Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2010.11.07

Lietta De Salvo, Claudia Neri (ed.), Storia di Roma: l'età tardoantica. III-VI secolo d.C (2 vols.). Guide 30.   Roma:  Jouvence, 2010.  Pp. 531.  ISBN 9788878013278.  €39.00 (pb).  



Reviewed by Sebastiano Busà, Università di Messina (seby_85@hotmail.it)

Agilità, semplicità nell’argomentazione, approccio essenziale ma completo: sono le caratteristiche del recente volume, curato da Lietta De Salvo e Claudia Neri, che si configura come punto d’arrivo, per chi si accosta per la prima volta allo studio della tarda antichità, dei più moderni studi sull’argomento. Un periodo oggi ampiamente indagato nella vastità e complessità delle sue problematiche, vi viene presentato, seguendo un progetto già di Salvatore Calderone, in una doppia prospettiva: histoire événementielle ed histoire sociale, con quest’ultima a fare la parte del leone, concorrono amalgamandosi all’interno dei contributi per dar vita ad un tutto tondo della tarda antichità, in cui ogni aspetto amministrativo, politico, economico, religioso è affrontato nell’ottica dei suoi risvolti sociali. Un affresco a cui aggiungono ulteriori, importanti dettagli le immagini, che rendono ‘multimediale’ ed efficace l’esposizione di un periodo così ampio e variegato.

Il contributo di Massimiliano Gugliandolo, ‘nucleo evenemenziale’ dell’opera, si fa notare per l’esposizione storica veloce ed essenziale e per l’attenzione ai momenti di cambiamento, a partire dall’età dei Severi e dal movimentato III secolo. È tutto il tardoantico che emerge come età metamorfica, sotto tutti gli aspetti (forme di governo, apporti barbarici, composizione degli eserciti, spostamento dei baricentri di potere, rapporti periferie-centro). Particolare rilievo si dà all’evento del 476, inquadrato non più secondo le categorie momiglianee della ‘caduta senza rumore’ ma, a partire dalle intuizioni di Calderone, come momento fortemente avvertito dai contemporanei, per il notevolissimo rilievo istituzionale della mancata elezione di un imperatore. Completa la prospettiva didattica del contributo una cronologia degli eventi tra la morte di Commodo (193) e quella di Giustiniano (565).

Elena Caliri affronta le problematiche collegate al rapporto tra barbari e impero. Il “problema barbarico” vi è visto come fenomeno sociale, nei suoi impatti sulle popolazioni già presenti nei confini dell’impero e negli stessi barbari. Vi si ricollegano gli imponenti fenomeni di Völkerwanderungen verso le terre dell’impero ed i vari provvedimenti di hospitalitas alle necessità militari dell’impero, a loro volta derivanti dalla pratica dell’adaeratio. I barbari, dunque, come elemento destabilizzante: particolare attenzione è rivolta agli avvenimenti che coagulano l’ostilità delle masse contro gli stranieri, essi stessi gradualmente venuti in possesso delle redini dello stato già nel III secolo con personaggi come Massimino il Trace, Filippo l’Arabo e Claudio il Gotico. L’attenzione si sposta, a 360 gradi, alla progressiva ‘demonizzazione’ del barbaro nelle rappresentazioni figurative (con intenti propagandistici da parte degli imperatori) ed alle fasi della cristianizzazione delle popolazioni barbare. Vengono presi in rassegna i momenti di tensione legati all’emergere di generali barbari (Stilicone, Ezio, Ricimero); nell’ottica della continuità, si pone attenzione al fenomeno dei regni romano-barbarici ed alla convivenza al loro interno tra i diversi elementi etnici, fino all’epoca ‘idilliaca’ di Teoderico e all’improvviso soffocamento del dialogo da parte dello stesso. Particolarmente interessante l’analisi che la Caliri fa degli atteggiamenti dei pagani, fedeli all’utopia dell’eternità di Roma e dunque tendenzialmente xenofobi (con l’eccezione ‘illuminata’ di Temistio) e, di contro, dei cristiani che invece vedono nelle popolazioni barbare nuovi bacini d’evangelizzazione.

