Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2011.01.25

Christine Schmitz (ed.), Mythos im Alltag. Alltag im Mythos. Die Banalität des Alltags in unterschiedlichen literarischen Verwendungskontexten.   München:  Wilhelm Fink, 2010.  Pp. 291.  ISBN 9783770549597.  €34.90 (pb).  



Reviewed by Lisa Sannicandro, Università degli Studi di Padova (lisa.sannicandro@email.it)

Table of Contents

Il volume raccoglie gli atti del convegno interdisciplinare tenutosi alla Westfälische Wilhelms-Universität di Münster dall’11 al 13 ottobre 2007, ai quali si è aggiunta in sede di pubblicazione il contributo di N. Otto. Come si legge nella prefazione della curatrice, scopo dell’iniziativa era investigare le diverse modalità con cui il mito classico, materia privilegiata dell’epica e della tragedia, viene trasferito nei generi letterari più legati alla realtà del quotidiano: la satira e l’epigramma in primis, ma anche l’elegia e il romanzo. L’indagine non è limitata alla letteratura antica, bensì si estende alla letteratura latina medievale e alla produzione teatrale moderna, per concludersi con una riflessione sulla satira dei nostri giorni.

Apre il volume il poeta contemporaneo Durs Grünbein, ("Bruder Juvenal. Satire als andauernde Gegenwart"), già autore di un saggio su Giovenale,1 che offre in questa sede una nuova traduzione tedesca della terza satira.

Il contributo di Christine Schmitz ("Mythos im Alltag. Alltag im Mythos. Mythen in unterschiedlichen literarischen Verwendungskontexten") ha una funzione introduttiva, in quanto delinea nei dettagli la tematica affrontata durante il convegno. La studiosa mette in evidenza come satira, epigramma, romanzo ed elegia non rinuncino alla materia mitica, sebbene ne prendano le distanze a favore della vita reale; essa subisce però un processo di adattamento e di rielaborazione. Il ricorso al mito in questi generi letterari avviene in due modi. Da un lato figure o situazioni mitiche fungono da modello di orientamento per eroi della realtà, che, identificandosi con personaggi del mito, “mitizzano” la loro quotidianità; dall’altro eroi del mito vengono inseriti in nuovi contesti letterari che li portano a contatto con una realtà banale e ordinaria. Schmitz offre una ricca panoramica di esempi relativi a questi due fenomeni.

A Lucilio è dedicato il ben documentato "Le gambe di Alcmena, la sudicia Antiope e la tosse di Tiresia" di Beatrice Baldarelli. Pur fondando il nuovo genere letterario sulla vita reale, Lucilio ha il merito di rendere il mito elemento costitutivo della satira e di selezionare una serie di episodi e personaggi (Ulisse, gli Atridi, Aiace etc.) destinati a diventare punto di riferimento fondamentale per i successivi autori di satire. La studiosa mette in evidenza come questo fenomeno sia il risultato dell’interazione di fonti e tradizioni differenti, quali il razionalismo di Euripide, la parodia di Aristofane, l’uso del mito a fini didattici della diatriba, la critica letteraria praticata dalle scuole di retorica.

In "Mythos und beruflicher Alltag in den Satiren des Horaz" Felix Mundt si propone di indagare il rapporto fra la componente del mito e quella della vita quotidiana nelle satire oraziane. I due elementi sono presenti in misura molto differente: se personaggi mitologici compaiono di rado nei "Sermones", costanti sono invece i riferimenti alla realtà contemporanea, perfettamente integrata nel tessuto poetico. Esemplare in tal senso è la satira 1, 1, che si apre con un catalogo di mestieri e professioni: la scelta del proprio mestiere assurge a principio di ordine nel caos che governa il mondo.

Il mito gioca un ruolo fondamentale anche nel "Satyricon" di Petronio, oggetto del ricco e ben strutturato contributo di Sigmar Döpp ("Mythen im Alltag. Beispiele aus Petrons Satyrica"). I personaggi del romanzo, in primis il protagonista e narratore Encolpio, Trimalchione e il poeta Eumolpo, hanno confidenza con la materia mitica, soprattutto per quanto concerne i poemi omerici e l’"Eneide" (anche se nel caso del ricco Trimalchione le conoscenze sono alquanto lacunose) e se ne servono per caratterizzare le varie situazioni da loro vissute.

