Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2011.08.33

Maria Cruz Cardete del Olmo, Paisaje, identidad y religión: imágenes de la Sicilia antigua. Colección dirigida por M.a Eugenia Aubet.   Barcelona:  Bellaterra, 2010.  Pp. 224.  ISBN 9788472905009.  €15.00 (pb).  



Reviewed by Roberto Sammartano, Università degli Studi di Palermo (robsamm@unipa.it)

[Author and titles are listed at the end of the review.]

In questa agile monografia, M.C. Cardete del Olmo affronta lo studio delle relazioni interetniche nella Sicilia di età arcaica e classica basandosi su modelli teorici derivanti dalle moderne discipline socio-antropologiche e dal fecondo filone di studi di marca anglosassone incentrato sul tema della “ethnicitity” delle società antiche. L’obiettivo dell’Autrice è quello di chiarire alcuni aspetti culturali e ideologici delle dinamiche interetniche della Sicilia antica attraverso alcune chiavi di lettura considerate fondamentali per la comprensione delle reti di relazione tra gruppi sociali distinti, ossia la “costruzione” del paesaggio, inteso non in senso fisico bensì “mentale” e “ideologico”, la formazione delle identità etniche e lo sfruttamento delle credenze religiose per scopi di integrazione politica e di controllo territoriale. Si tratta, dunque, di uno studio che non pretende affatto di ricostruire in maniera sistematica la storia dei rapporti tra Greci e non-Greci di Sicilia, ma che mira piuttosto a riesaminare sotto una luce diversa alcuni episodi cruciali della storia dell’isola, come l’espansionismo di Akragas all’epoca di Falaride e Terone, il movimento siculo di Ducezio, la battaglia di Himera del 480 a.C. e infine il Congresso di Gela del 424 a.C.

Nell’introduzione Cardete illustra le linee metodologiche seguite nel corso del lavoro, affrontando questioni di carattere meramente teorico che si basano su una buona conoscenza della bibliografia moderna sull’argomento. Qui viene messo in evidenza come il paesaggio si componga tanto di aspetti tangibili e ben localizzabili nello spazio quanto di elementi simbolici, fantastici e ideologici, offrendo una “proiezione vitale della società e dei processi di relazione tra i suoi membri” (p. 23). La storia dei contesti coloniali della Sicilia viene considerata come un caso-studio particolarmente fruttuoso, in quanto offre esempi molto chiari di processi di costruzione del paesaggio, a partire dalle strategie messe in atto dai coloni greci di Sicilia per giustificare la conquista delle terre possedute in precedenza dalle popolazioni locali. Grazie soprattutto alla rielaborazione del passato attraverso la mitologia, i punti-chiave del paesaggio sono fissati dalle tracce lasciate dalle presenze eroiche, dai luoghi di culto e dai riti religiosi fondati sulla “memoria” mitica, e pertanto il territorio coloniale viene visto come un sistema chiuso, già formato nella sua rete di relazioni interetniche.

La disamina dei casi concreti della storia siciliana si articola in quattro parti. Nel primo capitolo viene riportata una breve sintesi della storia degli studi sulla Sicilia antica, a partire dagli eruditi antiquari dell’età rinascimentale fino alle più recenti linee di ricerca scientifica, con una particolare attenzione verso il tema delle relazioni tra Greci e popolazioni “indigene”. La Sicilia ha sempre esercitato un’attrazione singolare presso intellettuali e studiosi di ogni epoca proprio per la complessità delle situazioni determinate dalla compresenza di numerose componenti etniche, assumendo per questo un valore quasi paradigmatico. L’isola viene percepita pertanto come una specie di modello in piccola scala della storia mediterranea, se non della storia universale, ciò che giustifica la scelta del titolo “Sicilia: el mito encarnado” assegnato appunto a questo capitolo.

