Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2008.02.38

Laurent Pernot, La retorica dei greci e dei romani. Letteratura classica, 26.   Palermo:  Palumbo, 2006.  Pp. 298.  ISBN 88-6017-017-6.  €30.00.  



Reviewed by Luca Asmonti, University of Reading (l.a.asmonti@rdg.ac.uk)
Word count: 1620 words

Laurent Pernot, professore di greco all'Università Marc Bloch di Strasburgo e già direttore dell'International Society for the History of Rhetoric, è uno dei massimi esperti mondiali di eloquenza greco-romana. Questa edizione italiana del suo "La rhétorique dans l'Antiquité", pubblicato in Francia nel 2000 e già disponibile in inglese e greco, rappresenta un contributo molto importante per lo studio delle discipline classiche.

Quello di "retorica", come nota il traduttore (pp. 11-14), è oggi considerato un concetto-chiave per studiare il mondo antico. Negli ultimi anni gli studi di "retoriche" -- dalla retorica della memoria a quella dell'autodistruzione femminile, dalla retorica dell'inimicizia a quella dello smembramento, senza dimenticare la retorica della retorica -- hanno goduto di notevole fortuna, specie nel mondo anglosassone ma anche altrove. Raggiungere una definizione condivisa di 'retorica' sembra però essere questione notevolmente più ardua. Si tratta, infatti, di un'idea ambigua e sfuggente, a cui spesso viene attribuita una forte valenza negativa: è l'arte ("techne") di persuadere e convincere; un potere dal quale mettersi in guardia, che può indurre a vedere arrosto dove c'è solo fumo (e tra le tante retoriche oggi in voga, potremmo allora aggiungere la retorica dell'anti-retorica, del presidente americano che dichiara "I mean what I mean, and I say what I say").

L'autore di questo libro si è assunto l'ingrato compito di riequilibrare questo giudizio poco lusinghiero, ribadendo il valore assoluto dell'educazione retorica come viatico indispensabile alla vita pubblica, in Grecia come a Roma. Questo è il tema conduttore della storia di una disciplina che, nei lunghi secoli dall'alba del mondo greco all'irrompere del Cristianesimo, dovette confrontarsi con i più svariati modelli culturali, giuridici e politici. L'ambizioso obiettivo di Pernot è quello di fornire un quadro d'insieme della retorica greco-romana, considerandola nella sua accezione più ampia: non s'intende qui fornire un compendio delle principali sistemi di pensiero, né un'antologia di orazioni. Pernot vuole osservare insieme gli sviluppi teorico-didattici e le loro applicazioni pratiche nei diversi contesti storici e sociali.

Ottimamente curato da Luigi Spina e tradotto da Francesco Caparrotta, il libro affronta in sei capitoli (intervallati da brevi "excursus" monografici) la storia della retorica antica dal basileus-oratore dei poemi omerici agli ultimi esponenti della seconda sofistica, per poi fornire una sintesi della fondamentale influenza che questo patrimonio ebbe sulla cultura dei secoli successivi. L'opera è completata da un breve saggio del curatore sul corrente stato degli studi di retorica in Italia e da una ricchissima sezione di repertorio, comprendente un utile e chiaro "thesaurus" dei principali termini e temi riguardanti gli studi retorici, un prospetto cronologico ed un'esaustiva bibliografia tematica (notevolmente arricchita rispetto a quella dell'edizione originale).