In "Kanonisches und komisches. Zur erotischen Homerdeutung des Carmen Priapeum 68" P. Fondermann analizza il componimento più esteso dell’anonimo "corpus" di epigrammi, risalente al I sec. d. C. Preposto alla sorveglianza di un giardino, Priapo è costretto ad ascoltare il padrone che legge ad alta voce Omero. Degli episodi narrati Priapo dà una interpretazione erotica, “sessualizzata”, sfruttando le assonanze fra i termini greci recitati dal padrone e parole latine appartenenti alla sfera triviale.

In "Phönix aus der Asche. Zum Verständnis von Martials Epigramm 5, 7" Nina Otto analizza in dettaglio l’epigramma 5, 7 di Marziale. Il componimento celebra Domiziano, meritevole di aver fatto ricostruire Roma dopo gli incendi del 64 e dell’80. Due sono i miti che vengono posti in relazione con Roma: la fenice, il mitico uccello che risorge dalle sue ceneri e l’avventura amorosa di Marte e Venere, sorpresi insieme nel talamo da Vulcano (il celebre episodio è narrato in Hom. Od. 8, 266-366).

Tema di "Vom kleinen Meisterdieb zum vielgeplagten Götterboten. Hermes in den Göttergesprächen Lukians" di Heinz-Günther Nesselrath è la presenza di Hermes nei "Dialoghi degli dèi" di Luciano di Samosata. Dopo una panoramica su questa figura mitologica nei vari generi letterari, dall’epica e gli inni omerici al dramma satiresco e alla tragedia attica, l’autore analizza i passi più significativi dell’opera di Luciano, che, portando all’assurdo contraddizioni già presenti nella tradizione letteraria, fa di Hermes un personaggio plastico e dalle mille sfaccettature. In questa umanizzazione della divinità si può individuare un aspetto satirico.

Grant Parker si occupa invece del mito negli epigrammi di Ausonio ("Inflections of Myth in Ausonius’ Epigrams"). Nei carmi in questione il mito compare sotto forma di brevi sequenze mitologiche (è il caso degli epigrammi dedicati a vicende già narrate nelle "Metamorfosi" di Ovidio) oppure è collegato alla descrizione di opere d’arte e di altri oggetti, nonché alla menzione di persone reali.

In "Die Sinnerschliessung des Mythos. Der Schultext der Ecloga Theodoli (10/11. Jh.) und seine Kommentare" Nikolaus Henkel prende in considerazione la funzione esegetica del mito esaminando l’anonima "Ecloga Theodoli", che ebbe fra l’XI e il XVI sec. un’importanza fondamentale nella cultura europea occidentale, soprattutto nell’insegnamento scolastico. Nell’ecloga si scontrano in una gara di canto la pastorella Alithia con la sua cetra e il pastore Pseustis, che suona invece la "fistula"; a decidere il vincitore è Fronesis. Oggetto della gara è la questione della vera religione: Pseustis canta figure del mito pagano antico, Alithia risponde menzionando personaggi dell’Antico Testamento in qualche modo affini a questi (ad es. Ercole / Sansone; Deucalione e Pirra / diluvio universale). A vincere è proprio Alithia. Scopo dell’egloga è trasmettere i valori educativi del mito antico, indispensabili nella cultura medievale, ma nel contempo relativizzarli rispetto al messaggio delle Sacre Scritture. Il mito antico riesce dunque ad integrarsi con i contenuti cristiani e a trasmetterli.

Kurt Smolak ("Ulixes propheta. Satirische Mythenexegese bei Walter von Châtillon") analizza la satira in versi di Walter di Châtillon tramandataci anche nei "Carmina Burana" (n. 41). Si tratta di 30 sestine che si aprono con la citazione di Isaia 62, 1 ("Propter Sion non tacebo") e che denunciano la corruzione della Curia attraverso l’uso del mito di Odisseo e delle sue peregrinazioni per mare.

