Bryn Mawr Classical Review

Bryn Mawr Classical Review 2006.07.33

Rosalba Panvini, Lavinia Sole, L'acropoli di Gela: stipi, depositi o scarichi. Corpus delle stipi in Italia 18.   Roma:  Giorgio Bretschneider, 2005.  Pp. 203; pls. 93.  ISBN 88-7689-189-7.  €220.00.  



Reviewed by Paolo Daniele Scirpo, National and Capodistrian University of Athens (pascirpo@arch.uoa.gr)
Word count: 1403 words

Ospitata nel Corpus delle stipi votive in Italia, collana diretta da Mario Torelli e da Annamaria Comella, esce la monografia di Rosalba Panvini (RP) e Lavinia Sole (LS), dedicata allo studio dei materiali dei cinque depositi votivi rivenuti sull'acropoli di Gela. Sebbene fossero frutto di sondaggi di scavo condotti da Dinu Adamesteanu e Piero Orlandini. nel breve periodo 1951-1953, ben due di questi depositi erano rimasti quasi del tutto inediti.1 Per colmare questo vuoto e per dare il via al proseguo delle ricerche archeologiche sulla collina del Molino a Vento, con i recenti scavi effettuati a partire dal 2001, Rosalba Panvini, attuale Sovrintendente ai Beni Culturali ed Ambientali di Caltanissetta, in collaborazione con la dott.ssa Lavinia Sole, ha riesaminato i materiali conservati nei magazzini del Museo Archeologico di Gela.

Il volume è aperto dalla Bibliografia aggiornata al 2004 (pp. 5-18) che rende conto del constante interesse scientifico provocato dalle antichità di Gela non solo negli studiosi locali ma anche nei ricercatori stranieri.

Una breve Introduzione (pp. 19-20) fa il punto della situazione e specifica preannunciandolo l'obiettivo della ricerca: la corretta interpretazione dei cinque depositi come stipi (deposizioni volontarie a carattere sacro) o come scarichi (accumulo di materiale spesso frammentario, realizzato per motivi pratici). (RP)

I criteri di classificazione (pp. 21-23) applicati al materiale in esame sono chiaramente esposti. Gli oggetti sono stati suddivisi in Sezioni (I-III) in base alla loro natura: Coroplastica (I), Ceramica (II) Varia tipologia (III). In ognuna di esse si distinguono le Classi (A-L) ed i Gruppi (contraddistinti da un numero arabo in pedice. Es.: B2). Nella schedatura dei materiali oltre ai consueti dati fisici (dimensioni, stato di conservazione, colore dell'argilla per le ceramiche), sono indicati anche la datazione ed i relativi riferimenti bibliografici sia per i materiali editi sia per quelli inediti. (LS)

La c.d. "Stipe dell'Athenaion" (pp. 25-56) rinvenuta nel 1951-53 da Adamesteanu ed Orlandini a pochi metri dal tempio B, risulta essere ad una più attenta lettura dei materiali ivi rinvenuti più uno scarico che una stipe (tavv. I-XIXc). Dall'esame dei 92 frammenti in migliore stato di conservazione (su un totale di oltre un centinaio), appartenenti alle varie tipologie (I-III) si evince che durante la fase di ristrutturazione del santuario arcaico si sia verificata una "ripulitura" della zona sacra. Da segnalare sono alcuni frammenti di ceramica preistorica (di Castelluccio) e protostorica (di San Angelo Muxaro-Polizzello) che testimoniano la frequentazione della collina di Molino a Vento molto prima della fondazione della colonia rodio-cretese e frammenti di terrecotte architettoniche dipinte che pur nell'impossibilità di stabilire la loro esatta collocazione, confermano lo status di scarico del complesso.

