Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2011.08.41

Yves Perrin (ed.), Neronia VIII: bibliothèques, livres et culture écrite dans l'empire romain de César à Hadrien. Actes du VIIIe Colloque international de la SIEN (Paris, 2-4 octobre 2008). Collection Latomus 327.   Bruxelles:  Éditions Latomus, 2010.  Pp. 399; xvii p. of plates.  ISBN 9782870312681.  €60.00 (pb).  



Reviewed by Serena Ammirati, Università degli Studi Roma Tre (serena.ammirati@gmail.com)

[Authors and titles are listed at the end of the review.]

L’epoca che va da Cesare ad Adriano è particolarmente significativa per la diffusione delle prassi scrittorie a Roma. L’ottavo colloquio della Société Internationale d’Études Néroniennes raccoglie su questo argomento trentasei contributi, distribuiti, dopo una breve introduzione a firma del curatore Yves Perrin, in tre grandi sezioni tematiche principali: Les édifices et leurs fonds. Écrire, éditer, diffuser; Écriture et société; Usage et rôle de l’écrit dans l’empire. Dirò di ciascun contributo, soffermandomi in dettaglio su alcuni.

Nella prima sezione, in tema di struttura e funzione delle biblioteche, considerazioni importanti vengono dai lavori di Nicholls e Meneghini in particolare. Il primo sottopone fonti letterarie, epigrafiche e archeologiche ad un attento riesame per discutere l’ipotesi tradizionale dell’esistenza di una divisione strutturale, all’interno delle biblioteche romane, tra biblioteca greca e latina. Ragionevolmente Nicholls sostiene che tale divisione, benché ammissibile soprattutto nelle biblioteche di età augustea, non è l’unica possibile (pp. 12 e 20) e che altre risultano più dimostrabili (ad esempio, per genere letterario: p. 18). Meneghini passa in rassegna le biblioteche pubbliche di Roma e precisa, sulla base dei recenti scavi effettuati nell’area di piazza Venezia a Roma, la datazione, la struttura e la funzione della biblioteca Ulpia. In particolare, mi pare significativo che sia Nicholls che Meneghini richiamino più volte la distinzione tra edifici pubblici e privati, nonché la funzione della biblioteca pubblica come archivio (pp. 20 e 21; p. 39).

Sève tenta una coraggiosa ricostruzione del rapporto tra le dimensioni dei rotoli di papiro (larghezza e lunghezza media dei volumina), e le dimensioni effettive delle biblioteche antiche, cercando di mettere in relazione questi valori con i numeri sulla consistenza delle biblioteche presenti nella letteratura antica, giungendo alla conclusione che esse non dovevano avere la capacità attestata dalle fonti, ma di gran lunga inferiore. È chiaro che i calcoli proposti devono risultare del tutto ipotetici, poiché le variabili sono numerose: i rotoli potevano non avere tutti le stesse dimensioni, come provano quelli conservati; essi non erano gli unici supporti scrittori custoditi nelle biblioteche; le cifre presenti nelle fonti antiche possono essersi corrotte nella tradizione del testo. A Sève va comunque ascritto il merito di aver posto la questione in maniera problematica, mostrando la sostanziale discrasia tra archeologia (volumina papiracei conservati; biblioteche antiche rinvenute) e letteratura.

Coqueugniot rileva il prevalente carattere evergetico della costruzione o dell’abbellimento delle biblioteche dell’Oriente mediterraneo di epoca romana, sorte sì per conservare libri, ma soprattutto come mausolei del fondatore o del dedicatario della fondazione, la salma del quale è ivi sepolta. In questo modo, si mette in luce che il deposito dei libri nel mondo greco-romano non è un fatto uniforme, ma risente di specifiche istanze connesse con il periodo e l’iniziativa dei singoli.