La seconda parte è dedicata alle relazioni tra Akragas e i centri “indigeni” all’epoca delle tirannidi di Falaride e Terone (pp. 61-95). Dopo qualche generica riflessione sulle caratteristiche della tirannide siceliota, l’Autrice sofferma la sua attenzione sulla figura di Falaride che sintetizza i tratti tipici del tiranno despota e violento. Al centro dell’indagine sta soprattutto il processo espansionistico condotto da Akragas ai danni delle popolazioni sicane, che determina la prima definizione territoriale della colonia geloa. Tale processo non solo investe le popolazioni non-greche dell’interno, ma contribuisce anche a ridefinire i rapporti fra i coloni di Akragas, attraverso complesse relazioni sociali e sottili processi ideologici che si avvalgono di una sapiente strumentalizzazione di culti e di miti appartenenti al patrimonio culturale dei Rodio-Cretesi. Ci si riferisce, soprattutto, al culto di Demetra, al mito di Dedalo, Cocalo, Minosse e al toro di Falaride che, saturi di tratti simbolici e paradigmatici, sono analizzati dalla studiosa con un occhio particolarmente attento verso la funzione da questi svolta nella ridefinizione del paesaggio legato alla sfera di Akragas. Cardete conclude che le operazioni religiose attribuite a Falaride contribuirono alla costruzione di un paesaggio percettivo nel quale convivevano, confondendosi, territori controllati e spazi agognati per dar compimento all’espansione; una confusione voluta e molto utile per mantenere l’unità cittadina di fronte al mondo esterno, giacché si trasformò in una forza propulsiva di nuove identità, fondate sempre sull’autorità e sulla tradizione religiosa.

Gli stessi temi mitici vengono in seguito sfruttati, ma per scopi non coincidenti, da Terone, il quale avrebbe promosso un’abile campagna propagandistica incentrata soprattutto sulla contrapposizione della propria immagine a quella totalmente negativa costruita attorno alla figura “inquietante” di Falaride. Grazie ad una manovra altrettanto abile Terone mirò a recidere il legame con la madrepatria diretta Gela, diffondendo la notizia secondo la quale un gruppo di Rodi, cui la stirpe degli Emmenidi faceva risalire le proprie origini, avrebbe colonizzato la città senza la mediazione geloa. Si tratta in entrambi i casi di interventi operati sulla tradizione al fine di piegarla alla volontà e all’interesse dell’ideologia filo-rodia del tiranno. Alla figura di Terone si lega anche il famoso e controverso episodio della restituzione ai Cretesi delle ossa di Minosse. Secondo l’ipotesi di Cardete del Olmo anche questo gesto si giustificherebbe con l’intento di Terone di distanziarsi dal suo crudele predecessore, che avrebbe fatto leva sul gruppo etnico cretese e sui motivi della saga di Minosse, Dedalo e Cocalo per legittimare il suo potere ad Akragas e per giustificare le conquiste violente ai danni dei centri sicani. Grazie alla restituzione delle spoglie di Minosse ai Cretesi Terone, al contrario, avrebbe voluto favorire la pacificazione etnica, enfatizzando il suo gesto di pietà religiosa nei confronti dell’etnia avversa.

Il terzo capitolo è dedicato al movimento siculo guidato da Ducezio. Nel tentativo di definire il ruolo rivestito da Ducezio nella costruzione di un’identità sicula, l’A. ripercorre le fasi dell’ascesa politica del condottiero di Menai fin dai suoi esordi e ricostruisce le tappe salienti del suo progetto volto alla costituzione di una “nazione” di Siculi. Si tratta di una personalità non priva di talune contraddizioni: pur interpretando il disagio indigeno e contribuendo alla costruzione di un’identità sicula, Ducezio subisce il fascino di modelli ellenici, quali trapelano in modo inequivocabile dalla fondazione di Menainon secondo schemi e moduli prettamente greci. La costituzione della synteleia — realtà federale che raccoglie attorno a Paliké numerosi centri siculi— rappresenta un ulteriore elemento aggregante per la comunità indigena, già consapevole della propria identità politica e religiosa. In merito alla fondazione di Paliké, l’A. procede ad una riflessione relativa al significato religioso della scelta del luogo. È evidente come questa sia strettamente legata al culto dei Palici, i fratelli divini nati dalla terra e venerati nei pressi del lago di Naftia, da cui scaturiscono esalazioni sulfuree che impediscono ogni forma di vita. Si tratta dunque di un luogo che per la sua forte sacralità diventa il centro privilegiato non solo per l’aggregazione di quelle popolazioni epicorie che si riconoscono nel progetto politico di Ducezio ma anche per il processo di costruzione dell’identità sicula. Le istanze di carattere religioso ricoprono dunque un ruolo centrale anche nei processi identitari messi in atto dalle popolazioni non-greche di Sicilia. Il culto dedicato agli dei Palici costituisce l’elemento fondante di un nuovo “paesaggio”, di una rinnovata concezione territoriale del mondo siculo e di una nuova forma di intendere l’identità sicula.