La sua datazione è collocabile dai reperti rivenuti al periodo compreso fra il VII secolo ed il secondo quarto del V. La tradizionale attribuzione della stipe all'Athenaion arcaico, basata secondo l'Orlandini sulla vicinanza al tempio e sul ritrovamento fra gli oggetti di una civetta in argilla (chiaramente collegato ad Athena) andrebbe rivista in quanto dai dati raccolti emerge un'immagine ben più complessa dell'attività cultuale sull'Acropoli di Gela. Una Dea Madre di tipo cretese con paredri, come testimonia d'altronde il culto delle Meteres cretesi ad Enghion sarebbe la prima signora di Gela e non Athena (o almeno non l'unica). (LS)

La c.d. "Stipe Arcaica" (pp. 57-73) rinvenuta durante i lavori di costruzione del Museo Archeologico di Gela, è costituita da un deposito votivo nei pressi nella cinta muraria di età arcaica. Fra i quaranta manufatti in essa contenuti si possono enucleare oltre alla ceramica (corinzia e di tipo coloniale), anche alcune figurine in terracotta e armi in bronzo (tavv. XIXd-XXVIIId). Sulla base dei materiali la stipe è datata alla fine del VI secolo a.C. Sebbene la presenza di armi come ex-voto, abbiano fatto pensare ad Orlandini ad un deposito in onore di Athena, appare chiara la presenza di una divinità femminile (Demetra?) al cui culto non mancano apporti maschili riferibili alla classe dei cavalieri di Gela. (RP)

La c.d "Stipe dentro il Pithos" (pp. 75-85) fu rinvenuta anch'essa durante la costruzione del Museo. All'interno di un pithos, appoggiato ad un muro appartenente forse ad un edificio sacro, erano conservati sopra uno strato di cenere ed ossa animali, undici oggetti, alcuni di essi di alto valore artistico. In particolare, un thymiaterion a forma di Kore, è databile agli ultimi decenni del VI secolo a. C. La particolare omogeneità dei materiali (tutti databili al VI secolo avanzato) lascia supporre che si tratti di una deposizione votiva di un culto ctonio effettuata da un personaggio femminile ma che presenta una compartecipazione maschile come si presume dalla figura del recumbente. (tavv. XXVIIIe-XXXI) (LS)

La c.d. "Stipe sotto l'edificio 12" (pp. 87-152) è inedita. Il suo ritrovamento avvenne sotto lo strato di distruzione del 405 a.C. sotto il pavimento dell'edificio 12 d'età timoleontea (350-325 a.C.). Data l'omogeneità dei materiali, si ritiene sia una stipe votiva databile fra la seconda metà del VI secolo e la fine del V - inizi del IV sec. Fra i centocinquantasette oggetti (tavv. XXXII-LXVIII) che compongono il deposito, la parte del leone è fatta dalle terrecotte figurate (ben 133) e di esse 59 esemplari del tipo dell'offerente con porcellino.2 Assieme ad esse compaiono alcuni esemplari del tipo della c.d. Athena Lindia o, meglio, della statuetta con pettorali.3 La stipe testimonia l'esistenza sull'acropoli di un luogo di culto di Demetra e Kore, già presente in età arcaica e diffusosi in età classica grazie all'influsso dei Dinomenidi. (RP)

Anche la c.d. "Stipe sotto l'edificio 2" (pp. 153-192) risulta ancora inedita. Essa fu rinvenuta sotto il pavimento dell'edificio 2 di età timoleontea (350-325 a.C) a trenta metri di distanza dalla precedente. Ciò rende impossibile credere che facciano parte di un unico deposito. I materiali (102 oggetti, tra ceramica e terrecotte figurate) sono databili al periodo fra il VI e la fine del V secolo. In questa stipe, come nella precedente, trova conferma la presenza di tracce inoppugnabili di un culto demetriaco. (LS, RP)

Le conclusioni (pp. 193-196), frutto dell'indagine dei materiali, si possono riassumere in due interessanti osservazioni. Primo: sull'acropoli di Gela all'indomani della fondazione e fino alla fine del V secolo a.C. era praticato il culto ctonio di Demetra accanto a quello ormai noto di Athena. La composizione e la chiarificazione dei cinque depositi renderebbero giustizia di un'ipotesi già formulata dalla Fiorentini.4 Inoltre fin dall'inizio della ricerca archeologica a Gela ci si era posto il problema dell'identificazione dei culti praticati sull'acropoli e non pochi avevano proposto un secondo culto accanto a quello di Athena.5 Secondo: sulla base delle ceramiche ritrovate (le cui provenienze orientali, attiche e corinzie testimoniano la ricca rete di scambi commerciali che poteva vantare Gela fin dall'età arcaica) si può ritenere che le cerimonie sacre in onore delle divinità ctonie consistano in libagioni ed abluzioni e che potessero avvenire anche di notte. (RP)

Nell'Appendice (pp. 197-201) sono trascritti i numeri d'inventario del Museo Archeologico Regionale di Gela, dove sono conservati tutti i materiali in oggetto.