Il lavoro di Bergemann illustra la biblioteca fondata da Adriano ad Atene, fornendo una nuova interpretazione degli spazi individuati dagli scavi: saremmo in presenza di un centro culturale multifunzione, non dissimile dal Forum Pacis di Roma (e nemmeno, probabilmente, dal complesso di Kom el-Dikka ad Alessandria).

In tema di instrumenta scriptoria, Croisille propone una semplice classificazione dei numerosi dipinti pompeiani che li raffigurano, e delle scene di scrittura, puntualmente riprodotte.

In tema di scrittura e prassi scrittorie, Pecere discute problemi di autografia e composizione d’autore nel mondo romano1; Fioretti analizza le differenti modalità di esecuzione della scrittura latina, nelle sue forme meno calligrafiche, testimoniate in papiri latini di contenuto letterario databili tra il I secolo a.C. e il II d.C., mettendo in luce l’analogia fra il tratteggio delle lettere ivi attestato e quello delle lettere graffite su superfici dure (muri e tavolette). Tale comunanza di uso è prova dell’esistenza di una varietà di scritture informali, dal ductus non posato, di aspetto geometrico, anch’esse verosimilmente apprese, come la capitale, nell’insegnamento grafico di base e dunque adoperate, oltre che per scritturazioni della vita quotidiana stricto sensu, anche per copiare “libri d’uso”.

Dorandi discute le fonti che mostrano l’attività di composizione letteraria e confezionamento librario all’interno della biblioteca della Villa dei Papiri di Ercolano.

Secondo Jolivet, l’erudizione in materia omerica in epoca protoimperiale a Roma è una moda intellettuale. Non è lecito parlare genericamente di una filologia di corte (Tiberio escluso) ma si registra una tendenza mondana dell’attività filologica. La moda simposiaca delle disquisizioni filologiche di origine ellenistica ha un’eco nei banchetti nei poemi epici, come mostra l’originale interpretazione dei vv. 750-752 del primo libro dell’Eneide (pp. 108-109).

Devillers discute le ragioni storico-ideologiche che avrebbero portato in epoca neroniana, per volere dello stesso Nerone, alla diffusione sistematica dell’epistolario di Attico e Cicerone, peraltro già noto, come dimostrerebbero i precisi riscontri lessicali negli autori attivi nel I sec. d.C. (in particolare, Seneca e Lucano).

Rocca-Serra discute in breve il controverso passo della Vita Persi dello pseudo Probo sui 700 libri di Crisippo appartenuti al poeta latino. Gli argomenti proposti per ritenere il nome di Crisippo un’interpolazione, tuttavia, non risultano cogenti: l’uso del termine latino acervuus anziché di sorites, calco dal greco (σωρίτης) nell’illustrazione del paradosso di Eubulide di Mileto al v. 80 della satira VI, dedicata a Crisippo, non può essere considerata la prova del fatto che Persio non leggesse Crisippo in greco; è più probabile che si tratti di una scelta dettata da ragioni metriche o, più genericamente, stilistiche. Sul lascito di libri di Crisippo e la sua consistenza è interessante l’equilibrata e argomentata ricostruzione di Takáks, pp. 332-338.

La seconda sezione è dedicata all’analisi di particolari tipologie librarie. Il libro di conti privato, illustrato da Minaud, è espressione di una disciplina fortemente conservativa, la contabilità. A proposito dell’espressione petroniana libra rubricata, ricordata da Minaud per provare l’esistenza della circolazione di libri di diritto, vale la pena notare che essa trova riscontro nei titoli rubricati del PMich 456 + PYale inv. 1158R, il più antico libro latino di contenuto legale pervenutoci.

