Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2010.10.72

Marco Giuman, Melissa: archeologia delle api e del miele nella Grecia antica. Archaeologica 148.   Roma:  Giorgio Bretschneider editore, 2008.  Pp. xv, 287; 23 p. of plates.  ISBN 9788876892134.  €170.00 (pb).  



Reviewed by Maria Elena Gorrini, Università degli Studi di Pavia (mariaelena.gorrini@unipv.it)

[Table of contents is listed at the end of the review.]

Il volume si propone di analizzare la figura dell’ape e del suo prodotto, il miele, nella Grecia antica, secondo una prospettiva interpretativa di natura prevalentemente archeologica. Ciò non significa, naturalmente, che Giuman non analizzi anche le fonti letterarie, ma semplicemente che la sua indagine si focalizza anche sulle testimonianze di cultura materiale, in particolare iconografiche, al fine di decodificarle in chiave simbolica. Come l’A. stesso osserva, il suo lavoro non è il primo a trattare questo argomento: H. R. Ransome, The sacred Bee in ancient Times and Folklore, London 1937, o F. Roscalla, Presenze simboliche dell’ape nella Grecia antica, Firenze 1998, avevano già preso in considerazione l’insetto e le sue valenze nel mondo antico, pur senza affrontarlo specificamente sotto il profilo archeologico. Fatta questa premessa, occorre subito osservare come il cammino archeologico seguito dall’A. sia—e non potrebbe essere altrimenti—un cammino di tipo precipuamente iconografico e iconologico, tanto più rischioso quanto più rade e, sovente, prive di contesti sicuri sono le testimonianze analizzate.

Il volume si divide in sei capitoli, preceduti da una Prefazione a cura di S. Angiolillo e da un’introduzione dell’A.

Il primo capitolo parte da una tavoletta in Lineare B rinvenuta fra le rovine del Secondo Palazzo di Cnosso (Kn Gg 702), databile ai decenni finali del XV sec.a.C.: si tratta di un testo di natura religiosa, in cui si specifica un’offerta (un’anfora di miele) per una non meglio specificata Signora del Labirinto. A questa testimonianza l’A. accosta un papiro neoplatonico (B.M. Pap.Gr. 46) ove il dio Mitra viene definito in successione “colui che sostiene col miele”, “colui che distrugge col miele”, “colui che crea con il miele”, e uno scolio alla Pitica IV di Pindaro (attribuito a Mnasea di Patara), che riporta il mito di Melissa. A queste tre testimonianze l’A. affianca poi tre coppe attiche a fondo bianco del British Museum, opera di Sotades e del pittore omonimo, parti di un corredo più articolato. 1 Se la critica è pressoché unanime nel riconoscere nella prima di queste coppe un episodio del mito di Glauco, meno concordi sono i pareri degli studiosi relativamente alle altre due (di cui una frammentaria). Giuman sceglie di leggere la raffigurazione della seconda coppa2 come Aristeo che combatte il serpente dopo l’uccisione di Euridice, di cui è responsabile, seguendo una versione del mito riportata da Virgilio. Giuman riconosce poi nella raffigurazione della terza coppa3 un episodio che vede protagoniste le ninfe del miele. L’A. ritornerà nei capp. III e VI su queste coppe ma, nonostante i suoi tentativi di decrittazione globale del corredo, a nostro parere, la frammentarietà di almeno una di esse, unitamente alla mancanza di dati di scavo certi, impedisce di arrivare a una piena comprensione di esso.

L’A. si sofferma quindi sull’analisi delle fonti letterarie in relazione all’ape e al mondo dell’alveare: Semonide e la sposa perfetta, Focilide e la donna-ape, Esiodo e la stirpe di Pandora, la celebre allocuzione di Agamennone a Ulisse nel VI libro dell’Odissea, Eliano. L’A. rileva una evidente corrispondenza tra l’immagine dell’ape e quella della buona sposa e quella tra società ordinata e alveare. L’ultima parte del I cap. prende invece in considerazione la bugonia, sviluppando il legame tra api e mondo dei morti. Di fatto, questo primo capitolo assolve la funzione di introdurre i temi che verranno poi sviluppati nel libro.

