BMCR 2021.10.33

Metafore e lessico della relegazione: studio sulle opere ovidiane dal Ponto

, Metafore e lessico della relegazione: studio sulle opere ovidiane dal Ponto. Il carro di Medea, Studi 1. Rome: Deinotera editrice, 2020. Pp. 173. ISBN 9788889951408 €18.00.

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Il saggio inaugura la collana “Il Carro di Medea” della “Deinotera Editrice”. Come spiega A. M. Morelli, nella Prefazione(pp. 11-13), l’indagine del Di Giovine è tesa a dimostrare che nella poesia ovidiana dell’esilio compaiono motivi e metafore già presenti nella produzione precedente, ma inseriti in un nuovo discorso poetico (non è più l’amore a causare l’infelicità del poeta, ma la sua relegatio). Il Sulmonese, per descrivere la sua condizione di esule, ricorre a delle metafore, raffigurando se stesso come ‘caduto’, come ‘ferito’, come ‘fulminato’, come ‘naufrago’, come ‘malato’, come ‘morto’. La rappresentazione di tale condizione di sofferenza persegue l’obiettivo di ottenere l’aiuto degli amici, il perdono del princeps, e di rinsaldare l’affetto della moglie.

In primo luogo l’autore prende in esame le immagini in cui il poeta raffigura la sua disgrazia come una caduta; in Ovid. trist. 3, 5, 5-8, ad esempio, la caduta è associata al colpo subito dal fulmine di Giove /Augusto; in Pont. 1, 7, 49-52 si intrecciano le metafore del caduto, del ferito e del fulminato, con riferimenti mitici a Giove e ad Achille, il cui colpo, sia pur trattenuto, causa conseguenze pesanti. In trist. 4, 3, 63-64, la caduta, dovuta al fulmine di Giove /Augusto, porta Ovidio a produrre un confronto con il fulminato Capaneo. Una variatio del topos compare in trist. 5, 8, 1-10, in cui il Sulmonese presenta se stesso come ‘caduto in combattimento’. Va inoltre rilevato che nella metafora della caduta risulta comodo, anche per motivi metrici, l’uso del perfetto cecidit (ad. es. in trist. 3, 5, 5). Dato che la conseguenza della caduta è il giacere a terra, anche il verbo iaceo può essere utilizzato per indicare la relegatio (trist. 1, 8, 13). L’accanimento dei nemici che cercano di danneggiare l’esule, specie con la confisca dei beni, è espresso con la metafora del ‘calpestare’ chi giace a terra: è il caso di trist. 5, 8, 10 e di Ibis 29-30. Il riferimento a un nemico che calpesta Ovidio è anche in trist. 3, 11, 25, con l’uso del verbo protero.

L’Ovidio esiliato, inoltre, spesso si rappresenta come un ferito, il cui grave vulnus, invece di cicatrizzarsi ed evolvere verso la guarigione, rischia di essere ulteriormente aggravato da nemici. Ampio il campo semantico analizzato dall’autore (vulnus o vulnero, saucius, cicatrix, coire e cicatricem ducere, renovare, rescindere, retractare, rumpere). La ‘ferita’ d’amore della prima poesia ovidiana (ad es. rem. 101-102) diviene metafora della relegatio. Ad esempio, in trist. 1, 1, 99-100, il feritore Augusto è l’unico che può risanare la ferita, alla “maniera di Achille”, ferito e guarito da Telefo. Ben analizzati anche i vv. 9-22 dell’Ibis, in cui è evidente la metafora bellica: si rappresenta il nemico Ibis che costringe Ovidio a combattere, nonostante le ferite causate dall’esilio, che dovrebbero essere lasciate a cicatrizzare. In trist. 3, 11, 19 il poeta ribadisce che vi sono dei nemici che provano ad aggravare le sue ferite. Viene notato opportunamente che Ovidio utilizza talvolta in tali immagini metaforiche l’aggettivo saucius (ad es. in Pont. 1, 3, 7 il Sulmonese raffigura se stesso come ferito da un duro colpo). All’interno del capitolo si inserisce anche un utile excursus (pp. 61-72) sulla presenza di due feriti illustri del mito, come Telefo e Filottete, nella poesia ovidiana.

Anche l’uso della metafora del fulmine, per indicare l’edictum con cui Ovidio è stato relegato a Tomi, è particolarmente calzante. Il fulmine colpisce in modo improvviso e incenerisce chi ne è colpito, causando la rovina fisica. Se è il re degli dei, Giove, a scagliare i fulmini, è Ottaviano, il più grande degli uomini, ad aver lanciato il fulmine dell’esilio. La prima occorrenza della metafora nelle opere dell’esilio è trist. 1, 1, 72, venit in hoc illa fulmen ab arce caput (il Palatino è l’arxda cui è stato lanciato il fulmine che ha colpito il poeta). Il fulmine è temuto anche dalle persone vicine a quella colpita, perché temono di subire lo stesso destino (il tema compare ad esempio in trist. 1, 9, 1-22). Interessanti le osservazioni condotte sull’uso del participio attonitus, dei verbi intono e detono, del sostantivo fulmen. Diverse volte torna nei versi ovidiani l’immagine di un Ottaviano moderato (con evidente captatio benevolentiae) che, come Giove, scaglia i suoi fulmini solo di rado, limitandosi spesso a tuonare e mandare avvertimenti; ad es. in Pont. 1, 2, 125-126 si afferma che Augusto si limita a far balenare il timore della pena, colpendo solo in pochissimi casi; il Sulmonese, quindi, ha diritto di sperare in un perdono.

