Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2010.07.47

Claus Reinholdt, Das Brunnenhaus der Arsinoë in Messene: Nutzarchitektur, Repräsentationsbaukunst und Hydrotechnologie im Rahmen hellenistisch-römischer Wasserversorgung.   Wien:  Phoibos Verlag, 2009.  Pp. x, 252; 51 p. of plates.  ISBN 9783851610246.  €75.00.  



Reviewed by Anna Anguissola, Ludwig-Maximilians-Universität München (a.anguissola@sns.it)

Table of Contents

Se l’oggetto dell’indagine di Claus Reinholdt è, nello specifico, la fontana di Arsinoe a Messene, gli obiettivi e i temi che affronta lungo i sette capitoli del libro si rivelano assai più ambiziosi, in un saggio destinato a rimanere un punto di riferimento importante per una quantità di aspetti legati all’urbanistica, all’architettura e alla tecnologia idraulica nelle città della Grecia ellenistica e romana. Il titolo stesso riassume lo spettro di questioni con cui la ricerca intende confrontarsi: pianificazione infrastrutturale (Nutzarchitektur), significati rappresentativi (Repräsentationsbaukunst) e sviluppo tecnico (Hydrotechnologie), entro un’ampia prospettiva cronologica e geografica. Alla base vi è un eccellente lavoro sul campo, nel quadro degli scavi condotti dall’Università di Salisburgo nell’area settentrionale dell’agora di Messene, che ha permesso una raccolta di dati con ben pochi confronti nel corpus delle pubblicazioni dedicate a monumenti analoghi.

Com’è naturale, Reinholdt esordisce (Cap. I, ‘Forschungsgeschichte’) con una breve presentazione della storia degli studi e delle tappe che condussero a identificare il monumento, sulla scorta della testimonianza di Pausania (IV,31,6) circa la sua dislocazione, il nome e la sorgente cui si allacciava. L’accenno breve ma circostanziato del periegeta ha fatto sì che fin dalle prime esplorazioni della città, negli anni Venti del XIX secolo, uno dei principali desiderata abbia riguardato proprio l’individuazione della fontana. Dapprima ipoteticamente collocata tra le rovine del teatro e quelle dell’Asklepieion, più a sud, solo con gli scavi sistematici intrapresi dalla Società Archeologica Ateniese si giunse a riconoscerne il sito, in corrispondenza di un muro di terrazzamento subito ad est del teatro, dov’erano visibili i resti di condutture idriche. Da qui, Reinholdt prende le mosse per ripercorrere la ricerca che ha dato origine al volume, descrivendo le rovine al momento delle prime ricognizioni e una volta rimossi gli elementi in crollo che obliteravano la struttura (si vedano la sezione e la pianta a pp. 12-13, figg. 13-14). Ciò che gli archeologi si sono trovati di fronte, nel lembo nord-occidentale dell’agora di Messene, è una complessa successione di fasi edilizie, corrispondenti a svariati episodi di monumentalizzazione che, secondo i canoni architettonici di volta in volta più in voga, avevano alterato assetto, impatto scenografico e ruolo urbanistico della costruzione. Non meno rilevante, nella storia dell’abitato, fu l’opera di spoliazione culminata con il reimpiego di pezzi architettonici e dispositivi idraulici in un più modesto mulino ad acqua, a ridosso della fontana ormai in disuso. La ricerca si propone di restituire l’immagine di questa successione di edifici e, al contempo, d’individuare le dinamiche di frequentazione dell’area tra agora, teatro e arteria stradale poco più a monte.

Reinholdt prosegue con una descrizione analitica dell’edificio (II, ‘Baubeschreibung’) quale si presentava una volta liberatane l’area dal crollo, concentrandosi dunque sulle strutture in situ pertinenti al muro di terrazzamento, alle vasche, a basamenti e sostruzioni, all’impianto per l’approvvigionamento e la distribuzione dell’acqua. Particolarmente gradita è l’attenzione con cui affronta i problemi statici e compositivi legati alla messa in opera degli elementi architettonici e al loro fissaggio nella sede prescelta, tutti dettagli solo all’apparenza secondari nel restituire il monumento al suo contesto cronologico. A questo proposito, risulta fondamentale l’eccellente apparato iconografico, con fotografie e rilievi sempre accurati nel caratterizzare i dettagli su cui il testo si sofferma (ad esempio, si vedano le immagini alle pp. 22, 23, 26, 34, 47). Per quanto riguarda adduzione, raccolta e deflusso delle acque, Reinholdt non trascura alcuna delle caratteristiche tecnologiche dell’impianto: dal sistema di allacciamento alla sorgente, alle condutture e, soprattutto, ai bacini di decantazione (strutture murarie, collegamenti, composizione del cementizio idraulico che ne foderava il fondo e le spalle). Quanto descritto in questo capitolo non s’aggancia ad alcuna specifica fase cronologica della fontana di Arsinoe, ma intende piuttosto restituire l’edificio quale esito di una complessa stratificazione, nella sua forma al momento dell’abbandono definitivo, quando i resti del terrazzamento ellenistico coesistevano con il mulino ad acqua tardoantico.