Il filo rosso che attraversa l’ultimo capitolo del libro consiste nel tentativo di capire se e quando i Greci di Sicilia percepirono se stessi come appartenenti ad un medesimo gruppo etnico. Si tratta in altri termini della ricerca di quegli elementi che, condivisi dalla collettività ellenica, contribuirono ad alimentare un comune senso di appartenenza ed indussero alla costruzione di un processo di identità. In questa chiave vengono richiamati i momenti più significativi della storia siceliota che più di altri consentono di mettere in evidenza siffatti processi aggregativi. Viene additato quale evento centrale la battaglia di Himera, presentata all’opinione pubblica greca quale trionfo della grecità contro la barbarie punica, nello stesso periodo in cui i Greci della madrepatria conseguirono i successi decisivi contro l’antagonista persiano. Tale battaglia costituì, a parere della studiosa, il punto di arrivo di un percorso di appartenenza e di rivendicazione ellenica avviatosi già all’epoca della morte di Dorieo, che aveva innescato nell’isola un meccanismo politico ed ideologico di contrapposizione fra l’etnia greca e quella punica. Il trionfo del progetto ideologico, che trovò la sua consacrazione nella vittoria sui Cartaginesi, si tradusse, oltre che in un battage propagandistico senza precedenti, anche in un profondo rinnovamento urbano ed architettonico delle città greche dell’isola. Nell’alveo della medesima tendenza si inserì anche Ierone che, alimentando lo spirito panellenico, presentò la vittoria di Cuma sul nemico etrusco quale ulteriore trionfo della grecità sulla barbarie. Cardete passa quindi ad esaminare gli eventi legati alla politica occidentale di Atene culminati nelle due spedizioni in Sicilia. È in questo frangente che si consolidò il senso di identità collettiva dei Greci di Sicilia, grazie soprattutto all’abilità politica e dialettica di Ermocrate che nel Congresso di Gela del 424 a.C. invitò gli isolani, chiamati per la prima volta Sicelioti, ad un comune senso di appartenenza in nome del medesimo impegno antiateniese. Si tratta in altri termini di una nuova categoria che, infrangendo ogni certezza pregressa, rispose ad esigenze locali e regionali legate alla specificità isolana, ma soprattutto ad una cogente necessità politica. La seconda spedizione ateniese in Sicilia (415-413 a.C.) rappresenta l’atto decisivo per la definizione del concetto di comunanza etnica. La narrazione tucididea mette in risalto come il tema della solidarietà intraetnica sia stato utilizzato ad arte dalle diverse componenti in gioco, come un motivo pretestuoso che nascondeva in realtà più prosaiche ragioni di opportunismo politico. Non a caso, a partire da questo momento si assiste ad un continuo e strumentale richiamo, spesso anche da una prospettiva rovesciata, al principio della consanguineità. Nei discorsi degli ambasciatori sicelioti, negli agoni oratori tenuti nelle assemblee siracusana e ateniese, e infine nel dibattito svoltosi a Camarina, il principio della solidarietà etnica finì con il rivestire un ruolo centrale nell’innescare meccanismi strategici e militari. Sulla scorta di questa riflessione, pertanto, la studiosa ripercorre le varie fasi dei rapporti politico-diplomatici, con l’obiettivo precipuo di valutare la funzione assegnata volta per volta alla categoria della comunanza etnica, che finì col determinare una più chiara e netta definizione della peculiare identità collettiva delle città greche di Sicilia.

Nel complesso, il lavoro di Cardete offre un contributo originale alla storia della Sicilia arcaica e classica, soprattutto per il suo impianto inusuale e per le finalità prefissate, volte ad arricchire il tema della “ethnicity” (sul quale peraltro si registrano diversi contributi recenti dedicati alla Sicilia) con altri aspetti interessanti relativi alla formazione delle identità collettive e delle relazioni interetniche. Certamente, però, il libro non può essere considerato (né ciò rientra tra le intenzioni di Cardete) uno studio esaustivo sui vari episodi storici esaminati. Il taglio teorico dato alla disamina obbliga Cardete a concentrare l’attenzione solo su singoli aspetti delle vicende storiche affrontate, e di conseguenza anche la bibliografia risulta necessariamente selezionata e ritagliata sul tema prefissato. Va tuttavia segnalata qualche lacuna nella bibliografia archeologica, come ad es. sui risultati degli scavi recenti di alcuni centri della Sicilia centro-meridionale (ad es. Polizzello, Sant’Angelo Muxaro), che avrebbero fornito spunti ulteriori per il tema delle relazioni tra Akragas e le popolazioni sicane in età arcaica.

Il libro si legge con grande piacere grazie anche ad una scrittura molto scorrevole e all’uso di una terminologia appropriata. Qualche perplessità suscita invece il sistema delle citazioni della bibliografia moderna (sia nelle note a pié di pagina sia nelle parentesi inserite nel testo), che quasi sempre non segue né un criterio cronologico né un ordine alfabetico. Manca inoltre l’uniformità nelle citazioni degli autori antichi.

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