In Ovidio, inoltre, si trovano spesso immagini, relative al viaggio in mare ed ai suoi rischi, tese a rappresentare il percorso di vita del poeta, sconvolto dalla punizione augustea. La metafora dei rischi della navigazione e del naufragio compare già nell’elegia proemiale dei Tristia (vv. 39-44 e 69-70); lo studioso nota a ragione che il testo si presenta come una silloge di tutte le metafore usate per la relegatio (il poeta esiliato è rappresentato come un morto ai vv. 19, 27, 53, 118, come un fulminato, ai vv. 72 e 81-82, come un ferito, ai vv. 99-100, come un naufrago, ai vv. 83-86). La metafora del naufragio per indicare l’esilio è frequente in tutte le opere scritte a Tomi; si osserva ad esempio che 9 volte su 10 in queste raccolte il sostantivo naufragium assume valore metaforico. Il desiderio di Ovidio di raggiungere una sede meno sgradevole rispetto a Tomi, o addirittura di poter rientrare a Roma, è metaforicamente espresso con la ricerca di un approdo sicuro da parte del naufrago, anche grazie all’aiuto di amici. Ad esempio in Pont. 1, 6, 33-34 il naufrago, avendo dovuto abbandonare la sua imbarcazione distrutta, nuota sperando di potersi salvare. L’autore passa in rassegna i termini principali che caratterizzano la metafora del naufragio, come navis, puppis, cumbia, phaselus, ratis; ad es., in trist. 2, 99-102, a causa del suo error Ovidio è stato travolto dalla sua ratis e ha dovuto rinunciare alla sua sicurezza.

Si prende poi in considerazione la metafora dell’esilio come malattia; anch’essa è tipica dell’elegia amorosa; in Ovidio si ritrova fin dai Remedia amoris (vv. 81 e 115). L’aggettivo (o sostantivo) aeger ed i correlati medicus, medicina, tabes, tabescere formalizzano la metafora. In trist. 3, 8, 25 il poeta descrive la propria situazione di sofferenza fisica e morale e utilizza aeger in riferimento al suo spirito malato (il motivo ricorre in trist. 5, 2, vv. 7-8).  In Pont. 1, 5, 18, col sintagma aegra mens, il Sulmonese connota il suo animo malato, incapace di sopportare le dure fatiche, come quella di correggere quanto scrive.  In Pont. 3, 1, 69-72, la malattia è quella metaforica della relegazione e la moglie assume le vesti di un medico che è in grado di risanare chi è sull’orlo della morte. In Pont. 3, 2 si succedono la metafora del fulminato (vv. 9-10), del caduto (pur riferita ad un individuo cui crolla addosso la domus: vv. 11-12) e del malato (vv. 13-14): Ovidio è un malato da cui ci si tiene lontani per la paura del contagio.

Grande spazio è dedicato, opportunamente, alla metafora più utilizzata da Ovidio, quella del ‘morto’; rappresentare la relegatio come ‘morte’ ha anche grande impatto emotivo nella richiesta di aiuto da parte del poeta. L’idea che l’esilio costituisca una sorta di ‘morte anticipata’ è già in Cicerone (Att. 3, 20, 1). L’alta frequenza dell’immagine fa sì che sia ampio lo spettro lessicale correlato, ben esaminato dallo studioso: mors, funus, exsequiae, bustum, cinis, umbra, simulacrum (pp. 114-126). Mors compare circa 40 volte nelle opere dell’esilio: il poeta teme che la fine possa arrivare o per il lungo viaggio, o per i barbari che abitano nel Ponto, o per una malattia. In Pont. 1, 5, 44 il Sulmonese definisce ‘morte’ il tempo inattivo durante la relegazione. In Pont. 1, 7, 9-10, la vita da esule è una specie di morte. L’autore segnala in particolare i vv. 73-76 di Pont. 3, 4, in cui l’esule afferma che la sua costante condizione di infelicità e disgrazia lo fa vivere in una condizione di morte perenne. Interessante anche trist. 3, 3, 45-46 e 51-54, in cui compare un parallelismo tra ‘morte reale’ e ‘morte civile’ del Sulmonese, con l’affermazione che la morte fisica è solo la seconda morte; la prima è stata la relegatio. Rilevante anche Pont. 3, 4, 75-76: vivere in una condizione di esule è una sorta di ‘morte’, cui mancano solo la tomba e la terra.