In "Vermenschlichte Götter und vergöttlichte Menschen in einem poetischen Streit zwischen der Nacht und dem Tag" Thomas Haye pubblica per la prima volta un poemetto di 66 versi contenuto nel ms. Lat. 11141 della Biblioteca Apostolica Vaticana, fornendo alcune note e osservazioni critiche. Durante il banchetto organizzato in occasione delle nozze di Bacco e Cerere, il Giorno e la Notte, che figurano fra gli invitati, diventano protagonisti di un contrasto: ognuno dei due rivendica infatti i propri meriti e punta il dito contro le colpe e i difetti dell’altro. Il testo presenta punti di contatto con il genere del "Streitgedicht", in cui due personificazioni di entità astratte discutono sulla rispettiva priorità sociale. Il "duellum" è inserito all’interno di una cornice narrativa: nel prologo l’autore si rivolge a un "vir clarus" (probabilmente un nobile) e gli racconta l’episodio. Le affinità con la satira emergono nell’intento moralizzatore della storia e nel fatto che queste divinità umanizzate fungono da “specchio etico” per il pubblico cristiano.

Il ricco contributo di Christel Meier ("Bacchus vapulans. Mythosparodien im Drama der Frühen Neuzeit") offre una panoramica sulla parodizzazione dei miti classici nel teatro della prima età moderna (a partire dal XVI sec.). Dagli esempi analizzati (Benedictus Chelidonius, "Voluptatis cum Virtute disceptatio", 1515; Jakob Ayrer, 1602; John Blencowe, "Mercurius sive Literarum Lucta", post 1630; Jacob Masen, "Comoedia fabulosa. Bacchi schola eversa", ca. 1648; Ludvig Holberg, "Ulysses von Ithaca", 1722) emerge come la riformulazione dei miti in chiave satirica o parodistica sia legata alla realtà carnevalesca della trasgressione e del rovesciamento, sia nel dramma borghese o profano, sia in quello gesuita. Lo scopo di queste "fabulae", in cui personaggi del mito (Ulisse, Bacco per citare i più significativi) si confrontano con la realtà quotidiana, è quello di trasmettere un invito alla virtù.

In "Satirische Gastmahle. Die Liebesmahl-Szene in Karl Kraus’ Die letzten Tage der Menschheit mit Seitenblick auf Platon, Petronius Arbiter, Shakespeare und Nestroy" Helmut Arntzen prende in considerazione la scena di "Liebesmahl" (ovvero il pranzo di festa degli ufficiali di un’unità dell’esercito imperiale tedesco) che precede l’epilogo del dramma di Karl Kraus "Die letzten Tage der Menschheit" (1918), individuandone i modelli nel genere della letteratura simposiaca. La panoramica spazia dal “Simposio platonico” alla "Cena Trimalchionis" di Petronio, nonché alla tragedia di Shakespeare "Timone d’Atene" (1608) e alla farsa di Johann Nestroy "Die beiden Nachtwandler oder Das Nothwendige und das Überflüssige" (1836).

Chiude il volume il contributo di Martin M. Winkler "Difficile est saturam nunc scribere. Satire in the Corporate Media Age". L’autore riflette sul modo in cui la satira americana attuale si confronta con il potere, prendendo come esempio alcuni suoi esponenti, quale Michael Moore, regista di "Fahrenheit 9/11" e di altri documentari che attaccano in modo pungente l’amministrazione Bush e in generale elementi negativi del sistema americano.

Seguono utili indici dei nomi e dei luoghi citati.

Il volume si segnala per la varietà e il carattere interdisciplinare dei temi trattati, che abbracciano un arco temporale molto ampio, nonché per il buon livello dei contributi; questi pregi lo rendono interessante non solo ai filologi classici. Nell’ampia panoramica è forse poco rappresentata la letteratura greca, pure richiamata in più occasioni. Per quanto riguarda gli aspetti formali, ho rilevato talora scarsa coerenza nell’indicazione dei riferimenti bibliografici.2 Rari gli errori tipografici.


Notes:


1.   Schlaflos in Rom. Versuch über den Satirendichter Juvenal, in Akzente 6, 2001, 489-518 (poi in Vorträge im Warburg-Haus, Band 5, Berlin 2001).
2.   Alla fine di ogni contributo è presente un elenco delle opere citate, richiamate nel testo con il sistema autore-data; tuttavia nelle note a pie’ pagina vengono citati per esteso altri volumi e articoli che in tale elenco invece non figurano.

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