Ducos descrive la diffusione del sapere giuridico all’epoca del principato, offrendo interessanti spunti di riflessione riguardanti la dialettica tra oralità e scrittura nell’apprendimento della giurisprudenza, la formazione delle raccolte di interpretazioni, la crescente diffusione di tali opere con il progressivo accesso degli abitanti delle province alla cittadinanza romana, la loro raccolta in sedi specifiche (sotto Augusto, il tempio di Apollo a Roma: un’ulteriore indicazione in favore di una difformità delle pratiche di conservazione archivistico-bibliotecarie nel mondo romano). Ducos nota altresì la fioritura e la diffusione di manuali di diritto (sono menzionate, anche se oltre i termini cronologici imposti dal titolo del convegno, le Institutiones di Gaio, la cui semplicità si spiega bene, a mio parere, con la supposta origine provinciale dell’autore).

A Guillaumin si deve il panorama sul libro gromatico, una tipologia specificamente romana, sul piano sia dei contenuti sia dell’organizzazione della materia (institutio, ma anche ars): un libro necessariamente e intenzionalmente ricco di illustrazioni, delle quali rimangono significative, ancorché non esaustive, tracce nei codici di epoca tardoantica e carolingia del corpus agrimensorum.

De Souza si sofferma sull’uso dei libri nei riti romani: la religione romana non è una religione del libro; esso vi viene adoperato (ad esempio, come garanzia dell’efficacia del rito: p. 172), ma non è il mezzo fondamentale di trasmissione del sapere religioso, che avviene piuttosto per via orale.

Troiani, partendo da una discutibile interpretazione del passo petroniano sulle tres bibliothecae (Petron. 48), propone un’efficace panorama dell’interazione fra grecità e romanità e culture/lingue e scritture altre, rivendicando l’interazione fra giudaismo e cultura greca negli esiti culturali specifici delle singole città ove le comunità giudaiche si erano insediate, nonché l’importanza di tale interazione per la nascita e la diffusione del Cristianesimo.

Bérenger esamina le fonti scritte a disposizione dei senatori e del loro utilizzo nell’amministrazione delle province, giudicando verosimile l’esistenza di archivi locali contenenti la normativa, la giurisprudenza e le opere utili all’esercizio di tale funzione da parte del senatore.

Le Bohec traccia una sistematica rassegna, condotta anche sulla base delle testimonianze papiracee, delle numerose attività dell’esercito per le quali sono necessarie la capacità di leggere, scrivere e far di conto. Il saggio offre una valutazione alquanto negativa della diffusione dell’alfabetizzazione e del livello medio di cultura dei soldati romani. Si consideri tuttavia che proprio ad ambienti militari romani è riferibile, se non l’allestimento, perlomeno l’uso di talune tra le più antiche e significative testimonianze latine su papiro di contenuto letterario, come il PQasr Ibrîm 1.

Blásquez Martínez descrive i miliari di epoca neroniana in Spagna. Nel contributo di Cavallo, dedicato ai modi dell’alfabetizzazione femminile in età tardo-repubblicana e proto-imperiale, si evidenzia la dimensione per lo più privata delle attività di lettura e scrittura per le donne nel mondo antico. A Cavallo sono anche affidate le conclusioni del volume: in esse è proposta con originalità una sintesi discorsiva dei diversi contributi.

Perrin-Samidanayar descrive la biblioteca di Pantainos ad Atene: interazione di pubblico e privato per la costruzione dell’edificio, natura essenzialmente privata della collezione libraria. In tal senso, a proposito della nota epigrafe ivi rinvenuta sul divieto di portar via libri dalla biblioteca, l’autore propone che esso fosse destinato al personale piuttosto che ai fruitori.

Agli obelischi egiziani presenti a Roma e a Benevento è rivolto il contributo di Grzybek, con interessanti considerazioni sulle modalità di allestimento delle loro iscrizioni geroglifiche (in quelli incisi a Roma i segni sono disposti orizzontalmente, secondo il senso di lettura delle scritture greca e latina, e non in verticale, secondo il senso consueto dei geroglifici) e sui loro committenti.

Nella terza sezione, Stucchi indica ne “l’oralità colta” di alcuni personaggi del Satyricon una fonte significativa per lo studio delle recitationes di epoca proto-imperiale.