Suggestiva l’Appendice, in cui Di Giovine prende in esame i tre personaggi mitologici le cui vicende sono sentite dal Sulmonese più vicine alla sua condizione di relegato: Ulisse, Giasone e Atteone. [1]  Ovidio propone il confronto tra la propria condizione e quella dell’Itacese soprattutto in trist. 1, 5, 57-84; in questi versi cerca di dimostrare che le proprie sciagure sono più penose, basando la propria argomentazione su dieci punti: lo scrittore, a differenza dell’Itacese, ha viaggiato in spazi più estesi, non ha avuto amici fedeli, fugge vinto dalla patria (mentre Ulisse torna vincitore), è più debole nel sopportare le sventure, non ha capacità belliche, è oppresso da un dio (Giove/Augusto) e non aiutato da altri dèi, è perseguitato, tra l’altro, da un dio più potente di Poseidone, ha vissuto pericoli reali (mentre quelli dell’eroe sono in parte favolosi), non può, come il personaggio omerico, raggiungere la patria. Anche le svariate altre occorrenze dell’eroe nelle opere dell’esilio hanno la funzione di nobilitare attraverso il mito la condizione di relegazione (ad es. si veda Pont. 4, 10, 9-30).

Il testo più significativo tra le opere dell’esilio in cui, invece, il nostro poeta fa un raffronto tra la propria condizione e quella di Giasone è Pont. 1, 4, 23-46. In questo caso sono otto i punti di raffronto: Giasone fu inviato nel Ponto da Pelia, re della Tessaglia, il Sulmonese da Ottaviano, sovrano di tutte le terre; il viaggio di Giasone fu più breve; l’eroe ebbe, a differenza di Ovidio, dei compagni e, inoltre, una nave solida; Giasone ebbe un pilota e indovino per la rotta; l’eroe fu aiutato dalle arti di amore, che hanno nuociuto ad Ovidio; il primo rientrò in patria, come Ulisse, prospettiva remota per il poeta romano.

Ovidio, inoltre, paragona se stesso ad Atteone: questi “nella sua drammatica vicenda raffigura il discrimine, nell’ambito di una culpa (o crimen) oggettiva, tra l’involontario error e il consapevole scelus (o facinus)” (p. 141). Passo emblematico è trist. 2, 103-108: come Atteone viene crudelmente castigato per aver visto Diana nuda, così Ovidio viene punito per la ‘vista’ e la ‘conoscenza’ di una culpa. [2]  A proposito della vicenda di Atteone, si riprende la vexata quaestiodella presunta posteriorità di met. 3, 141-142 rispetto alla condanna. L’intero contesto dell’episodio narrato nelle Metamorfosiha notevoli elementi di intertestualità con alcuni luoghi dei Tristia; resta quindi da stabilire quale delle due opere sia precedente. Dato che nei due versi delle Metamorfosi si afferma che Atteone ha commesso un error e non uno scelus, è plausibile un confronto con l’esperienza del poeta. Lo studioso sembra optare a ragione per la loro anteriorità rispetto aiTristia: il Sulmonese, rendendosi conto che la vicenda di Atteone, già narrata nelle Metamorfosi, presentava analogie con la propria disgrazia, ha più volte alluso ad essa nelle opere dell’esilio.

Il volume si segnala per la chiarezza espositiva, per l’attenta esegesi testuale e per le interessanti osservazioni linguistiche dedicate ai termini-chiave di ogni metafora.

Tavola dei contenuti

Prefazione (di A. M. Morelli), pp. 11-14
Premessa, pp. 15-16
Prolegomeni, pp. 17-24
1 Il caduto, pp. 25-44
2 Il ferito, pp. 45-72
3 Il fulminato, pp. 73-84
4 Il naufrago, pp. 85-104
5 Il malato, pp. 105-112
6 Il morto, pp. 113-126
Appendice. Tra metafora e mito, pp. 127-148
Bibliografia, pp. 149-160
Indici, pp. 161-169

Notes

[1] All’ampia bibliografica citata dall’autore si può aggiungere il bel volume di A. Perutelli, Ulisse nella poesia romana, Firenze 2006 (alle pp. 57-71 si discute la menzione di Ulisse in Pont. 4, 10, 9 ss.).

[2] M. Pohlenz, Die Abfassungszeit von Ovids Metamorphosen, “Hermes” 48, 1913, pp. 1-13 proponeva con cautela l’idea di una rivisitazione ovidiana del passo delle Metamorfosi dopo la relegatio, ipotesi in genere respinta dagli studiosi. Di recente ha ripreso la questione M.M. McGowan, Ovid in Exile: Power and Poetic Redress in the Tristia and Epistulae ex Ponto, Leiden; Boston 2009, pp. 195-196, affermando che l’ipotesi del Pohlenz non si può escludere.