È da queste premesse e con il materiale sin qui discusso che l’autore pu prendere le mosse per un’ipotesi ricostruttiva dell’elevato (III, ‘Werkstückzuweisung’), alla cui immediata visualizzazione sono funzionali le belle tavole fornite come pieghevoli in accompagnamento al volume. Senza dubbio, data l’enorme mole di elementi architettonici in crollo (e la loro pertinenza, in larga misura, a più di una fase), deve ritenersi la sezione di maggior impegno nonché, certamente, uno dei risultati più meritori della ricerca. Se pure sono pienamente comprensibili gli spinosi problemi metodologici posti dal monumento e dalla sua storia edilizia, tuttavia l’organizzazione degli argomenti nella parte centrale costituisce l’unico difetto espositivo in un libro altrimenti inaspettatamente user-friendly (vieppiù alla luce del tema e della puntigliosa acribia con cui rende conto di aspetti tecnologici e costruttivi). Per una piena comprensione dell’edificio in ciascuna delle sue fasi, infatti, il lettore dovrà muoversi costantemente tra questo e i successivi capitoli, dove le osservazioni inerenti a data, tipologia e confronti sono disseminate ‘in pillole’. D’altro canto, sarebbe estremamente difficile suggerire una soluzione differente ed immaginare una distribuzione alternativa di temi e conclusioni, che di necessità seguono passo dopo passo i progressi nella decrittazione dell’evidenza. Non deve dimenticarsi, del resto, come il volume costituisca il risultato di un lungo lavoro sul campo, di cui dunque non può che riflettere l’evolversi, in un graduale processo di conoscenza del monumento.

Riassumendo le conclusioni di Reinholdt (IV, Datierung), ad una prima fase, inquadrabile tra la fine del III o gli inizi del II secolo a.C., si ascrivono il poderoso muro di terrazzamento e le strutture principali per l’approvvigionamento idrico (pp. 125-130). La fontana nella sua forma definitiva (quella vista da Pausania) deve invece risalire alla prima età imperiale, dopo la metà del I secolo d.C. -- orizzonte cronologico cui rimanda la conformazione della facciata (pp. 130-134). Lungo il tardo III secolo d.C. vennero apportate alcune modifiche di minore entità al complesso (p. 134), il cui smantellamento sarebbe incominciato circa duecento anni più tardi quando, in concomitanza con il declino della città, divenne una miniera di materiali da costruzione per edifici utilitari, ormai privi di ambizioni estetiche e propagandistiche (p. 135).

La fontana che l’agora di Messene esibiva a cittadini e visitatori durante l’età imperiale (si vedano le tavole fuori testo 4-6, 9, 11, 12b) si caratterizzava per la maestosità della facciata, con un avancorpo centrale scompartito in tre arcate, perfettamente in asse con l’esedra semicircolare sul fondo e affiancato, su entrambi i lati, da un filare di colonne ioniche. Sulla fronte, una scalinata d’accesso conduceva in uno spiazzo quadrato centrale adatto alla sosta e alla conversazione, mentre ai fianchi l’acqua si raccoglieva nei bacini da cui era convogliata ai chioschi con i labra per attingere alla fonte. È in queste pagine che si rende conto anche della decorazione scultorea, qual è ipotizzabile attraverso i pochi frammenti e le tracce lasciate dalle statue su basi pertinenti alle prime due fasi (tavole L ed LI). L’esedra ad ante a ridosso dell’edificio ospitava un gruppo con cavalli rampanti, che Reinholdt immagina raffigurasse i Dioscuri, oppure un’altra coppia di gemelli legati alla mitopoiesi cittadina: Idas e Lynkeus, figli del re Aphareus (pp. 110-11 figg. 125-126 e pp. 120-124). Nei pressi della fontana, inoltre, si è trovata la base per una statua di bronzo di dimensioni naturali, che conserva il praenomen Tiberius del personaggio cui vanno ascritti il restauro dell’edificio e la commissione di statue imperiali poste, con ogni probabilità, in modo da essere inquadrate tra gli archi centrali (p. 133 e pieghevole fuori testo 12).

