Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2011.05.25

David M. Timmerman, Edward Schiappa (ed.), Classical Greek Rhetorical Theory and the Disciplining of Discourse.   Cambridge/New York:  Cambridge University Press, 2010.  Pp. ix, 192.  ISBN 9780521195188.  $80.00.  



Reviewed by Luigi Pirovano, Università degli Studi di Milano (luigipirovano@virgilio.it)

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Il libro rappresenta il punto di arrivo delle ricerche che, nel corso degli anni, i due autori hanno dedicato allo studio dei “terms of art” nella storia della retorica greca: esso riunisce infatti tre lavori già editi (capp. 2, 3 e 4), leggermente modificati in vista di questa nuova pubblicazione, cui sono stati aggiunti introduzione, epilogo e due nuovi capitoli (il cap. 6 è stato scritto in collaborazione con Wilfred E. Mayor). Sebbene sconti inevitabilmente la difficoltà di armonizzare compiutamente dei contributi nati in modo indipendente, il volume offre un’immagine tutto sommato unitaria e armonica: il metodo di analisi è in effetti sempre lo stesso e l’introduzione e la conclusione svolgono egregiamente la loro funzione di “raccordo”. Gli autori dimostrano, in modo a mio giudizio convincente, come il loro particolare approccio allo studio della retorica antica, definito come “concept driven” (p. 3), possa consentire di raggiungere risultati di rilievo e di indagare da una nuova prospettiva le origini della retorica greca, superando almeno in parte i problemi derivanti dalla frammentaria conservazione dei testi anteriori al IV secolo.

Il cap. 1 (pp. 1-16) offre la chiave di lettura, o, per meglio dire, la necessaria premessa metodologica di tutto il volume. Il trait d’union delle ricerche condotte nei vari capitoli è costituito dallo studio dei “terms of art”, intesi come “any words or phrases that take on reasonably specialized denotative functions within a particular language community” (p. 1), che vengono utilizzati come strumento privilegiato per la comprensione della storia della retorica greca, con particolare riferimento al periodo delle origini. Gli autori giustificano dapprima questa scelta dal punto di vista teorico e linguistico (pp. 4-8) e quindi propongono l’analisi di un esempio concreto, la “creazione” del termine ῥητορική in sostituzione del più generico λόγος (pp. 8-12). L’introduzione si chiude con il sommario del contenuto dei vari capitoli (pp. 12-16).

Il cap. 2 (pp. 17-41) è dedicato allo studio dell’utilizzo di διαλέγεσθαι e διαλεκτική come “terms of arts” in ambito sofistico e nel periodo immediatamente successivo. Le attestazioni presenti in alcuni dialoghi di Platone, negli anonimi Dissoi logoi (400 a.C. circa), in Aristofane e Senofonte (pp. 17-32) consentono di ricostruire una “pratica” sofistica, designata appunto come διαλέγεσθαι, dotata di regole proprie e caratterizzata dall’alternanza di domande e risposte, spesso finalizzata a prendere una decisione. Questo significato venne successivamente ripreso e modificato da Platone (pp. 32-40), che attrasse tale pratica nel campo della filosofia e la trasformò nella διαλεκτική τέχνη, un’arte del dialogo finalizzata alla ricerca della verità, e quindi da Aristotele (pp. 40-41), che a sua volta trasformò la dialettica platonica in un particolare (e limitato) metodo di indagine, dotato di regole proprie.

Nel cap. 3 (pp. 43-66) gli autori propongono un’analisi del concetto di φιλοσοφία elaborato da Isocrate – “the cultivation of practical wisdom through the production of ethical civic discourse” (p. 44) – in contrapposizione a quello stabilito da Platone (e Aristotele), che in seguito è divenuto canonico. Dopo aver sgombrato il campo dalla dicotomia platonica tra filosofia e retorica (46-51), gli studiosi procedono a un’analisi delle occorrenze di φιλοσοφ* nelle opere isocratee (pp. 52-54) e mostrano come egli concepisse la filosofia alla stregua di un’entità concettuale ben precisa e definita, composta da diversi aspetti sovrapposti: educazione delle giovani menti per il bene collettivo della πόλις; coltivazione di una conoscenza pratica, finalizzata a prendere decisioni nell’interesse collettivo; concetto collegato al λόγος e al discorso civico, in parte sovrapponibile, ma non identificabile, con la retorica; presenza di finalità etiche e ricerca dell’onestà (pp. 54-64). Al termine della loro analisi gli autori propongono di prendere coscienza della complessità del concetto isocrateo di φιλοσοφία e di rispettarne l’unicità lasciando il termine non tradotto (p. 66).