Il secondo capitolo tratta di vari documenti di cultura materiale provenienti dall’area dell’Egeo orientale e di Creta, per cogliere le eventuali dipendenze o, più in generale, i reciproci scambi tra mondo greco e Vicino Oriente. L’indagine parte con le oreficerie funerarie in oro ed elettro di provenienza rodia e di età orientalizzante raffiguranti esseri metà donne e metà insetti . In essi l’A. ravvisa una figura sincretica “in cui, per analogia funzionale, la figura dell’ape viene a innestarsi su quella della grande potnia mediterranea” (p. 42), e guarda al Vicino Oriente, alla saga di Telepino,4 per trovare una spiegazione a questa iconografia. Un ruolo centrale è poi occupato dall’isola di Creta, da cui provengono numerosi documenti legati all’ape (coni monetari, il celebre pendaglio di Mallia, sigilli, etc.), la cui analisi ha lo scopo di rimarcare come l’ape, in area cretese, continui a costituire un elemento iconografico perdurante—fatto tanto più insolito se comparato ai coevi repertori della Grecia continentale. Naturalmente l’A. rileva la prossimità culturale e geografica tra Creta e l’Egitto faraonico, ove l’ape svolge un ruolo simbolico importante, ma collega la presenza dell’insetto anche a un’altra entità geografica, le grotte.5 L’ultima parte del capitolo si concentra infatti sul legame simbolico tra api e antri, insistendo in particolare sulla leggenda cretese della nascita di Zeus, e sul ruolo delle api curotrofiche nel suo svezzamento.

Il terzo capitolo verte totalmente sul miele, sia dal punto di vista reale, quale nutrimento cardine dell’alimentazione usato altresì nella medicina nel mondo antico, sia a livello simbolico, come elemento connesso tanto alla vita (come alimento per neonati, giovinetti o eroi) quanto alla morte (e così usato nei rituali funebri, un esempio per tutti il caso di Posidonia) e, infine, metaforico della dolcezza del poetare.

Il quarto capitolo prende in considerazione le vicende mitiche di figure legate all’alimento, quali Aristeo, Glauco, Trofonio e Melissa, moglie di Periandro. L’analisi di Aristeo parte da un singolare bronzetto di epoca romana imperiale da Oliena, ora al Museo di Cagliari, già identificato nell’eroe dalla Angiolillo. La presenza di Aristeo in Sardegna è certificata da due filoni di tradizioni storiche, uno denominato Sallustio-Pausania, e l’altro Pseudo-Aristotele-Diodoro dalla Breglia Pulci Doria.6 Giuman analizza alcuni documenti raffiguranti l’eroe, arrivando a conclusioni di natura iconografica che chi scrive non trova completamente condivisibili.7 Lascia dubbi, in particolare, l’identificazione (in una delle coppe del pittore di Sotades BM D7), seguendo la Burn, della figura maschile armata di fronte a un drago (anche interpretata come Cadmo e il drago tebano) con Aristeo di fronte al serpente che avrebbe morso Euridice, secondo una versione supportata unicamente dalle Georgiche virgiliane e dal commento serviano ad locum. Certamente persuasive sono invece le analisi simbolico-funzionali degli altri personaggi legati alla mitologia del miele, Glauco, Trofonio e “la sposa cadavere” Melissa.8

Il quinto capitolo tratta delle “sacre api dell’Olimpo” . LA. analizza la figura delle melissai, sacerdotesse di Demetra nei rituali tesmoforici, accostando le celebrazioni demetriache alle Adonie e facendo così emergere interessanti elementi di natura simbolica. Fondamentale (anche in considerazione dei pregressi studi di Giuman) è l’analisi delle api in relazione ad Artemide, nei suoi epiteti di Britomartis e Dittinna cretesi, di Efesia, di Hymnia beotica, di Ortygia e, naturalmente, di Brauronia. Riguardo quest’ultimo aspetto della dea, l’A. sceglie di investigare un tipo specifico di offerte rinvenute in tutta l’area del santuario attico: i krateriskoi a suo tempo studiati dalla Kahil,9 e in particolare il sottogruppo caratterizzato da raffigurazioni riconducibili al culto della dea. Giuman considera questi oggetti creati al fine di far parte di un rituale di carattere libatorio. Riprendendo convincentemente un’ipotesi della Isler-Kerényi10 sulla natura del liquido, o meglio della miscela, contenuta nei piccoli crateri, e, sulla scorta di uno scolio al v. 645 della Lisistrata di Aristofane, (ove viene esplicitamente detto che “le fanciulle compivano il sacrificio per placare—ἐκμειλισσόμεναι—la dea, dopo che gli Ateniesi erano stati colpiti da un morbo avendo sottratto alla dea un’orsa addomesticata”), l’A.conclude che il liquido contenuto nei vasi poteva verosimilmente essere idromele. Altrettanto persuasiva è la lettura simbolica del rito dell’arkteia, in cui la fanciulla, “morta ritualmente arktos, la selvatica e ferina orsa, può finalmente nascere melissa, la laboriosa ed onesta ape” (p. 198). Il capitolo si conclude con una vexata quaestio: il rapporto tra il santuario di Delfi e l’ape delfica, ossia la Pizia, come spiega uno scolio alla IV Pitica, v. 106 b Drachmann. L’A. affronta anche il problema del secondo tempio, quello di cera e piume e, coraggiosamente, prova ad analizzare l’omphalos delfico. Egli riconosce a questo oggetto un’autonoma valenza di natura oracolare, a partire dal suo rivestimento, una sorta di veste a foggia di rete realizzata mediante l’uso di fasce intrecciate di lana e denominata agrenon. Conclude enfatizzando le relazioni, molteplici, tra Delfi e Creta che passano anche per il tramite delle api. 11

