; ogni uomo, inoltre, è oggetto di un articolato addestramento educativo prima in seno alla famiglia, poi nell’ambiente scolastico. È la città, dunque, che ‘forma’ il cittadino che potrà poi ‘perfezionare’ la propria conoscenza politica. Le stringate risposte di Meleto nel passo dell’Apologia, se da un lato sono indizio della sua malafede e improntitudine, dall’altra riflettono l’adesione alla posizione che sarà illustrata dal Protagora platonico. A parere di Meleto, dunque, chi, come Socrate, si allontana dai metodi con i quali la polis ‘forma’ il cittadino merita l’accusa di corrompere i giovani.

L’articolato contributo di Amneris Roselli, ‘I maestri di Galeno, Galeno come maestro’ (pp. 53-70), analizza la formazione del medico greco. Buona disposizione iniziale, esercizio nell’arte del ragionamento, acquisizione di una propria specifica esperienza dei fatti medici, insegnamento dei maestri furono le prime tappe della formazione di Galeno. Capisaldi della formazione di un medico sono la lettura sotto la guida del maestro, l’esperienza diretta e l’esercizio. Il processo di apprendimento della scienza medica, a differenza delle altre arti, non si esaurisce, però, nella ricezione del sapere dal maestro; bisogna, ad esempio, esercitare i sensi per la diagnosi. Nella pratica medica si riscontrano diversi livelli di imitazione: al livello più alto c’è l’imitazione della natura; segue l’imitazione del maestro. In qualità di insegnante Galeno riproduce il modello pedagogico con il quale ha appreso la sua scienza.

Giacomella Orofino, nel suo studio dal titolo ‘Mnemotecniche visuali dell’antica medicina tibetana’ (pp. 71-83), analizza alcuni dei dipinti inseriti in una delle opere basilari della medicina tibetana, I Quattro Tantra della Medicina. Fu Desi Sangye Gyatso (1653-1701), dopo aver scritto un commento a quest’opera, a concepire l’idea di raffigurarla in settantanove dipinti su rotoli di tela (thanka), in modo da favorirne l’apprendimento mnemonico da parte degli allievi. Altri ottanta thanka illustrano l’altro testo chiave della medicina tibetana, il Trattato dell’Acquamarina Azzurra. Le Tavole si dividono in rappresentazioni sintetiche, composizioni lineari, illustrazioni che combinano le due tipologie. Il primo dipinto dei Quattro Tantra rappresenta il luogo metafisico di origine della scienza medica, il secondo la radice della fisiologia e della patologia. Viene quindi preso in esame un dipinto a composizione lineare, che rappresenta in sequenza tutte le cause delle malattie.

Fabrizio Pesando, nel suo articolo ‘L’Ars struendinella precettistica catoniana (Agr. , 14)’ (pp. 85- 94), sottolinea che le norme catoniane relative alla costruzione di ville e di aree produttive come il torcularium trovano una loro evidenza archeologica in alcune villae di Pompei e di Fregellae. In particolare quanto affermato nel paragrafo finale del capitolo 14, introdotto dal segnalibro Villa lapide calce, trova precisi riscontri nella domus 7 di Fregellae e nella Protocasa del Granduca Michele di Pompei. Le indicazioni catoniane sull’aedificatio sembrano riferirsi ad un mondo sospeso fra le antiche consuetudini di tenaci contadini-proprietari e le aspettative di domini allettati da grandi speculazioni terriere e mercantili.

Francesco Sferra nel suo ‘Tecniche di composizione del canone pāli. Trasmissione e costruzione del sapere nel Buddhismo Theravāda’ (pp. 95-107) analizza la funzione delle ripetizioni e delle formule presenti nel Canone Pāli, l’unico tra i canoni buddhisti a esserci pervenuto completo in lingua originale. L’analisi condotta evidenzia che le ripetizioni, oltre ad essere utili espedienti per la memorizzazione del testo, riflettono anche particolari tecniche di costruzione del sapere. I redattori hanno introdotto, cioè, delle formule per rimandare ad altri insegnamenti e ad altre parti del testo.

Il contributo di Roberto Velardi, ‘Metodi di insegnamento nelle scuole di retorica in Grecia tra V e IV secolo a. C.’ (pp. 109-24), prende le mosse da un’affermazione di Aristotele (Soph. El. 183 b 29-36), secondo il quale vi sono maestri che utilizzano per il loro insegnamento discorsi di tipo oratorio e quelli che istituiscono una tecnica di discussione basata su una successione di domande e risposte (ad esempio la Difesa di Palamede di Gorgia). Attraverso l’analisi dell’incipit dell’Encomio di Elena, di cui sono evidenziati il carattere prescrittivo ed il ricorso allo stile antitetico, e di una testimonianza platonica (Phaedr. 228a ˗ d), si sottolinea che il processo di memorizzazione degli allievi comporta diverse fasi: il maestro legge ripetutamente il testo, che passa all’allievo; questi esamina i punti più importanti o difficili da memorizzare, per poi ripeterlo più volte. I testi didattici degli allievi dei maestri di retorica non sono rigidamente classificabili come raccolte di argomenti o come composizioni su tema unitario: il tema unitario di scompone in una serie di argomentazioni a favore di una tesi o della tesi opposta; il discorso si presenta come raccolta di argomentazioni singole tenute insieme dalla medesima tesi. Costante nella prassi retorica greca è la narrativizzazione della norma.