I primi tre capitoli sono dedicati al mondo della Grecia classica, con particolare, e naturale, attenzione alla polis ateniese. L'Ellade fu civiltà della parola quant'altre mai, e già prima dell'introduzione della retorica come disciplina strutturata. Nell'Iliade e nell'Odissea, la capacità persuasiva è una caratteristica fondamentale dell'eroe (pp. 15-21), e Omero stesso era considerato modello di eloquenza. Nei secoli VII e VI, con i grandi mutamenti dell'età arcaica, si posero le fondamenta per la nascita della polis, e la parola da prerogativa semidivina diventa umana. Le nuove istituzioni della città-stato si fondano su dibattito e deliberazione, l'"isegoria", o "eguaglianza di parola", è il criterio su cui si deve fondare una civile convivenza, e l'uso sapiente della parola diventa strumento importante per affermarsi: le elegìe di Solone sono veri e propri "discorsi politici in versi" (p. 22), con i quali il grande legislatore difende ed illustra il suo operato, mentre le Eumenidi eschilee mettono inscena in un contesto allo stesso tempo istituzionale e sacro la centralità del dibattito nella vita della comunità. Spiace però che l'autore non abbia dedicato più spazio a questi importanti temi, in particolare per quanto riguarda la figura di Solone, il quale, oltre a poter essere considerato a buon diritto un precursore dell'uso politico dell'eloquenza, con i suoi viaggi e la sua multiforme attività ("filosofo", lo definisce il lessico Suda, mentre Plutarco ne ricorda tra l'altro l'interesse per l'etica politica, la fisica, la storia),1 introduce uno dei temi conduttori di questo libro, vale a dire il dialogo tra la retorica e le altre discipline.

Gli antichi individuarono in tre maestri siciliani del V sec., Empedocle, Corace e Tisia, gli "auctores" della retorica come disciplina da insegnare, imparare e mettere in pratica. I due concetti fondamentali su cui si concentrarono le loro ricerche furono "eikos", o "verisimile", e "kairos", o "occasione favorevole": la virtù principale del buon oratore è dunque quella di saper proporre plausibili argomenti in assenza di una verità stabilita (p. 23), nelle situazioni concrete del tribunale e dell'assemblea. La retorica si segnala subito per il suo spirito "giudiziario e democratico" (p. 24), o per meglio dire "poleico". La retorica era infatti strumento per muoversi nelle nuove strutture della "polis", e la democrazia attica rappresentò il suo habitat naturale. L'antica Atene era una repubblica di oratori (p. 45), dove il "symboulos", il saggio "consigliere" che guidava il giudizio dell'assemblea, veniva celebrato come il più meritevole dei cittadini;2 Isocrate e Demostene sono i modelli del retore da studio, maestro che agisce dietro le quinte formando quella che oggi definiremmo la "classe dirigente" della polis, e il politico che si esponeva in prima persone con le sue proposte. Ad Atene, l'arte di persuadere assume poi il suo carattere duplice di "contenitore" e "contenuto": veicolo indispensabile per comunicare idee, e allo stesso tempo idea essa stessa. La retorica è la rappresentazione più compiuta della polis e diventa un problema politico culturale: così l'affrontò Platone, in una critica dinamica ed articolata che parte dal Gorgia e arriva al Fedro (pp. 55-61).

I capitoli quarto e quinto sono dedicati all'ellenismo e alla repubblica romana. A dispetto di molti severi giudizi e della reticenza di molte fonti, Pernot descrive l'ellenismo come una fase di grande vivacità nella storia dell'eloquenza, non solo per gli sviluppi nel campo dello stile e in quello delle tecniche di argomentazione e memorizzazione (pp. 66-74), ma anche per il dialogo, che Platone aveva inspirato, con la filosofia. La retorica era da considerarsi davvero un'arte? Quali sono i suoi legami con la politica? In un ottimo excursus sulla retorica greca all'indomani della battaglia di Cheronea (pp. 80-82; maggiore attenzione meritavano però gli oratori attici del primo ellenismo, in particolare Democare), l'autore, muovendo dagli studi di Louis Robert ed altri, afferma che la fine del mondo delle libere poleis non comportò affatto quella della retorica come strumento dinamico di intervento nella vita pubblica. L'eloquenza attraversò invece un'importante fase di rielaborazione e cambiamento, che le permise di adattarsi al mutato quadro politico e sociale, rimanendo perciò vitale, fiorendo nei tribunali e nelle città dei nuovi centri urbani e istituendo un proficuo dialogo con la nascente filologia.