Secondo la ricostruzione di Galimberti Biffino, Plinio il Giovane riteneva fondamentale una preliminare diffusione orale delle sue composizioni in circoli ristretti e selezionati di interlocutori che potessero suggerire migliorie da apportare al testo in vista di una successiva rielaborazione formale, lunga e attenta, e della definitiva pubblicazione scritta.

Prokoph descrive l’evoluzione del genere biografico dall’età repubblicana all’epoca imperiale, durante la quale si conservano alcune caratteristiche tipiche delle biografie “orali”, come le laudationes funebres.

Lefebvre discute il ruolo dell’erudizione letteraria nella formazione culturale dell’optimus princeps. Essa ha valore relativo: sia nelle prospettiva dei biografi (lodatori ovvero detrattori), sia in relazione alle altre attività che caratterizzano in positivo o negativo la personalità e il ruolo del princeps.

Nel contributo di Vössing viene descritto il complesso rapporto tra gli imperatori e le declamationes. Esso investe il confine, labile, tra ruolo pubblico e sfera privata del Cesare; la partecipazione del princeps alle declamationes, come attestazione di civilitas e di libertà di parola; la figura del tiranno tratteggiata in alcuni discorsi, scevra di riferimenti al sovrano corrente, e il suo influsso nella ritrattistica storiografica imperiale di epoca successiva.

Nel suo contributo Deroux sottolinea come la pena che Giovenale (III, vv. 206-207) prova verso Codro e la perdita della sua misera biblioteca abbia radici nella sua verosimilmente affine condizione di intellettuale senza consistenti risorse materiali. Il patetismo è evidenziato dalla scelta di soluzioni metriche “solenni”.

La quantità di papiri letterari rinvenuti e, di contro, la scarsità di testimonianze archeologiche, sono discusse da Rodriguez al fine di proporre l’esistenza di una biblioteca aperta al pubblico a Ossirinco, da mettere in relazione con il ginnasio cittadino e l’attività dei ginnasiarchi.

Hadas-Lebel descrive la figura di Nerone nella storiografia giudaica, come redivivus (negli oracoli sibillini e nell’Apocalisse) e “rivisitato” (nella letteratura talmudica). Analogie e differenze tra storiografia tacitiana e rappresentazioni tragiche sono discusse da Galtier. Castagna propone un’efficace sintesi dei passi senecani in tema di libri. Infine, Sauron insiste sul tema dell’eroizzazione del fondatore nella struttura della biblioteca di Celso a Efeso, rimarcando l’analogia tra la facciata dell’edificio e una frons scenae per le rappresentazioni drammatiche.

La ricchezza e la varietà dei contributi, nonché il corposo apparato di immagini, permettono di accostarsi alle prassi di cultura scritta nell’epoca da Cesare a Adriano da numerosi punti di vista (archeologico, epigrafico, filologico, paleografico, papirologico, storico, storico-letterario), rendendo questo volume un prezioso strumento di studio.

Table of Contents:

Avertissement, pp. 5-6

Y. Perrin, Introduction, pp. 7-8

M. Nicholls, ‘Bibliotheca Latina Graecaque: On the Possible Division of Roman Public Libraries by Language’, pp. 11-21

M. Sève, ‘Dimensions des livres et locaux de conservation dans les bibliothèques antiques’, pp. 22-31

R. Meneghini, ‘Le biblioteche pubbliche di Roma nell’alto impero’, pp. 32-40

G. Coqueugniot, ‘Des bibliothèques pour le public … et à la gloire des leurs fondateurs. Les motivations des fondateurs de bibliothèques dans le provinces orientales de l’empire romain, de César à Hadrien’, pp. 41-53

J. Bergemann, ‘Die Hadriansbibliothek in Athen. Kaiserliches Bauwerk zwischen Klassizismus und romantischer Erinnerungskultur’, pp. 54-62

J.-M. Croisille, ‘L’instrumentum scriptorium dans la peinture romaine’, pp. 63-78

