Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2011.05.29

Giulio Guidorizzi, Ai confini dell'anima: i Greci e la follia. Scienza e idee.   Milano:  Raffaello Cortina Editore, 2010.  Pp. 225.  ISBN 9788860303134.  €19.00 (pb).  



Reviewed by Giorgio Camassa, University of Udine (giorgio.camassa@virgilio.it)

[Authors and titles are listed at the end of the review.]

Questo libro si legge con piacere. L'osservazione è idiosincratica, ma non scontata. Le pagine di Guidorizzi sono molto scorrevoli, ma al tempo stesso dense: vi vengono affrontati con intelligenza critica numerosi e complessi problemi. L'attenzione dell'autore si concentra sullo status della follia nell'universo culturale dei Greci. «Per i Greci – esordisce Guidorizzi – la follia non fu solo il baratro buio della ragione, ma anche l'incontro con sfere nascoste della mente e con una dimensione dalla quale un essere umano resta escluso finché la mente non lo abbandona; non fu intesa solo come un cedimento della coscienza, ma anche come un mezzo per forzare i suoi limiti e dilatare la personalità». È logico, quasi ovvio, che in terra ellenica il pazzo non sia recluso. Del resto la follia è costantemente presente, verrebbe da dire ovunque. (Per noi,) anzitutto nel mito e, quindi, nella tragedia. Questo impone ai Greci un confronto costante con le manifestazioni della pazzia, un confronto che definiremmo a viso aperto – senza decurtazioni, scorciatoie o censure. Chiudere i lazzaretti per aprire i manicomi non appartiene insomma ai Greci, né sarebbe potuto (in linea di massima) appartenere loro.

Le questioni si pongono, tutt'al più, nel momento in cui la cultura ellenica cerca di categorizzare la pazzia: ciò che avviene a partire dal V secolo a.C., in corrispondenza di una profonda trasformazione culturale ed epistemologica (si è parlato, con formula che a me pare alquanto datata, di «illuminismo greco»). Le operazioni messe in campo a tal fine sono sostanzialmente di due tipi e si segnalano per il loro interesse. Da un lato, nel Corpus Hippocraticum, si identifica 'scientificamente' il luogo fisico in cui la follia prende forma: come nel cervello nascono i piaceri le gioie le risa l'ilarità, allo stesso modo in quello spazio si costruiscono i 'sentimenti' simmetrici – i dolori le afflizioni le tristezze e i pianti; le manifestazioni della follia, pertanto, si inscrivono in una sfera di fenomeni che hanno radici riconoscibili e non richiedono, per essere riconosciute, il ricorso al mondo sovrasensibile. Dall'altro lato, si accredita un'immagine in qualche misura ambivalente della follia. Che è certo patologia e – accusa capitale – assenza di razionalità. Ma cionondimeno appare in talune sue forme, rigorosamente codificate, venerabile e veneranda. Che cosa cela questo riconoscimento di una natura divina alla follia, questo elogio della follia – di certe forme di follia – così marcato nel Fedro platonico? Sappiamo che Platone non cessa mai di depistare il suo interlocutore/lettore attraverso strategie di ogni sorta e la cautela, quando si pretende di spiegare una posizione assunta nei Dialoghi, sembra indispensabile. Ma non è da escludere che egli tenda a ritenere semplicemente ineludibili alcune delle forme tradizionali di organizzazione del sapere. In sostanza, potremmo trovarci di fronte a uno sdoppiamento di valori – follia come entità quasi-nosografica, come vituperabile assenza di razionalità vs follia divina, sanità solo in apparenza insana – che risente della necessità di accettare (nonostante tutto?) le istituzioni che avevano dato una cifra peculiare alla cultura greca. Una cultura in cui occupavano un posto determinante appunto la mantica, le iniziazioni ai misteri (in primis quelli di Dioniso), l'ispirazione poetica, unite dal tratto comune di una 'follia' istituzionalizzata, di un invasamento orientato e, per così dire, obbligato. Ecco il senso dell'operazione platonica, se non andiamo errati: venire a patti con la tradizione, con i quadri della tradizione culturale greca, che tuttavia è per così dire rifondata a partire dallo sguardo del filosofo. Nel quale l'empatia è comunque frenata dall'esigenza di una ridefinizione dei quadri del conoscere. Così si spiega, forse, l'accostamento della follia d'amore alla mantica, alla telestica, alla poetica.

