Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2011.09.45

Stefan Radt (ed.), Strabons Geographika, Band 9: Epitome und Chrestomathie.   Göttingen:  Vandenhoeck & Ruprecht, 2010.  Pp. 357.  ISBN 9783525259580.  €199.95.  



Reviewed by Tiziano Dorandi, Centre J. Pépin UPR 76 CNRS, Villejuif (dorandi@vjf.cnrs.fr)

Il volume 9 dei Geographika di Strabone curato da Stefan Radt contiene l’edizione dell’Epitome e delle Crestomazie dell’opera in diciassette libri del geografo di Amiso. L’Epitome è qui pubblicata in intero per la prima volta; le Crestomazie avevano già fatto l’oggetto di edizioni, ma quella di Radt può considerarsi, senza alcun dubbio, la migliore di cui oggi disponiamo.

L’Epitome è trasmessa da un solo manoscritto del XIV s.: Vaticanus gr. 482, f. 145v-204v (siglato E),1 copiato di mano dello stesso epitomatore, un dotto anonimo della prima età dei Paleologi. Radt ha trascritto il testo da un microfilm sciogliendo (con l’eccezione di pochi casi dubbi) le numerose abbreviazioni per sospensione utilizzate dal copista/redattore.

L’Epitome (11-238) è giunta senza titolo e incompleta, priva dell’inizio (comincia da 58,36 C.) e della fine (si conclude a 839,30 C.) e costellata di lacune più o meno estese dovute talora alla perdita di fogli del manoscritto (vedi Radt 37, 90, 103); essa conserva comunque (ff. 155r29-157v23) ampi estratti della parte del libro 7 perduta nei codices integri.2 Si segnala inoltre che, allo stato attuale del manoscritto, quello che resta dell’epitome dei libri 1 e 2 (fino a 131,2 C.) occupa gli ultimi fogli (ff. 199r-204v) e segue il testo del libro 17 (mutilo alla fine).

Le Crestomazie (243-346) sono assai più brevi dell’Epitome. Esse sono trasmesse per intero, con il titolo Χρηστομάθειαι ἐκ τῶν Στράβωνος Γεωγραφικῶν, nel codice Palatinus Heidelbergensis gr. 398 (850-880), ff. 60r-156r (siglato X). In X, gli estratti sono numerati progressivamente, libro dopo libro; ma al copista sfuggì, per tre volte, il punto di divisione e i libri II-III, VII-VIII e XV- XVI sono presentati insieme come tre unità (Radt 241). Si conservano anche due serie di estratti delle Crestomazie. Senza importanza è quella del codice Athos Vatop. 655 (XIV s. med.), ff. 55-69, apografo di X. Gli estratti (elencati da Radt 241) conservati nel codice Parisinus gr. 571 (XIII s. ex.), ff. 418v-430v risalgono invece a un modello indipendente da X.3 Passi delle Crestomazie furono citati anche da Michele Italico (XII s.) e da pochi altri anonimi scrittori bizantini (vedi i rimandi segnalati da Radt 297, 302, 305, 306, 313, 335, 345).

Le Crestomazie hanno conosciuto una larga diffusione a stampa a cominciare dall’editio princeps di Gelenius (1533) e fino a quella di Müller (Geographi Graeci minores 2.529-636). Esse vennero anche tradotte in latino una prima volta dal Gemusaeus (1557, traduzione diffusa e ristampata da von Hudson e v. Almeloveen) e poi dal Müller (1861).

Per la sua edizione, Radt propone una trascrizione completa del testo trasmesso da X (del quale riproduce anche gli errori dello scriba), segnalando in apparato una scelta di correzioni e congetture dei precedenti editori e tutte le varianti di Par. (per altri dettagli sui criteri ecdotici seguiti, vedi Radt 241-242).

Alla differenza dei libri della Geografia, Radt non ha tradotto né commentato l’Epitome e le Crestomazie; né ce n’era bisogno.

Il volume è completato da quantomai utili ‘Korrigenda’ ai precedenti otto tomi dell’edizione (348-357).

Radt aveva tenuto già opportunamente conto del contributo dell’Epitome e delle Crestomazie nell’edizione del testo integro dei Geographika di Strabone; l’idea di pubblicare ora per intero quei due testi non può che essere salutata con favore. Per l’Epitome, Radt (9) richiama l’esempio dell’Epitome di Ateneo: Wilamowitz ne aveva preconizzato la necessità di una edizione, realizzata poi da Peppink tra il 1937 e il 1939. Per le Crestomazie, richiamerei le due raccolte di estratti dalle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio (e in particolare il cosiddetto Magnum excerptum) conservate nel codice Vaticanus gr. 96 del XII s. a lungo studiate da A. Biedl (1955) e delle quali abbiamo oggi una editio princeps, certo tutt’altro che impeccabile,4 ma pur sempre utile.