Alfredo Iannello ‘apre a Oriente’ i tradizionali confini eurocentrici degli studi sull’impero e la tarda antichità, occupandosi delle realtà statuali orientali e dei loro rapporti con Roma. La rottura degli ‘schemi geografici’ tradizionali serve a spiegare il continuo processo di osmosi che i territori dell’impero instaurano con le popolazioni orientali: non soltanto l’impero accoglie notevoli influssi orientali, ma anche l’Oriente si apre alle forti sollecitazioni culturali dell’Occidente greco-romano. Iannello distingue un Oriente “interno” ed uno “esterno” all’impero, pone l’accento sull’importanza delle vie carovaniere nei processi di acculturazione e trasporto di merci, idee e mores e ne sottolinea l’importanza economica, che le rende causa delle lotte fra Roma-Bisanzio e la Persia. L’inevitabilità dello scontro è conseguenza delle pretese universalistiche della Bisanzio ‘cattolica’ e dei simili atteggiamenti del gigante persiano. Si esaminano, dunque, i fattori religiosi, in particolare le eresie e tra di esse quella iconoclasta come elementi transitori tra culture diverse. Infine, di particolare interesse sono le parti dedicate alla Persia (esportatrice a Bisanzio, tra l’altro, del cerimoniale di corte, ma essa stessa esposta a influssi occidentali), a India e Cina, paesi fiabeschi da cui proviene una delle fortune della Bisanzio medievale: la seta.

Il contributo di Mariangela Monaca è un excursus sulle problematiche religiose che caratterizzarono la chiesa nel tardoantico. La definizione di hairesis come novitas rispetto alla traditio ortodossa sottolinea il ruolo funzionale delle opiniones stesse per la progressiva e contrastata definizione dell’’ortodossia’. Vi si passano in rassegna i movimenti religiosi che lacerano le chiese già dal II-III secolo (compreso il gravissimo problema dei lapsi), le questioni trinitaria e cristologica sviluppatesi nel IV secolo con l’esplodere dei movimenti nestoriano ed ariano, le contrastate tappe conciliari a partire da Nicea (sottolineando la rilevanza ideologica delle decisioni costantiniane ed il forte nesso ideale tra Nicea e Calcedonia). E ancora, la questione mariologica fino a Efeso, le resistenze postcalcedoniane e le persistenze tarde dell’hairesis, con la forte politicizzazione da parte di imperatori e barbari tra IV e V secolo. Il contributo giunge a considerare nel loro sviluppo e nell’importanza sociale le più note e resistenti tra le dottrine eterodosse, come il donatismo, l’origenismo ed il pelagianesimo.

Marilena Casella analizza i rapporti tra chiesa e stato a partire dalla “rivoluzione costantiniana”, al centro di numerose interpretazioni nella storia degli studi. Questa viene ripercorsa fino ad approdare alle tesi di Mazzarino e Calderone, che rimuovono la tradizionale partizione della storia tardoantica in “storia della chiesa” e “storia dell’impero”. La chiave di volta è la rivalutazione di Costantino, uomo “di reale e non eroica statura”, non più deus ex machina della cristianizzazione dello stato ma generale del periodo post-tetrarchico che accoglie il culto cristiano radicandolo su un profondo substrato fideistico solare. In questa scia, si descrivono le tappe della graduale ‘statalizzazione’ della chiesa a partire da Costantino (nella gerarchizzazione, nel cerimoniale, nella ripartizione territoriale) e l’attribuzione ai vescovi della sarcina (Agostino) dell’episcopalis audientia. I vescovi divengono, de facto, patroni delle città e dei territori (notissimo il caso di Flaviano d’Antiochia nella “rivolta delle statue” del 387), nonché difensori degli humiliores. Si giunge, con Giustiniano, all’inquadramento de iure dei vescovi nell’apparato statale. Le elezioni del vescovo diventano spesso occasione di contese tra le componenti delle élites cittadine (nonché fattori importanti di accrescimento del patrimonio ecclesiastico) e non sono infrequenti i casi di simonia. Il contributo focalizza l’attenzione, infine, sulle alterne vicende dei rapporti imperatore-chiesa: dalla conflittualità dell’età di Costanzo II alla non ingerenza di Valentiniano I e di Teodosio (con il singolare exemplum della penitenza inflittagli da Ambrogio), dalla prima teorizzazione della “dottrina dei due poteri” (papa Gelasio), alle forti intromissioni esercitate da Giustiniano.