Luigi Munzi, nel suo ‘Tecnica e ruolo dell’exemplum nei grammatici latini’ (pp. 125-49), compie un excursus all’interno del Corpus dei Grammatici Latini, analizzando il ricorso da parte dei maestri ad uno strumento indispensabile per la didattica quale è l’exemplum. È evidenziato in primo luogo il rapporto tra la grammatica e la grande letteratura: fine precipuo del grammatico era l’esegesi testuale. Gli exempla si dividono in esempi di origine letteraria e in exempla ficta, in cui si evidenziano alcune tendenze: il desiderio del grammatico di inserirsi nel canone degli autorevoli predecessori, l’aspirazione a lasciare un ricordo del suo nome, le preferenze letterarie. Come nella moderna didattica, il grammatico trae i suoi exempla dall’ambiente della scuola, dai programmi di studio, provando a vivacizzare la sua lezione con il ricorso improvviso al sermo cotidianus.2

Lo studio di Antonietta Gostoli, ‘L’educazione musicale nella Grecia antica (Platone; Aristotele, Ps. Plutarco, De musica’ (pp. 151-63), analizza il dibattito relativo alla musica che si svolse ad Atene tra il V e il IV sec. a. C. Il De musica pseudo-plutarcheo è testimone della contrapposizione che si venne a creare tra la musica antica e la nuova musica ‘degenerata’ negli aspetti tecnici e finalizzata al divertimento del grande pubblico nei teatri. Per Platone l’educazione musicale è funzionale al mantenimento di una costituzione che garantisca il governo ai cittadini migliori. Aristotele nell’ultimo libro della Politica sottolinea che i giovani devono imparare a suonare la lira perché la musica produce godimento e perché influisce sul carattere e sull’anima. Lo Stagirita non condanna in toto le nuove tecniche musicali, poiché anche l’uditorio non colto deve poter godere di spettacoli di proprio gradimento. Il nuovo rapporto tra politica democratica e sviluppo tecnico della musica e quello tra esecuzione e consumo della musica costituiscono una novità positiva ma comportano un’involuzione qualitativa del gusto musicale. Nei teatri saranno ammesse anche le armonie che, pur non avendo contenuto morale, possono procurare una catarsi.

L’articolo di Serafina Cuomo (‘All the proconsul’s men: Cicero, Verres and account-keeping’, pp. 165-85) evidenzia che nella strategia oratoria di Cicerone, tesa a smascherare la pessima amministrazione di Verre, hanno un ruolo importante gli elenchi di conti e cifre, che dimostrano i latrocini compiuti dal pretore. La cattiva gestione del denaro da parte di Verre ha indebolito la comunità ed è anche prova inconfutabile della malvagità dell’imputato. Appare evidente l’equazione tra buona amministrazione dei conti e condotta proba del cittadino. Ad occuparsi della gestione dei conti di questori, edili e tribuni erano gli apparitores, tra i quali vi sono gli scribi (testimonianza importante è la Lex Cornelia de xx quaestoribus). Nelle orazioni emergono alcuni dei collaboratori di Verre: i due scribae Cornificius e Maevius, i due fratelli Tlepolemus e Hiero, che aiutavano il pretore nel furto di opere d’arte, uno schiavo associato ai publicani, che ha imbrogliato sui conti. Anche i magistrati non necessariamente si occupano in prima persona della gestione dei conti, ma ricorrono a persone di fiducia (ad esempio Cicerone si avvale di Tirone). L’equazione stabilita tra moralità e buona gestione dei conti determina “the paradox of agency”, dovuto al fatto che i compiti gestionali del magistrato o del senatore erano in sostanza svolti da subalterni più competenti, almeno nell’ambito tecnico-scientifico, dei loro patroni.

Livia Marrone e Gioia Molisso, docenti del Liceo ‘Vittorio Emanuele II’ di Napoli, espongono i risultati del percorso didattico condotto con gli allievi nell’ambito della collaborazione con il Dipartimento di Studi del Mondo Classico e Mediterraneo antico de ‘L’Orientale’ (‘Insegnare la scienza dei Greci: un’esperienza didattica interdisciplinare’, pp. 187-206). L’itinerario didattico interdisciplinare (letteratura greca-fisica) ha comportato anche l’analisi della riproduzione ottocentesca di una fontana di Erone e la lettura di luoghi degli Pneumatica.

In conclusione i contributi raccolti nel volume perseguono mirabilmente l’obiettivo prefissato dai curatori, quello di illustrare le differenti modalità di trasmissione del sapere tecnico-scientifico elaborate nelle culture antiche.


Notes:


1.   Tra gli studiosi che hanno evidenziato la valenza antidemocratica dell’inchiesta socratica dell’Apologia cf. M. Montuori, Socrate: fisiologia di un mito, Firenze 1974.
2.   Cf. anche il recente F. Bellandi – R. Ferri (a c. di), Aspetti della scuola nel mondo romano, Atti del Convegno (Pisa 5-6 dicembre 2006), Amsterdam 2008.

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