Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2011.05.19

Antonio Stramaglia (ed.), Phlegon Trallianus, Opuscula de rebus mirabilibus et de longaevis. Bibliotheca scriptorum Graecorum et Romanorum Teubneriana.   Berlin/New York:  Walter de Gruyter, 2011.  Pp. lx, 94.  ISBN 9783110245974.  €69.95.  



Reviewed by Tiziano Dorandi, Centre J. Pépin UPR 76 CNRS, Villejuif (dorandi@vjf.cnrs.fr)

Flegonte di Tralle, liberto di Adriano e autore di diverse opere in larga misura perdute, non è un scrittore molto conosciuto. Il celebre codice di Heidelberg, Palat. Gr. 398 (850-880), ff. 216r-236r (= P), tramanda, l’uno di seguito all’altro, due opuscoli intitolati rispettivamente Περὶ θαυμασίων καὶ μακροβίων e Περὶ Ὀλυμπίων. Stramaglia offre una moderna edizione critica del Περὶ θαυμασίων e del Περὶ μακροβίων, da lui considerati, a ragione, come due scritti indipendenti. I resti del Περὶ Ὀλυμπίων (compresi numerosi frammenti trasmessi indipendentemente da P) sono disponibili nell’edizione di Jacoby.1

Il volume si apre con una Praefatio in latino (v-xxxvii) nella prima parte della quale Stramaglia presenta i pochi dati biografici su Flegonte e discute del contenuto e della composizione dei due opusculi (v-xii).

Il Περὶ θαυμασίων è mutilo all’inizio per la perdita di un quaternione di P. Quanto resta può essere ricondotto a 35 capitoletti il cui contenuto sono storie di fantasmi, mirabilia relativi agli esseri umani: ἀνδρόγυνοι e donne divenute uomini; ritrovamenti di ossa fossili di animali preistorici (falsamente) attribuite a uomini; parti prodigiosi e madri di eccezionale fecondità; bambini subito invecchiati; ἱπποκένταυροι. La parte iniziale può essere parzialmente ricostruita grazie al confronto con una pagina del commento di Proclo alla Repubblica di Platone (II 116, 2-17 Kroll), che tratta lo stesso argomento. I capitoli 1-3 sono caratterizzati da una narrazione più ampia e dettagliata, mentre i capitoli 4-35 si distinguono per la loro brevità e asciuttezza. Questa differenza non può comunque essere addotta a favore dell’ipotesi che la seconda parte dell’opuscolo sia trasmessa non nella sua struttura originaria, ma sotto forma di epitome. L’operetta è posteriore al 116 d.C. (vedi cap. 9).

Quanto resta dello scritto Περὶ μακροβίων è ricondotto a sei capitoli che trasmettono essenzialmente una lista di uomini che avevano raggiunto o superato i cento anni di vita. Alla fine si colloca la Sibilla Eritrea che nell’estrema vecchiaia avrebbe predetto la sua morte con un oracolo che viene citato. Poiché la lista dei longevi è almeno in parte fondata sui dati del censimento decretato da Vespasiano e Tito nel 73-4 d.C., il terminus post quem per la composizione dell’opuscolo—che mostra stretti contatto con i Μακρόβιοι dello pseudo-Luciano—è fissato nell’anno 74. Il legame del Περὶ μακροβίων con il Περὶ θαυμασίων può essere indicato nel fatto che anche i casi di longevità rientrano nella casistica dei mirabilia.

La seconda parte della Praefatio (xii-xviii) contiene una descrizione precisa e puntuale del codice Palatino, un manoscritto che faceva parte della cosiddetta ‘Collection philosophique’,2 fonte unica non solo della raccolta degli autori di Mirabilia e dei mitografi (Partenio, Antonino Liberale), ma anche dei geografi minori e delle Χρηστομάθειαι di Strabone.3 La presenza di una raccolta di Mirabilia in un codice della ‘Collection philosophique’ è spiegata da Stramaglia (xvi-xviii) in maniera verisimile richiamando all’attenzione l’interesse che questo soggetto aveva destato nella scuola neoplatonica e in particolare in Proclo e in Damascio, autore quest’ultimo di quattro libri Περὶ παραδόξων.

Seguono alcune pagine sulle caratteristiche paleografiche e ortografiche di P (xviii-xxii) e un capitolo (xxii-xxviii) sulla posterità del manoscritto e sulle edizioni dei testi di Flegonte—da quella di Xylander (1568) a quella di Brodersen (2002)—e sulle traduzioni.

Poiché il cosiddetto oracolo secolare della Sibilla che conclude il trattato Περὶ μακροβίων (cap. 6, 3) è trasmesso anche nella Historia nova (2, 6) di Zosimo (V s. d.C.), Stramaglia dedica alcune pagine (xxviii-xxxii) anche alla tradizione manoscritta di questa opera (i cui testimoni rimontano tutti al codice Vaticano Gr. 156 = Zos.V del X2-XI2 sec.), alle sue edizioni e ai principi da lui adottati nell’utilizzazione di questo materiale.

L’ultima parte della Praefatio (xxxii-xxxvii) è riservata alla presentazione dei criteri editoriali. Stramaglia ha riletto e collazionato ex novo il codice P e ha tenuto conto di tutta la bibliografia pubblicata. Queste operazioni gli hanno consentito di dare ragione di tutte le lezioni di P e di attribuire correttamente le numerose congetture al testo di Flegonte ai rispettivi autori. Il progresso rispetto alle edizioni precedenti è notevole e tangibile a ogni pagina. Particolare attenzione Stramaglia ha dedicato nell’opuscolo Περὶ μακροβίων all’accentuazione in greco dei nomi latini rifacendosi e accetttando le conclusioni della cosiddetta lex Clarysse nella riformulazione di Kramer.4 Apprezzabile è anche la sua scelta di mantenere certe discrepanze ortografiche a partire dal corretto presupposto che esse possono risalire alle fonti utilizzate da Flegonte o essere una peculiarità di quello scrittore.