Claudia Neri esamina uno dei fenomeni di massa della tarda antichità più fecondi di iniziative ed esperienze: il monachesimo. Anche qui si apre con le varie teorie sulle origini del movimento monastico: dalle radici nel paganesimo egiziano (Weingarten) a quello giudaico (con riferimento alla setta degli Esseni), fino alle analogie forzate con il monachesimo buddista. Il fenomeno anacoretico trova, invece, le sue più dirette radici nella figura classica del filosofo-monaco e nella tarda antichità assume spesso i connotati di fuga dall’oppressione fiscale degli ambiti urbani. Tenendosi ben distante da interpretazioni univoche, la Neri analizza lo sviluppo del monachesimo nei vari ambiti e nelle forme regionali. Sono passate in rassegna le caratteristiche del monachesimo copto, a partire dai suoi iniziatori (Antonio per la forma eremitica e Pacomio per quella cenobitica) e nei suoi sviluppi “intermedi” (comunità semianacoretiche); il perfezionamento del cenobitismo pacomiano in senso filantropico ad opera di Basilio di Cesarea; il rigorismo del monachesimo siriano; la diffusione del fenomeno anche tra le aristocratiche occidentali, che dimostrano “virilità” nel rinunciare al mondo; la tipicità del monachesimo palestinese, con le sue laure. L’analisi del monachesimo occidentale prende le mosse dal rigetto di una filiazione diretta dagli esempi orientali, che pure esercitano il loro influsso: dunque, un monachesimo autonomo, più vicino al modello aristocratico del secessus in villa. Il monastero occidentale diviene un pépinière d’évêques, e abbiamo adattamenti (Cassiano) delle rigide regole cenobitiche; caratteristica del fenomeno in Occidente è anche la preferenza per le piccole isole, in cui l’isolamento dal mondo è tangibilmente realizzato dal mare e su cui si sviluppano alcune tra le più importanti comunità (su tutte, Lérins). Infine, si prende in esame il fenomeno come ribellione alla chiesa gerarchizzata, che essa stessa cerca, nei secoli, di irreggimentare.

Il contributo di Lucietta Di Paola esamina, con attenzione alle variazioni diacroniche e diatopiche, la ramificata organizzazione statale dell’impero. La burocratizzazione dell’apparato statale e la sua spropositata crescita fino alle dimensioni elefantiache del IV e V secolo viene da più parti riconosciuta come una delle caratteristiche più rilevanti dell’età tardoantica, intrecciata a fenomeni come la ‘piramidizzazione’ dell’organigramma burocratico, la sacralizzazione dell’imperatore sotto le nuove forme dettate dal cristianesimo, l’accrescersi delle forme rituali del cerimoniale. L’imperatore dunque, la corte, i cubicularii ed il consistorium, le cancellerie, le officine e gli scrinia, la prefettura al pretorio e le articolazioni territoriali (diocesi, province) nei loro sviluppi nel corso dei secoli e nelle loro caratteristiche: il sistema delle sportulae, i processi legiferativi e amministrativi, la ramificazione e la dispersione delle competenze tra i vari uffici. Si apprezza particolarmente l’attenzione ai mutamenti diacronici delle funzioni delle cariche (in particolare, con la riforma dioclezianea) e la presentazione della figura del governatore provinciale nelle sue prerogative ed immagini di funzionario territoriale dell’imperatore.