I due capitoli successivi prendono in esame gli edifici che precedono e seguono quello di maggior impatto ed impegno architettonico, allestito intorno alla metà del I secolo d.C. e rimasto in uso con minimi cambiamenti per almeno quattro secoli. La fontana ellenistica (V, ‘Der Vorgängerbau’), databile a cavallo tra III e II secolo a.C., era sostanzialmente organizzata tutt’intorno alla lunga vasca, con copertura a spioventi, dove l’acqua era convogliata attraverso un’apertura nel muro retrostante (si vedano le ricostruzioni a p. 161 fig. 141 e nei pieghevoli 8, 10, 12a). La presentazione, che riprende in parte le fila di quanto già esposto nel secondo capitolo, dedica uno spazio particolarmente ampio alla descrizione dell’ordine dorico pertinente alla facciata, traendone una ricca messe di dati forse non sempre valorizzati dall’esposizione (peraltro inevitabilmente) dettagliata. A tale proposito, la scelta di riassumere le informazioni relative a misure e particolari architettonici in un paragrafo conclusivo (pp. 167-176) appare una soluzione pratica ed intelligente per evitare l’ulteriore frammentarsi del discorso. Reinholdt passa infine ad illustrare l’impianto produttivo tardoantico (VI, ‘Der spätantike Gewerbebau’), un mulino ad acqua eretto con materiali di reimpiego a ridosso della vasca orientale, che il recupero di un tesoretto monetale induce a datare al tardo VI secolo d.C. Meritano di essere segnalate le pagine che chiudono il capitolo (pp. 178-182) con una succinta trattazione della storia, delle tipologie e del funzionamento dei mulini idraulici nel mondo antico che, sulla scorta di fonti archeologiche, letterarie ed epigrafiche, costituisce di fatto la sintesi più agile e aggiornata a questo proposito.

Per quanto riguarda la storia edilizia della fontana e il suo inquadramento cronologico, è da segnalare come un’ipotesi alternativa sia stata avanzata, nello stesso anno di pubblicazione del volume, in un importante contributo ad opera di Mario Trabucco nella sede dell’Annuario della Scuola Archeologica Italiana di Atene.1 Secondo questo studioso, alle fasi riconosciute da Reinholdt dovrebbe aggiungersene una ancora più antica, assegnabile alla fine del IV o agli inizi del III sec. a.C., quando il complesso avrebbe già assunto la forma di una stoà-fontana, poi confermata dalla redazione di circa un secolo successiva. Si auspica che la pubblicazione analitica dell’edificio e dei suoi materiali architettonici possa ora fornire nuovi argomenti per il dibattito circa la storia travagliata del monumento e dell’agora di Messene.

Il libro di Reinholdt si conclude con una sezione breve quanto interessante (VII, ‘Die Entwicklung der griechischen Brunnenhausarchitektur’, pp. 183-207), cui è affidato il compito di contestualizzare il monumento di Messene entro una più ampia cornice, definendone il ruolo nell’evoluzione architettonica e funzionale delle fontane pubbliche in Grecia. Dalla piccola fontana costruita per la sorgente di Smirne nell’ultimo quarto del VII secolo a.C., Reinholdt prosegue in senso cronologico, dedicando uno spazio abbastanza ampio al tema dell’approvvigionamento idrico nell’Atene classica e tardoclassica, per soffermarsi quindi su un problema centrale nella concezione ellenistica di simili edifici: quando, cioè, debba collocarsi l’inizio della pratica di abbellirli con statue, un momento che Reinholdt pone durante il II secolo a.C. Il successivo e radicale mutamento riguardò una graduale assimilazione alla fisionomia del ninfeo romano, fino a sostituire la Brunnenhaus-Halle con una successione esornativa di vasche ipetrali, impreziosite da ambiziosi corredi scultorei.

Se l’unica debolezza del volume è una distribuzione degli argomenti che lo rende poco attraente per un pubblico diverso da quanti si occupino di edifici analoghi o del medesimo sito, è bene riassumerne brevemente i punti di forza, nella speranza d’indurre alla lettura di un lavoro tanto ricco di suggestioni anche chi sia a prima vista intimidito dalla profusione di dati. Senza dubbio, la cura con cui si sono raccolte e presentate le notizie, la generale affidabilità delle ricostruzioni (condivisibile anche la scelta di sobrietà nelle tavole fuori testo, che tengono conto solo degli elementi acquisiti con sicurezza) e l’attenzione dedicata agli aspetti prettamente tecnologici saranno di grande aiuto a studiosi impegnati in ricerche simili, che dalla qualità di questa pubblicazione e dai suoi pochi limiti potranno trarre alcune fondamentali linee-guida. A tale scopo, gioca un ruolo essenziale l’impressionante ampiezza del corredo iconografico. I quasi nove secoli di vita della fonte di Arsinoe sono ricostruiti con pazienza e precisione, senza tralasciarne le fasi meno vistose e ‘secondarie’ dal punto di vista dell’assetto monumentale, a comporre un capitolo imprescindibile per la conoscenza dell’antico abitato di Messene e della zona che gravitava attorno alla sua agora. Tuttavia, al lettore che s’interessi di altri aspetti della cultura architettonica (e non solo) greca e romana, il libro offrirà una preziosa sintesi di un tema importante nella costruzione funzionale ed ideologica dello spazio urbano: l’evolversi di una tipologia architettonica intimamente legata, fin dalle origini, alle idee di prosperità e lusso, nella misura in cui visualizza con immediatezza le risorse economiche e la qualità di vita di una città. L’inclusione, in coda al saggio, di un riassunto in lingua inglese dei risultati più significativi avrebbe con ogni probabilità giovato all’appeal del lavoro non meno che alla sua (auspicabile) conoscenza.


Notes:


1.   M. Trabucco, Un edificio scomparso nella fontana Arsinòe di Messene?, in SAIA Annuario 2007 (pubbl. 2009), pp. 197-214.

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