Questi furono anche gli anni dell'incontro tra la tradizione retorica greca e l'emergente mondo di Roma, portavoce di un modo completamente diverso di intendere l'importanza della parola: un atto lapidario, espressione dell'"autoritas" di chi la proferisce e veicolo di "fides" in chi l'ascolta (p. 91). Nella repubblica del II e I secolo a.C., la retorica greca venne studiata e rielaborata, contribuendo alla nascita di un nuovo tipo di eloquenza, che aveva nel "senatus" e nel "populus" il proprio pubblico di riferimento, che si esercitava nella curia, nei comizi e nei tribunali. Venne creato un vocabolario retorico latino che non voleva né poteva essere semplice traduzione di quello greco, perché doveva rispondere a diverse esigenze politiche e culturali. Cicerone rappresentò l'apice di questo percorso, non solo perché massimo retore dell'età repubblicana, ma anche in quanto critico, teorico e storico dell'eloquenza, che cercò di rispondere ai quesiti che, da Platone in poi, gli intellettuali avevano posto all'arte della parola, ribadendone l'imprescindibile legame con una rigorosa conoscenza dei sistemi giuridico-instituzionali nei quali doveva essere esercitata ed una non meno solida base morale (pp. 117-118).

Con l'analisi del Dialogus de oratoribus di Tacito, Pernot introduce il problema del presunto declino dell'oratoria in età imperiale, un'idea ancora molto radicata, che proprio dall'opera tacitiana prende autorevole spunto. Tale negativo giudizio viene qui sensibilmente rivisto: l'autore fornisce infatti un quadro sostanzialmente positivo della retorica al tempo dei Cesari, un'epoca di grande sistemazione e sintesi, che vide la realizzazione del primo grande corpus critico degli oratori, ad opera di Dionigi di Alicarnasso (pp. 137-138). Il lavoro dei filologi e degli studiosi portò allora alla riscoperta dell'"antico" e alla definizione del "classico" (p. 137); al contrario dell'asianesimo, l'atticismo non fu un fenomeno confinato al gusto linguistico, ma una più ampia riscoperta di riferimenti culturali (p. 143). Con Quintiliano, la retorica si impone finalmente come "chiave di volta" dell'educazione dell'uomo avviato alla carriera pubblica (pp. 144-155), in quanto punto di incontro tra sapere tecnico e virtù morale. Mentre nelle province continua a fiorire l'eloquenza deliberativa (p. 170), a corte e negli ambienti più ufficiali fiorisce il genere epidittico e il panegirico, che, lungi dall'essere sempre modelli di retorica meschina ed adulatoria, spesso forniscono interessanti testimonianze dei riti e valori dell'autorità imperiale, e del suo elaborato linguaggio politico (p. 180).

Pernot conclude la sua analisi storica ribadendo quella che egli definisce l'"identità fondamentale" del millenario patrimonio retorico greco-romano, identità fondata su di un numero di elementi essenziali: l'abilità ad esprimersi efficacemente in pubblico, la partecipazione attiva alla vita sociale e la conoscenza dei meccanismi attraverso cui si articolava, l'espressione di un modello morale e culturale, la consapevolezza della propria storia come disciplina articolata e strutturata (p. 197): questa grande capacità di sintesi e di dialogo tra con discipline ed epoche diverse è senz'altro il merito maggiore di questo suo importante libro. La scelta di un taglio autorevolmente divulgativo ha implicato inevitabili selezioni e cesure che comunque non intaccano il valore di quest'opera, che un pubblico ampio e variegato troverà senz'altro utile, interessante e piacevole: movere, docere, delectare.


Notes:


1.   Suda IV.396.29 ed. Adler; Plut. Sol. III.3, XXVI.1, XXXI.3.
2.   Dem. XX.141.

Read Latest
Index for 2008
Change Greek Display
Archives
Books Available for Review
BMCR Home

HTML generated at 13:32:39, Friday, 03 April 2009