Lietta De Salvo indaga, invece, sulle classi sociali della tarda antichità, partendo dal rigetto delle interpretazioni eccessivamente vincolistiche. Al vertice, l’imperatore, ammantato di una sacralità che il cristianesimo accresce e che si esprime nel cerimoniale, nel sacramentum iniziatorio e nell’adventus imperiale, è fonte della legge e capo della burocrazia. I senatori, clarissimi, che vedono mutare fortune e funzioni, mantenendo il ruolo di depositari della tradizione finanche dopo la fine dell’impero d’Occidente (Gallia), rivalutati nel nuovo regime aristocratico inaugurato da Costantino. Vengono messe in evidenza le differenze timocratiche all’interno dell’ordine (Temistio, Libanio) anche fra Oriente e Occidente ed i fenomeni di “carità eversiva” delle aristocratiche occidentali. Anche per la categoria dei corporati vale la teoricità del vincolismo a fronte ad una realtà di mobilità sociale e di “braccio di ferro”, in cui non sempre è lo stato ad avere la meglio, così come per i curiali, su cui grava il munus più pesante e che spesso tentano la fuga o l’ascesa alle privilegiate posizioni della burocrazia statale. Per i militari, non più cittadini in armi ma professionisti, vengono ripercorse le tappe della regionalizzazione e barbarizzazione dell’esercito a partire dalla riforma severiana e, poi, con quella dioclezianea e costantiniana (limitanei e comitatenses), fino ad arrivare ai bucellarii volontari nel VI secolo, prodromi degli eserciti medievali. Infine, un’ampia parte è dedicata alle classi inferiori: schiavi e coloni tendono ad essere assimilati con l’abbandono della locatio-conductio e del colonato parziario per modelli derivanti dalla fiscalità tardoantica e aspirano alla fuga liberatoria. La De Salvo sottolinea, concordemente con le teorie più accreditate (De Martino), la discontinuità tra colonato e servitù della gleba e passa a dipingere l’ultimo quadro nel grande affresco della società tardoantica: penetes e ptochoi, masse marginali che affollano le città e muovono un’economia basata sulle elemosine, che vede le chiese in primo piano (Paolino di Nola, Basilio…); e ancora, prostitute, attori, gladiatori, maghi e indovini e i devianti: ladri e briganti, riconsiderando anche in termini non eversivi ma sociali alcuni movimenti tardi, come quello dei Bagaudae.

Il lavoro curato da De Salvo e Neri ci restituisce, dunque, una storia a 360 gradi, in cui il tardoantico prende forma come età autonoma e originale, fucina di trasformazioni e mutamenti di grande importanza per il futuro; età considerata non come apportatrice di segni di rottura e radicali mutamenti, ma in una prospettiva di continuità dinamica con il passato ed il futuro; tempo di incubazione di alcuni dei più grandi fenomeni sociali dell’Europa moderna e, secondo la più grande lezione di Calderone, da comprendere e far conoscere nelle sue umanissime dinamiche.

VOLUME I
Lietta De Salvo - Claudia Neri, Premessa
L'IMPERO
Massimiliano Gugliandolo, Dall'età dei Severi alla morte di Giustiniano
L'ANTIMPERO
Elena Caliri, I barbari
Alfredo Iannello, Gli stati orientali
Mariangela Monaca, L'altro credo
VOLUME II
SOCIETÀ E CULTURA
Marilena Casella, La chiesa nello stato
Claudia Neri, Il monachesimo
Lucietta Di Paola, L'organizzazione statale
Lietta De Salvo, Le classi sociali

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