Una lunga e preziosa bibliografia conclude la Praefatio (xxxviii-lix): I. Edizioni complete degli opuscoli di Flegonte e degli oracoli da lui citati (compreso Zosimo); II. Libri e articoli su Flegonte; III. Lessici, corpora, subsidia e studi vari; IV. Sigle delle riviste e delle collezioni.

Vengo infine all’edizione, preceduta dai Sigla codicum (lx) e seguita dall’Index nominum verborumque notabilium (93-94).

Da anni, Stramaglia ha rivolto al sua attenzione a Flegonte e ne ha studiato il testo e i contenuti in contributi che già lasciavano presagire la qualità dell’edizione di cui oggi disponiamo.

I due opuscoli di Flegonte, tramandati (per lo più) da un codice unico, sono spesso assai corrotti e lacunosi. Le difficoltà testuali hanno attirato l’attenzione di generazioni di studiosi, fra i quali un posto di rilievo occupa il poeta italiano Giacomo Leopardi. Particolarmente ostiche sono le citazioni di oracoli sibillini trasmessi spesso in uno stato deplorevole. Un caso estremo è rappresentato dai versi (lacunosi e talora disperati) nell’attuale capitolo 10 del Περὶ θαυμασίων che Diels ricostruì dai resti di due oracoli (A e B) sul fondamento della presenza dell’acrostico.

Stramaglia ha affrontato con coraggio questi due scritti e ha prodotto una bella e dotta edizione. Gli scritti di Flegonte sono stati divisi in capitoli; le linee numerate progressivamente nei margini (i versi degli oracoli ulteriormente numerati), dove sono registrati anche i fogli di P. Il testo è stato stabilito con attenzione e equilibrio senza cedere alla tentazione di un troppo rigido conservatorismo o di una eccessiva libido coniciendi. Stramaglia ha tenuto conto e vagliato tutte le congetture dei suoi predecessori, ha ripreso e talvolta ripensato alcuni dei suoi interventi preliminari non esitando a rinunciarvi qualora si sia reso conto di una qualche difficoltà o abbia trovato una soluzione alternativa migliore.

L’edizione è accompagnata da due apparati (in latino). Il vero e proprio apparato critico, ragionato (cioè accompagnato dove necessario da frasi esplicative) e puntuale nelle indicazioni delle pagine delle pubblicazioni dove singoli studiosi hanno proposto le loro congetture, è preceduto da un subsidium interpretationis, che assume talora la forma di un commento. Vi si trovano indicazioni delle fonti, dei passi paralleli, rimandi bibliografici, discussioni esegetiche la cui utilità è palmare. Non possiamo che essere riconoscenti a Stramaglia di questo immenso lavoro che facilita la lettura delle pagine talora oscure o complesse di Flegonte. È sorprendente che la Casa editrice abbia accettato di pubblicare un libro così erudito, e di questo dobbiamo renderle pieno merito.

I rimandi sono aggiornati e nel complesso completi. Posso solo aggiungere che due passi dei Mir. 4, 1 e 5, 1 sono ora accolti fra i frammenti del filosofo peripatetico Clearco di Soli di Taifakos,5 che suppone una loro derivazione da un perduto Περὶ θαυμασίων. Condivido l’attribuzione a Clearco, ma nutro forti dubbi sulla necessità di presupporre l’esistenza di una nuova opera.

In un solo punto (Mir. 15, 1) mi sembra di avere rilevato una imprecisione, o meglio, un lapsus. Stramaglia stampa φύσεων. Se interpreto correttamente l’apparato, Stramaglia avrebbe dovuto mettere a testo φύντων di Giannini.

Per concludere, un passo dei Mir. 28, sfuggito precedentemente alla mia attenzione permette di meglio circoscrivere la cronologia dei (Mirabilia del paradossografo Antigono, tra l’epoca ellenistica e la composizione del De rebus mirabilibus di Flegonte che cita appunto lo scritto di Antigono.6


Notes:


1.   FGrHist 257 F 1-34.
2.   Il migliore studio sul manoscritto è quello di F. Ronconi, I manoscritti greci miscellanei. Ricerche su esemplari dei secoli IX-XII, Spoleto 2007, 33-75 e tavv. I-VI. Ronconi annuncia anche (ap. Stramaglia, xxxvii n. 116) una ricerca innovante sulla ‘Collection philosophique’ alla quale sta lavorando.
3.   Quest’ultima ora accessibile nell’edizione di St. Radt, Strabons Geographika. Band 9: Epitome und Chrestomathie, Göttingen 2010.
4.   J. Kramer, "Von der ‘lex Wackernagel’ zur ‘lex Clarysse’: Zur Akzentuierung der latinismen im Griechischen", ZPE 123, 1998, 129-134.
5.   I. Taifacos, Ἀρχαία Κυπριακὴ γραμματεία. 6. Φιλοσοφία. Κλέαρχος, Περσαῖος, Δημῶναξ, ἄλλοι Κύπριοι φιλόσοφοι, Λευκωσία 2008, fr. 127-128.
6.   E non fra tardo Ellenismo o prima età imperiale (forse tra II e III secolo, all’epoca di Flegonte di Tralle o Antonino Liberale) o in epoca tardo antica, come scrivevo in T. Dorandi, "Accessioni a Antigono di Caristo", SCO 51 (2005, ma uscito nel 2009), 119-24.

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