Il cap. 4 (pp. 67-113) si occupa della terminologia utilizzata per la deliberazione pubblica nell’Atene del V e IV secolo a.C.: le fonti permettono di osservare la progressiva specializzazione di termini in origine generici, che solo con la Retorica di Aristotele divengono veri e propri “terms of art”. Dopo aver ripercorso in breve i momenti e gli ambiti della vita democratica ateniese (assemblea, boulé, tribunali e giurie popolari), i limiti della partecipazione popolare (pp. 68-75) e il clima delle deliberazioni pubbliche (pp. 76-83), gli autori prendono in esame la concezione negativa della deliberazione pubblica presente nelle opere di Platone (pp. 83-88), secondo cui gli oratori politici non conoscono il bene dello stato, e quella più ambivalente di Isocrate (pp. 88-94), che per contro riconosce la valenza positiva della partecipazione democratica e ritiene possibile introdurre dei correttivi. Mentre Platone e Isocrate utilizzano i termini relativi alla deliberazione politica (δημηγορία, βουλή, συμβουλή) in modo generico, con Aristotele (pp. 94-110) assistiamo alla loro trasformazione in “terms of art”: il genere deliberativo viene nettamente distinto da quello giudiziario, vengono stabilite le sue caratteristiche principali (focalizzazione sul futuro; contenuto: finanza, guerra e pace, difesa nazionale, importazioni ed esportazioni, legiferazione; caratteristiche stilistiche; applicazione a ciò che è probabile e uso dell’argomento della probabilità), viene rivalutato il suo ruolo nella vita politica ateniese.

Il cap. 5 (pp. 115-136) è dedicato per intero alla cosiddetta Retorica ad Alessandro ed alle sue possibili interpretazioni. Gli autori prendono in considerazione dapprima la ricezione di questo trattato in epoca antica (pp. 116-126), analizzando l’anonima lettera prefatoria che lo accompagna, quindi le letture proposte dagli studiosi moderni (pp. 126-132): in entrambi i casi emergono visioni differenti e spesso visibilmente contrastanti, che classificano di volta in volta il trattato come aristotelico/filosofico, sofistico o tecnico. Particolare rilievo viene quindi dedicato alla lettura della Retorica ad Alessandro proposta da A. Braet,1 che descrive l’opera come il più antico repertorio di tipologie e schemi di argomentazione di cui siamo a conoscenza.

Il cap. 6 (pp. 137-170) rappresenta una sorta di articolata risposta alla tesi di S. Usher,2 secondo cui la presenza regolare di alcuni “schemes of oratorical division” (i.e. le canoniche parti del discorso) può essere utilizzata come strumento per ricostruire lo status della teoria retorica greca e del suo insegnamento nel periodo delle origini. Dopo aver analizzato la questione in termini teorici, distinguendo tra teorie “esplicite” e teorie “implicite” o “non dichiarate” (pp. 139-142), gli autori mettono in evidenza come gli scrittori del V secolo (Pindaro, Tucidide, Euripide, Erodoto, Lisia, Ippocrate) non utilizzino mai προοίμιον e ἐπίλογος come “terms of art”, desumendo l’assenza di teorizzazioni esplicite sulle parti del discorso nel V secolo a.C. (pp. 142-152). Tale impressione viene confermata dai discorsi oggi conservati di Gorgia e Antifonte (pp. 153-170), dove non ricorre mai la quadripartizione tradizionale, mentre sembrerebbe possibile individuare delle variazioni su “patterns” prestabiliti, derivanti da altri generi letterari (in particolare dalla poesia) e ben noti agli ascoltatori. La teorizzazione esplicita sulle parti del discorso appartiene invece per intero al IV secolo: il primo esempio ci è conservato nel Fedro di Platone, dove esso viene attribuito a Teodoro di Bisanzio, e solo con Aristotele e la Retorica ad Alessandro si arriverà alla quadripartizione canonica.

Al cap. 7 (pp. 171-175) sono affidate le conclusioni. Sulla base dei risultati raggiunti nei capitoli precedenti, gli autori sottolineano come un’indagine sui “terms of art” consenta allo studioso di porre domande totalmente nuove o di riformulare in modo diverso vecchie domande, indicando i possibili vantaggi che –in questa fase degli studi sulla retorica antica – possono essere raggiunti attraverso analisi particolari e di carattere limitato.

Seguono la Bibliografia (pp. 177-190) e un breve indice dei nomi, dei termini e dei concetti principali (pp. 191-192), che consente di orientarsi agevolmente tra i diversi capitoli del volume.