Il sesto e ultimo capitolo riprende il corredo della cd. Tomba di Sotades, per chiudere le fila del discorso. Giuman legge il corredo della tomba come appartenente a una giovane donna, certo sposa e forse madre, in base all’evidenza di due coppe firmate da Egesibulo. Egli vede in esse un comune denominatore che è il miele, attraverso la scelta delle immagini che le decorano: Glauco e Poliido, le raccoglitrici di Pomi e Aristeo ed Euridice. Arriva quindi a ipotizzare che la morta potesse essere stata un’iniziata dei misteri di Orfeo, con una dimostrazione che passa per le raffigurazioni dei vasi del corredo. Il capitolo, e il libro, si concludono con un tentativo di riflessione su uno Zeus ctonio, il Meilichios, i cui rituali, ancora una volta, dovevano coinvolgere il miele.

Il volume si qualifica come una ricerca dotta ed esaustiva sul tema delle api e del miele, affrontata coniugando fonti letterarie e dati iconografici desumibili da contesti archeologici. L’ape e l’alveare diventano, in alcuni momenti, poco più che un pretesto per poter riunire diverso materiale simbolico e affrontare svariate problematiche che si collocano a cavallo tra la ricerca antropologica e quella storico religiosa, trattate entrambe con grande competenza. Lo studio di Giuman, destinato a un pubblico di specialisti proprio per la complessità e la vastità del percorso, non mancherà di sollecitare nuovi spunti di discussione e di indagine.

Prefazione p. IX
Introduzione p. XI
Capitolo I Bion de katharon ze melitta p. 3
Capitolo II Un nitido ronzio tra il mare Egeo e il vicino Oriente p. 39
Capitolo III Dolce come il miele è il mio arrivo, dolce come il miele la mia partenza p. 67
Capitolo IV Dei, eroi, api e miele p. 95
Capitolo V Le sacre api dell’Olimpo p. 157
Capitolo VI Qualche nota a margine p. 223
Bibliografia p. 251
Indice dei personaggi mitologici p. 283

Notes:


1.   L. Burn, “Honey Pots. Three White-Group Cups by the Sotades Painter” AntK 28, (1985) 93-105.
2.   S. Geroulanos; R. Bridler, Trauma. Wund-Entstehung und Wund-Pflege im antiken Griechenland, Mainz, 1994, fig. 72.
3.   Burn supra, n. 2, pl. 23.2. Coppa a fondo bianco del pittore di Sotades. London, BM D6.
4.   F. Roscalla, Presenze simboliche dell’ape nella Grecia antica, Firenze 1998, 21 ss.
5.   Roscalla, supra, n. 4, 18 s., 25 ss.
6.   L. Breglia Pulci Doria, “La Sardegna arcaica tra tradizioni euboiche e attiche” in Nouvelle contribution a l’étude de la société et de la colonisation eubéennes, Napoli 1981, 61 95. Ead. “La Sardegna arcaica e la presenza greca: nuove riflessioni sulla tradizione letteraria” in P. Bernardini, R. Zucca ( edd. ), Il Mediterraneo di Herakles. Studi e ricerche. Atti del Convegno di studi, Roma 2005, 61 86.
7.   M.E. Gorrini, ” Aristeo o Dedalo? Nuove considerazioni su alcuni documenti greci ed etruschi” in M. Harari et alii ( edd.), Icone. Atti del Primo Seminario Pavese di Iconografia, Roma 2009, 89-110; E. Simon, “Daidalos-Taitale-Daedalus” in AM 100, (2004) 419-432.
8.   Per le figure di Melicerte e Melisso si veda Roscalla, supra, n.4, 81 ss.
9.   L. Kahil, “Autour de l’Artémis attique” AntK 8, (1965), 20-33; anche Ead., “L'Artémis de Brauron. Rites et mystère “ AntK 20, (1977), 86-98.
10.   C. Isler-Kerényi, “Artemide e Dioniso: Korai e Parthenoi nella città delle immagini” in B. Gentili; F. Perusino ( edd.), Le orse di Brauron, Pisa 2002, 117-138.
11.   Cfr. Roscalla, supra n. 4, 29 ss.

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