L'analisi di Guidorizzi si articola come segue. Il primo capitolo, intitolato «L'invenzione della follia», compone un ricco e suggestivo affresco, anche propedeutico. Il secondo, «Due modelli di follia», descrive in modo puntuale l'ambivalenza dello status della pazzia con riguardo alle opere pervenuteci di Platone – dobbiamo probabilmente rassegnarci a registrare la scomparsa della riflessione in materia del Platone non scritto. Il terzo capitolo, «Mente e disturbi mentali in Omero», aggiorna la nutrita serie di studi che hanno scandagliato l'organizzazione della vita psichica alla luce dei poemi omerici (tuttavia, mi sentirei di esprimere qualche dubbio circa l'ipotesi secondo cui «la scena tipica del dio che compare a un uomo dà forma poetica a esperienze allucinatorie reali» [p. 149]). Infine il quarto, «Strategie della trance», si concentra intorno a nodi cruciali come il rapporto fra estasi e trance, l'esperienza estatica degli iatromanteis (molto efficaci le notazioni su Socrate estatico [pp. 174-175]), il complesso dionisiaco. Suggellano il volume due appendici, rispettivamente intitolate «La follia delle donne» e «Il 'vangelo' dionisiaco delle Baccanti». Su alcune affermazioni si possono esprimere riserve. È opinabile che il concetto di mana (p. 36) abbia ancora qualcosa da dirci. E l'idea che oggi ci facciamo circa il combattimento oplitico – ad esempio, sulle sue origini – è decisamente più complessa rispetto a quella proposta dall'autore nel quadro di un discorso sul menos (p. 138). La Sibilla e la Pizia non operano secondo procedimenti identici (ad esempio, p. 182): la prima si presenta come una chiaroveggente piuttosto che come una medium. Insomma, pur in presenza di ispirazione proveniente dall'esterno, parla in prima persona in quanto Sibilla. La categoria della fecondità (di nuovo p. 182) rischia di essere alquanto generica, anche in rapporto alle figure eroiche.

Il terreno della follia nel mondo greco è stato ripetutamente arato in scritti fondamentali, o comunque importanti, del secolo scorso: primo fra tutti, e dirompente, The Greeks and the Irrational di Eric Robertson Dodds (1951). Il libro di Guidorizzi colma una lacuna nel panorama italiano. I primi due capitoli dell'opera sono particolarmente incisivi e sollecitano, fra l'altro, a intrecciare un continuo dialogo con testi antichi di capitale importanza. Come osservato all'inizio, l'autore ha il non piccolo merito di riuscir a tenere sempre desta l'attenzione del lettore. Qualche refuso appare qua e là, ma si può sanare facilmente.

INDICE

1. L'invenzione della follia 11

Sapienza non è essere saggi 11

II tribunale della ragione 17

Non è una malattia sacra 21

Dei ed eroi della follia 31

Pazzi liberi nella città 43

Cure tradizionali della pazzia 48

2. Due modelli di follia 63

II funesto pungolo 63

Un secondo modello di follia 76

Folli per delega della comunità 82

II poeta che vola 85

Entusiasti e profeti 94

3. Mente e disturbi mentali in Omero 111

La sottile materia dell'anima 111

L'organizzazione degli stati mentali 121

Intelletto e diaframma 129

Una forma di follia provvisoria: il ménos 132

Lo smarrimento mentale: áte e la perdita dell'anima 138

La mente allucinatoria 143

La follia dei pretendenti 153

4. Strategie della trance 159

Oltre le barriere 159

Estasi e trance 167

Gli iatromanti 173

Nel nome di Dioniso 184

Una teoria della trance: la follia dei gruppi marginali 201

Appendice I.

La follia delle donne 207

Appendice II.

Il "vangelo" dionisiaco delle Baccanti 217

Indice analitico 221

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