Nelle 93 tavole fuori testo, tutte in bianco e nero e di ottima qualità, è illustrata la maggior parte dei materiali rinvenuti nelle 5 stipi. All'ultima tavola è delegato il compito di individuarne la posizione sull'acropoli di Gela.

Se in Sicilia sono ancora molti i contribuiti scientifici che devono rendere conto delle varie scoperte archeologiche avvenute su tutta l'isola, questa monografia viene ad assolvere un debito verso la comunità accademica. Che questo studio su materiali, per anni rimasti parzialmente inediti nei magazzini del Museo di Gela, insieme alla loro attenta lettura alla luce delle nuove acquisizioni di ierologia siceliota, possa in qualche modo contribuire al progresso della ricerca scientifica è fuori di dubbio e risulta di primaria importanza, come prova d'altronde il suo inserimento nella collana Corpus delle stipi votive in Italia. Bisogna pertanto rendere merito alla Sovrintendenza ai Beni Culturali ed Ambientali della provincia di Caltanissetta (sotto la cui giurisdizione ricade la colonia rodio-cretese) che negli ultimi anni ha promosso una serie di iniziative editoriali volte non solo al crescente dibattito in sede accademica ma anche alla divulgazione scientifica verso il grande pubblico. Pur priva di un estratto in una qualsivoglia lingua straniera (scelta questa da addebitare probabilmente all'editore), questa pubblicazione con la sua scrittura semplice, efficace ma sempre di livello accademico ed un apparato fotografico di prim'ordine, risulta essere un'ottima sintesi dei risultati raggiunti e altresì buon punto di partenza per nuove ricerche sul campo. Perché, come già espresso dalla Panvini nell'Introduzione, è ancora forte il bisogno di nuove ricerche per migliorare la conoscenza del pantheon gelese.


Notes:


1.   Anche se non integralmente sono state pubblicate da Adamesteanu e Orlandini: la stipe "dell'Athenaion", quella "Arcaica" e quella "dentro il pithos". Cfr. rispettivamente D. Adamesteanu, P. Orlandini, "Gela. Ritrovamenti vari" in Notizie degli scavi di antichità, s.VIII, X, (1956), pp. 205-214, e D. Adamesteanu, P. Orlandini, "Gela. L'acropoli di Gela", in Notizie degli scavi di antichità, s. VIII, XVI, (1962), pp. 381-391 e 369-373.
2.   Sull'origine ed il significato del tipo dell'offerente col porcellino, cfr. M. Sguaitamatti, L'offrante de porcelet dans la coroplathie géléenne, Mainz Am Rheim 1984.
3.   Sull'origine del tipo di fabbriche geloo-akragantine, sulla sua evoluzione e sulla sua "corretta" definizione, cfr. da ultimo, M. Albertocchi, ATHANA LINDIA. Le statuette siceliote con pettorali di età arcaica e classica, Suppl. XXVIII, RdA, Roma 2004.
4.   G. Fiorentini, "Sacelli sull'acropoli di Gela e a Monte Adranone nella valle del Belice", in Il Tempio greco in Sicilia: architettura e culti, CronA, XVI, (1977), pp. 105-114; G. Fiorentini, Gela. La città antica e il suo territorio. Il Museo, Palermo 1985.
5.   Il tempio C d'età classica ha suscitato perplessità per la sua attribuzione. Se l'opinione vigente lo reputa un Athenaion che sostituì il precedente arcaico per volere di Gelone, Ziegler lo ritenne un Apollonion e Ciaceri, Pace, Griffo e Van Matt lo identificarono proprio con un tempio di Demetra e Kore.

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