Il codice Palatinus (X) è un testimone primario della codiddetta ‘Collection philosophique’ e in relazione a questa collezione le Crestomazie e gli altri testi geografici (il cosiddetto ‘corpus geografico’) tramessi da questo manoscritto sono stati studiati di recente da Marcotte e Ronconi.5 In particolare, Marcotte6 ha attirato l’attenzione su un passo del prologo delle Solutiones ad Chosroem del filosofo neoplatonico del VI sec. Prisciano di Lidia (giunteci solo in una traduzione latina tarda), dove leggiamo (42, 8-13 Bywater): usi quoque sumus utilibus quae sunt ex Strabonis Geographia; Lauini quoque ex Gaii scholis exemplaribus Platonicorum dogmatum; adhuc etiam ex commento Gemini Posidonii de Μετεωρων; et Ptolemaei Geographia de klimatibus, et si quid utile nobis ex Astronomicis apparuit; Marciani Periegesis, et Μετεωρων Arriani. Lo studioso ha plausibilmente suggerito che la formula utilibus quae sunt ex Strabonis Geographia presuppone in greco un titolo come Χρηστομάθειαι ἐκ τῆς Στράβωνος Γεωγραφίας (o ἐκ τῶν Στράβωνος Γεωγραφικῶν), che corrisponde a quello che designa in X gli estratti straboniani. Su fondamento di questo indizio e del fatto che Prisciano cita due passi di Strabone nelle Solutiones trasmessi anche nelle Crestomazie,7 Marcotte ha proposto di collocare la formazione del ‘corpus geografico’ di Heidelberg, e dunque anche delle Crestomazie straboniane, in un’epoca assai più antica del IX sec., suggerendo una collocazione in età anteriore al VI sec. quando venne utilizzata da Prisciano. L’ipotesi che la formula di Prisciano faccia riferimento alle Crestomazie è probabile anche se nel testo dei due brevi passi di Stabone citati dal filosofo neoplatonico non ci sono ‘varianti’ peculiari alla tradizione di X. Radt ha registrato entrambi i luoghi di Prisciano come testimoni della tradizione indiretta straboniana in margine ai due luoghi corrispondenti nell’edizione dei Geographika, ma non in quella delle Crestomazie). La questione è interessante, ma richiederebbe una discussione più ampia anche in relazione alla formazione dell’insieme della codiddetta ‘Collection philosophique’.8

Se ho aggiunto qualche informazione complementare a quelle di Radt e se ho insistito sulle possibili tappe della formazione e della prima diffusione delle Crestomazie è unicamente perché i volumi di A. Diller sulla tradizione manoscritta di Strabone e i geografi minori9 restano ancora un ottimo stumento di ricerca, ma necessitano (in qualche punto almeno) di essere aggiornati alla luce dei progressi degli studi paleografici e codicologici.

Ho già espresso altrove il mio giudizio estremamente favorevole sull’insieme dello Stabone di Radt.10 La lettura di questo volume non può che confermarlo. Radt ha reso agli studiosi dell’antichità un servizio inestimabile mettendo a loro disposizione una edizione critica tradotta e commentata dei Geographika di Strabone che resterà un modello di acribia e di tecnica editoriale.


Notes:


1.   Per le sigle dei manoscritti, vedi i Prolegomena di Radt nel vol. 1 (2002) dello Strabone, X-XI.
2.   Radt 65. I passi in questione, che corrispondono, in larga misura, ai frammenti 1-22 Radt del libro 7, erano già stati pubblicati nell’edizione di quel libro (vol. 2.342-383) e non sono qui riproposti.
3.   Per una descrizione dettagliata dei manoscritti vedi ora D. Marcotte, Les Géographes grecs. Tome 1, Introduction générale. Pseudo-Scymnos, Circuit de la terre, Paris 2000, LXXXVIII-C (Pal.), C-CIX (Vatop.), CX- CXIV (Paris.) e F. Ronconi, I manoscritti greci miscellanei. Ricerche su esemplari dei secoli IX-XII, Spoleto 2007, 33-75 e tavv. I-VI (Pal.). Cenni anche sul Paris. (66-67) e il Vatop. (34-35). Complementi sul Pal. nell’introduzione di A. Stramaglia alla sua edizione Phlegon Trallianus, Opuscula de rebus mirabilibus et de longaevis, Berlin und New York 2011, XII-XXII.
4.   M. Marcovich, Diogenis Laertii Vitae philosophorum, 2: Excerpta Byzantina, Stutgardiae et Lipsiae 1999, 89-320 su cui T. Dorandi, ‘Laertiana’. Capitoli sulla tradizione manoscritta e sulla storia del testo delle ‘Vite dei filosofi’ di Diogene Laerzio, Berlin und New York 2009, 79-99. Alla luce anche della lettura del volume di Radt, oggi sarei meno scettico sulla necessità della pubblicazione di questo tipo di testi di quanto lo ero in precedenza (cf. Phronesis 45, 2000, 331-340).
5.   Supra, n. 3. Vedi anche D. Marcotte, ‘Le ‘corpus’ géographique de Heidelberg (Palat. Heidelb. gr. 398) et les origines de la Collection philosophique’, in C. D’Ancona (ed.), The Libraries of the Neoplatonists, Leiden 2007, 167-175.
6.   Marcotte, Les Géographes grecs, op. cit., CXLI-CXLIII e ‘Le ‘corpus’ géographique de Heidelberg’, art. cit. (n. 4), 174-175.
7.   Marcotte, ibid. 174 n. 38. Si tratta di Prisc. Lyd., Solut., 91, 6-14 Bywater = Strab. 6.1.13 (263 C.) e 10.1.14 (449 C.) = Chrest. 6.16 e 10.9 (273, 21-25 e 298, 14-15 Radt).
8.   Tenendo anche conto delle riserve di Ronconi, cf. (BMCR 2011.05.19).
9.   A. Diller, The Textual Tradition of Strabo’s Geography, Amsterdam 1975 e The Tradition of the Minor Greek Geographers, Philadelphia 1952.
10.   Mnemosyne 58, 2005, 138-141 e 60, 2007, 144-145.

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