O. Pecere, ‘Il manoscritto dell’autore latino: un sondaggio’, pp. 79-90

P. Fioretti, ‘Libri d’uso e scritture informali in età romana’, pp. 91-99

T. Dorandi, ‘Pratiques d’écriture et de copie dans la bibliothèque de Philodème à Herculanum’, pp. 100-104

J.-C. Jolivet, ‘Philologues et commentaires alexandrins à Rome a la fin de la république et au début de l’empire’, pp. 105-115

O. Devillers, ‘La réception des Lettres à Atticus sous Néron’, pp. 116-126

G. Rocca Serra, ‘Pas de chagrin pour les livres détruits’, pp. 127-129

G. Minaud, ‘Les livres de compte privés et le droit romain au temps de Néron’, pp. 133-144

M. Ducos, ‘La diffusion du savoir juridique sous le principat’, pp. 145-155

J.-Y. Guillaumin, ‘Le livre gromatique du Haut-Empire’, pp. 156-164

M. de Souza, ‘L’utilisation de livres dans les rites romains’, pp. 165-172

L. Troiani, ‘La biblioteca del giudaismo ellenistico’, pp. 173-181

A. Bérenger, ‘Gouverneurs de province, bibliothèques et archives’, pp. 182-191

Y. Le Bohec, ‘L’écrit au sein de l’armée romaine, du Ier au IIIe siècle de notre ère’, pp. 192-207

J. M. Blásquez Martinez, ‘Miliarios de Nerón en Hispania’, pp. 208-216

G. Cavallo, ‘Donne e cultura scritta nel mondo romano da Cesare ad Adriano’, pp. 217-226

É. Perrin Saminadayar, ‘Bibliothèques publiques et bibliothèques privées athéniennes (Ier siècle av. J.-C. – IIe siècle ap. J.-C.): le statut de la bibliothèque de Pantainos’, pp. 227-238

E. Grzybeck, ‘Rome et la culture écrite étrangère: Domitien et ses obélisques à Rome et à Bénévent’, pp. 239-247

S. Stucchi, ‘Il ruolo delle recitationes nella circolazione della cultura nel I sec. a.C.: il Satyricon di Petronio’, pp. 251-262

G. Galimberti Biffino, ‘Oralité et écriture dans la circulation littéraire, le cas de Pline le Jeune’, pp. 263-272

F. M. Prokoph, ‘Vitam narrare à la romaine. L’intérêt biographique et son passage de l’oral républicaine à l’écrit impérial’, pp. 273-289

L. Lefebvre, ‘L’optimus princeps et les lettres, pp. 290-300

K. Vössing, ‘Der Kaiser und die Deklamationen’, pp. 301-314

C. Deroux, ‘La plus petite bibliothèque privée du monde romain: la cista de Cordus (Juvénal, Sat., III, 206-207)’, pp. 315-331

L. Takàks, ‘The Library of Persius’, pp. 332-338

P. Rodriguez, ‘Une bibliothèque ouverte au public à Oxyrhynchus?’, pp. 339-351

M. Hadas Lebel, ‘La figure de Néron dans l’histoire et la tradition juives’, pp. 352-358

F. Galtier, ‘Historiographie tacitéenne et représentations tragiques’, pp. 359-368

L. Castagna, ‘Seneca, i libri, la cultura’, pp. 369-373

G. Sauron, ‘La bibliothèque de Celsus a Éphèse : étude de sémantique architecturale et décorative’, pp. 374-385

G. Cavallo, ‘In ultima analisi …’, pp. 389-396

Sommaire, pp. 397-399


Notes:


1.   L’autore ha trattato estesamente questo argomento in una monografia apparsa contemporaneamente all’uscita degli atti del convegno parigino: O. Pecere, Roma antica e il testo. Scritture d’autore e composizione letteraria, Biblioteca Universale, 644, Roma-Bari 2010.

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