Nel complesso, il volume combina in modo equilibrato l’aspetto argomentativo e quello espositivo, l’analisi e la sintesi, la solidità scientifica e le finalità divulgative. L’esame (quantitativo e qualitativo) dei “terms of art”, che rappresenta la base di partenza di ogni singola ricerca, è sorretto da un’adeguata riflessione teorica, che consente di valutare i pregi e i limiti del metodo di indagine utilizzato (cfr. soprattutto pp. 4-12). In alcuni casi l’impressione è che questo tipo di analisi sia utilizzato in modo eccessivamente unilaterale, ma il più delle volte i risultati raggiunti appaiono condivisibili.

Dal punto di vista editoriale il libro risulta pregevole e ben curato, ma suscita qualche perplessità la scelta della traslitterazione del greco in caratteri latini. Se è vero che tale soluzione, oltre a limitare in partenza la possibilità di refusi tipografici,3 risulta maggiormente funzionale alle finalità di divulgazione del libro, è però altrettanto vero che l’argomento affrontato – l’analisi dei “terms of art” – è per sua natura legato alla lettura e alla corretta interpretazione dei testi in lingua originale. E se la traslitterazione non pone particolari problemi in presenza di termini isolati, la stessa cosa non si può dire per tutti i casi nei quali gli autori sono costretti ad affrontare la lettura di passaggi di media lunghezza; qui il testo viene di norma offerto direttamente in traduzione inglese, riportando tra parentesi i termini greci (traslitterati) ritenuti maggiormente significativi (cfr. e.g. pp. 36, 107-108, 123-124): ma è evidente che l’esatta interpretazione di questi termini o espressioni dipende in buona parte da quella del contesto generale, che invece viene data per scontata, senza fornire al lettore la possibilità di comprovare o dissentire. Sarebbe stato pertanto preferibile, in tutti questi casi, riprodurre il testo greco integrale (possibilmente non traslitterato) e, a seguire, la traduzione in inglese.

La bibliografia è piuttosto ricca, ma è limitata quasi esclusivamente a testi in lingua inglese e mancano numerose opere di riferimento in altre lingue, che certamente avrebbero meritato di essere elencate e che, in alcuni casi, avrebbero consentito agli autori di affrontare con maggiore completezza le problematiche trattate.4

Il silenzio bibliografico più “ingombrante” mi sembra però voluto e assume anzi un valore quasi programmatico. Chi è avvezzo allo studio della terminologia retorica antica conosce senza dubbio l’importanza e l’utilità dello Handbuch der Literarischen Rhetorik di H. Lausberg, uno strumento che – se utilizzato con la dovuta cautela – consente di orientarsi all’interno di una mole di materiale caotico e quasi ingovernabile. Ci si potrebbe dunque domandare per quale ragione nel libro di Timmerman e Schiappa, esplicitamente dedicato allo studio dei “terms of art” della retorica, il manuale di Lausberg non venga mai citato (anche laddove ve ne sarebbe stata la possibilità, come ad esempio nel caso di προοίμιον o ἐπίλογος) e non compaia nemmeno in bibliografia. La risposta risiede, a mio giudizio, nell’approccio vistosamente differente con il quale gli autori si accostano ad un argomento in parte simile: mentre nell’onnicomprensivo manuale di Lausberg prevale, per forza di cose e ex professo, la dimensione “sincronica”, filtrata attraverso la sintesi “forte” dell’autore, nel libro di Timmerman e Schiappa tutte le testimonianze vengono vagliate da una prospettiva storica e “diacronica”, facendo particolare attenzione a distinguere le peculiarità del periodo delle origini (per molti aspetti pre-retorico) dalle teorizzazioni successive (che sono invece l’interesse principale di Lausberg). Per questo motivo i due libri, anche quando trattano argomenti simili, di fatto non si “incontrano” mai: e proprio per questo ritengo che, per tutti coloro che desiderano utilizzare il manuale di Lausberg in modo maggiormente critico e proficuo, la lettura dell’opera di Timmerman e Schiappa risulterebbe di non poca utilità.


Notes:


1.   A.C. Braet, On the Origin of Normative Argumentation Theory: The Paradoxical Case of Rhetoric to Alexander, “Argumentation” 10, 1996, 347-359.
2.   S. Usher, Greek Oratory: Tradition and Originality, Oxford 1999.
3.   Curiosamente, uno dei pochissimi refusi presenti nel volume ricorre però in una traslitterazione del testo greco (p. 126: mirion > morion).
4.   Mi limito a segnalare un esempio: essendo il cap. 6 dedicato alle terminologia retorica delle “parti del discorso”, stupisce constatare l’assenza di L. Calboli Montefusco, “Exordium narratio epilogus”. Studi sulla teoria retorica greca delle parti del discorso (Bologna 1988), dove questo argomento viene affrontato nel dettaglio (e sono discusse con equilibrio le testimonianze relative al presunto ruolo svolto da Corace, liquidate forse un po’ troppo frettolosamente da Timmerman e Schiappa).

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